Due ore di discussione davanti alla Corte d'Appello di Milano e nessuna decisione immediata. È questo l'esito dell'udienza di ieri, 9 settembre, sulla richiesta di sospensiva d'urgenza presentata per l'area a caldo dell'ex Ilva di Taranto. Si attende ora il prossimo appuntamento del 28 ottobre.
Due ore di discussione davanti alla Corte d'Appello di Milano e nessuna decisione immediata. È questo l'esito dell'udienza di ieri, 9 settembre, sulla richiesta di sospensiva d'urgenza presentata per l'area a caldo dell'ex Ilva di Taranto. I giudici si sono riservati il giudizio, rinviando la pronuncia ai prossimi giorni, mentre sul fronte occupazionale arriva una tregua, seppur temporanea, sui licenziamenti nell'indotto. Un quadro in evoluzione che tiene con il fiato sospeso lavoratori, imprese e istituzioni, con l'attenzione puntata sulla scadenza del 28 ottobre.
La Corte d'Appello civile di Milano, sezione imprese, ha dedicato circa due ore alla discussione dell'istanza presentata da Acciaierie d'Italia e Ilva in Amministrazione Straordinaria. Al centro del contendere c'è la richiesta di sospensione in via d'urgenza dell'esecutività del decreto con cui, lo scorso luglio, i giudici di secondo grado avevano confermato la decisione di primo grado, disponendo il blocco delle attività dell'area a caldo dello stabilimento siderurgico tarantino entro 90 giorni, quindi entro il 28 ottobre.
Al termine dell'udienza, il collegio, presieduto da Lorenzo Orsenigo e composto in maniera diversa rispetto a quello che a fine luglio aveva disposto lo stop, si è riservato di decidere. Non è arrivata dunque alcuna pronuncia immediata, ma la Corte ha lasciato intendere che il verdetto non tarderà ad arrivare.
Sul fronte legale, va ricordato che le due società coinvolte hanno anche presentato, separatamente, un ricorso straordinario alla Corte di Cassazione per chiedere l'annullamento del decreto. Tuttavia, i tempi di quel procedimento sono più lunghi, e per questo motivo il vero snodo decisivo, nell'immediato, resta proprio la richiesta di sospensiva discussa ieri a Milano.
Secondo quanto emerso al termine dell'udienza, la decisione dei giudici è attesa nei prossimi giorni, con un pronunciamento ritenuto probabile entro la metà di settembre. A sostenerlo è stato anche l'avvocato Ascanio Amenduni, uno dei legali degli undici cittadini di Taranto che avevano ottenuto lo stop dell'area a caldo, secondo cui i giudici dovrebbero decidere prima del 15 settembre. Il motivo è tecnico ma cruciale: da quanto spiegato dalla stessa azienda, superata quella data il processo di spegnimento degli impianti diventerebbe irreversibile, rendendo di fatto vano un eventuale accoglimento della sospensiva.
Non è un caso, infatti, che le scadenze operative indicate dalla società siano particolarmente ravvicinate: il 16 settembre viene individuato come termine ultimo per avviare le procedure tecniche necessarie a fermare gli impianti entro la fine di ottobre, rispettando così i tempi imposti dal decreto della Corte d'Appello.
Mentre la partita giudiziaria si gioca a Milano, sul territorio di Taranto arriva una boccata d'ossigeno per i lavoratori dell'indotto. Dopo l'ultimo incontro di martedì 8 settembre a Palazzo Chigi, presieduto dal sottosegretario Alfredo Mantovano, le associazioni Aigi e Aepi, che raccolgono le imprese che gravitano attorno al polo siderurgico, hanno accolto la richiesta del Governo di sospendere i 2.500 licenziamenti avviati lo scorso 4 settembre.
Si tratta, però, di una tregua a tempo determinato: la sua durata resterà legata a doppio filo alla decisione della Corte d'Appello di Milano sulla sospensiva. In altre parole, i licenziamenti restano congelati fino a quando non si capirà con certezza il destino dell'area a caldo.
Il vertice di martedì è stato lungo e complesso: tre round di incontri per un totale di quasi sei ore, che hanno visto il Governo confrontarsi prima con gli enti locali, poi con le associazioni datoriali e infine con i sindacati. Un percorso definito dallo stesso leader della Fiom, Michele De Palma, come un momento in cui si è stati "a un passo dalla rottura". Sulla stessa linea il segretario generale della Fim, Ferdinando Uliano, che ha ribadito come, per le sigle sindacali, il blocco dei licenziamenti resti un punto irrinunciabile e non negoziabile.
Un altro elemento emerso dal confronto di Palazzo Chigi riguarda la disponibilità del Governo a valutare una partecipazione pubblica nel capitale della futura gestione dello stabilimento, a condizione però che venga presentato un piano industriale solido. Una apertura non scontata, che testimonia quanto la partita ex Ilva sia ormai considerata una priorità strategica nazionale, e non solo una vertenza locale.
Il sottosegretario Mantovano ha indicato tre direttrici principali su cui il Governo intende lavorare, anche nell'eventualità in cui la magistratura dovesse confermare la sospensione dell'area a caldo:
Il modello a cui il Governo guarda con maggiore attenzione è quello già sperimentato in altri due contesti complessi: la realizzazione delle opere per il Giubileo 2025 a Roma e gli interventi nella cosiddetta Terra dei Fuochi, in Campania. In entrambi i casi si è trattato di strutture di coordinamento interministeriali, capaci di accelerare decisioni e finanziamenti su territori segnati da criticità ambientali, sanitarie o infrastrutturali di lungo periodo.
Il 28 ottobre resta la data spartiacque attorno a cui ruota tutta la vicenda. È, infatti, il termine ultimo fissato dal decreto della Corte d'Appello di Milano del 27 luglio scorso, che ha disposto la fermata delle attività siderurgiche a caldo entro 90 giorni, condizionando un'eventuale ripartenza alla completa bonifica dell'amianto e alla riduzione delle emissioni di polveri sottili.
Cosa accadrà concretamente a quella data dipenderà in larga misura dalla decisione che la Corte d'Appello assumerà nei prossimi giorni sulla sospensiva:
Se i giudici dovessero respingere la richiesta di sospensiva, il decreto resterebbe pienamente esecutivo e l'azienda sarebbe costretta ad avviare, già a partire dal 16 settembre, le operazioni tecniche necessarie per spegnere l'area a caldo entro il 28 ottobre, con conseguenze giudicate potenzialmente irreversibili sugli impianti secondo quanto sostenuto da Acciaierie d'Italia e Ilva in Amministrazione Straordinaria.
Se invece la sospensiva venisse accolta, l'efficacia del decreto rimarrebbe congelata almeno fino alla decisione della Corte di Cassazione, sulla quale però pendono tempi procedurali più lunghi. In questo scenario, l'area a caldo continuerebbe a operare oltre la scadenza del 28 ottobre, in attesa del giudizio definitivo di legittimità.
Per i cittadini tarantini che hanno promosso l'azione legale, rappresentati dagli avvocati Ascanio Amenduni e Maurizio Rizzo Striano, la questione centrale resta quella del diritto alla salute e della necessità di dare piena esecuzione alla decisione che impone lo stop dell'area a caldo. Di segno opposto, naturalmente, la posizione di Acciaierie d'Italia e Ilva in As, secondo cui una fermata nei tempi stabiliti determinerebbe conseguenze irreversibili sugli impianti, impedendo di fatto la realizzazione delle condizioni necessarie per una successiva ripartenza produttiva.
Nei prossimi giorni, dunque, l'attenzione resterà concentrata su alcuni passaggi chiave:
Il Dott. Marco Castagna è un esperto consulente senior nel settore delle imprese con oltre 15 anni di esperienza. Laureato in Economia Aziendale, la sua competenza si estende alla consulenza strategica, gestione delle risorse e ottimizzazione dei processi aziendali, rendendolo una figura di riferimento per molte aziende in crescita. Residente a Venezia, Marco ha collaborato con diverse start-up...