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Quanti soldi hanno davvero gli italiani: sono più ricchi e meno poveri di quanto pensano secondo Banca Intesa

di Dott. Luca Rossoni pubblicato il

Gli italiani hanno più ricchezza di quanto credano, ma gran parte è immobilizzata nella casa. Tra prudenza, risparmio e forti disuguaglianze, la media nasconde una realtà complessa.

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L’Indagine sul Risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani 2026, realizzata da Intesa Sanpaolo e Centro Einaudi su 1.800 capifamiglia, indica un patrimonio medio familiare vicino a 320.000 euro nel 2026. La cifra, però, racconta soprattutto il valore degli immobili. Circa due terzi della ricchezza sono infatti concentrati nella casa di proprietà, posseduta dal 79% degli intervistati. Il dato chiarisce perché gli italiani possano apparire più ricchi nei bilanci patrimoniali di quanto si sentano nella vita di tutti i giorni. Un’abitazione di valore non equivale a denaro pronto per le spese, per un’emergenza o per un investimento.

Il paradosso evocato dal titolo non segnala quindi un benessere improvviso e condiviso. Mostra piuttosto la distanza tra patrimonio lordo, liquidità e capacità di spesa. Una famiglia può abitare in una casa che vale molto, avere un conto corrente poco consistente, redditi fermi o poco dinamici e nessuna intenzione di trasformare l’immobile in un finanziamento o in una vendita. La proprietà riduce il peso dell’affitto e rappresenta una riserva patrimoniale. Non paga però, da sola, le bollette e non compensa automaticamente una riduzione del reddito.

Il patrimonio medio non coincide con i soldi disponibili

Quei circa 320.000 euro sono una misura patrimoniale. Nel calcolo rientrano gli immobili e le attività finanziarie, non soltanto la somma che una famiglia può usare nell’immediato. C’è poi un secondo elemento da considerare: la media può essere innalzata dai nuclei che dispongono di patrimoni molto elevati. Non rappresenta quindi la disponibilità tipica di ogni famiglia e non va confusa con un reddito annuo.

Le grandezze da tenere separate sono almeno tre.

  • Il patrimonio immobiliare, costituito soprattutto dalla casa di proprietà, può avere un valore elevato e restare allo stesso tempo poco liquido.
  • Le attività finanziarie, dai depositi ai titoli, dai fondi agli strumenti assicurativi, sono in linea di principio più facilmente utilizzabili, ma hanno rischi e rendimenti differenti.
  • Il reddito corrente stabilisce quanto un nucleo riesca a sostenere, nel corso del 2026, per consumi, rate, imposte e spese impreviste.
Mettere sullo stesso piano queste voci porta a una conclusione sbagliata. Un proprietario senza mutuo può avere una posizione patrimoniale più solida di un affittuario con pochi risparmi, eppure disporre di un margine mensile molto ristretto. Al contrario, una famiglia con investimenti facilmente liquidabili può sentirsi più protetta pur vivendo in un’abitazione meno costosa.

La ricchezza sulla carta misura ciò che si possiede. La sicurezza economica dipende anche dal reddito, dal livello delle uscite e dalla possibilità di accedere rapidamente alla propria riserva. È qui che il valore medio dell’indagine rischia di essere interpretato male: descrive gli asset accumulati, non il denaro che ogni nucleo può spendere a fine mese.

La casa pesa per due terzi della ricchezza

La quota immobiliare è il particolare che modifica di più la percezione del dato medio. Se circa due terzi del patrimonio sono legati alla casa, la ricchezza complessiva dice poco sulla liquidità effettivamente disponibile. L’immobile può essere l’abitazione principale, un bene ricevuto in eredità oppure un investimento. In ciascuno di questi casi, venderlo, affittarlo o offrirlo come garanzia richiede tempo e comporta costi.

Il 79% di proprietari rilevato nel 2026 conferma una struttura patrimoniale in cui la casa continua a essere il principale strumento di accumulo. Possederla può alleggerire il bilancio familiare, perché elimina o riduce il costo dell’affitto, e offre una certa stabilità abitativa. Restano però le spese di manutenzione, le imposte, le utenze e gli eventuali debiti ancora da rimborsare. Anche la stima del valore va letta con prudenza: il prezzo attribuito a un immobile non coincide necessariamente con la cifra che il proprietario riuscirebbe a ottenere in tempi brevi.

Una casa, insomma, può proteggere nel lungo periodo senza essere un portafoglio pronto all’uso. Per trasformarla in denaro bisogna venderla, chiedere un finanziamento oppure ricorrere a strumenti di trasferimento patrimoniale. Ogni strada produce conseguenze economiche, familiari e fiscali. Dal solo valore medio rilevato dall’indagine non è possibile stabilire quale scelta sarebbe adatta a una determinata famiglia.

La differenza tra valore e disponibilità si vede soprattutto nelle situazioni di emergenza. Un immobile può valere centinaia di migliaia di euro e non offrire una risposta immediata a una spesa sanitaria, a una riparazione urgente o a una temporanea perdita di reddito. Il bene esiste, ma per utilizzarlo occorre prima trasformarlo.

Italiani prudenti: l’avversione al rischio è al massimo

Alla composizione del patrimonio corrisponde un comportamento finanziario molto cauto. L’Indagine 2026 registra il massimo storico dell’avversione al rischio: una quota ampia dei risparmiatori preferisce difendere il capitale, anche quando questo significa accettare rendimenti più bassi. Le ragioni possono essere diverse: l’incertezza economica, il ricordo delle perdite sui mercati, l’inflazione e la difficoltà di orientarsi tra prodotti finanziari complessi.

La prudenza, presa da sola, non indica una scelta errata. Una riserva liquida serve quando arrivano spese impreviste o quando il reddito si indebolisce. Il problema si presenta quando tutto il patrimonio resta fermo e non viene distinta la somma necessaria nel breve periodo dal capitale destinato a obiettivi futuri o investimenti. In quel caso la ricchezza rimane presente, ma può perdere capacità di crescita reale con il passare del tempo.

Conta dunque la composizione, non soltanto la dimensione del patrimonio. Casa e depositi bancari offrono forme differenti di sicurezza; azioni, obbligazioni, fondi e polizze espongono a rischi, costi e orizzonti temporali che non sono uguali. La sensazione di essere poveri può nascere dalla scarsità di liquidità. Quella di essere ricchi, invece, può dipendere da una rivalutazione soltanto teorica dell’immobile.

Il modo in cui i risparmi vengono conservati riflette anche una precisa gerarchia delle priorità. Prima viene la protezione del capitale, poi la ricerca di un rendimento. Per chi teme di non poter affrontare una spesa improvvisa, la disponibilità immediata pesa più della possibilità di ottenere un guadagno maggiore nel futuro.

Nel 2026 il 40% dei risparmiatori dichiara di mettere denaro da parte soprattutto per affrontare gli imprevisti. Il risparmio viene quindi vissuto prima di tutto come una cintura di sicurezza. Spese sanitarie, riparazioni, perdita del lavoro o riduzione delle entrate possono rendere indispensabile una somma accessibile senza attese.

Questo dato aiuta a capire la distanza tra i 320.000 euro medi di patrimonio e la sensazione di non essere benestanti. Quando la quota maggiore della ricchezza si trova nella casa e la liquidità viene accantonata per le emergenze, il denaro realmente spendibile può rappresentare soltanto una parte del totale. La famiglia possiede un bene importante, ma continua a controllare con attenzione le uscite ordinarie.

La finalità del risparmio cambia il significato della somma accumulata. Una disponibilità destinata alle emergenze non è uguale a un capitale pensato per la pensione, per l’istruzione dei figli o per un investimento di lungo periodo. Nel primo caso servono accessibilità e stabilità; negli altri possono entrare in gioco tempi più lunghi e una diversa esposizione al rischio.

Per questo la quantità accantonata non basta a descrivere il comportamento finanziario di una famiglia. Occorre sapere a cosa serve. Un conto destinato a coprire una spesa urgente non può essere valutato con gli stessi criteri di un investimento che non dovrà essere utilizzato per molti anni.

La media nazionale nasconde differenze profonde

Le rilevazioni sulla ricchezza complessiva delle famiglie mostrano da anni una distanza marcata tra il valore medio e la distribuzione effettiva. Alla fine del 2025 la ricchezza netta media indicata da Bankitalia ammontava a 453.000 euro per nucleo. Nello stesso quadro, il 10% più ricco deteneva il 60,6% della ricchezza totale, mentre la metà meno abbiente ne possedeva il 7,2%.

Il dato del 2025 non è direttamente confrontabile con i circa 320.000 euro dell’indagine 2026. Le due rilevazioni hanno definizioni, campioni e metodologie differenti. Il confronto numerico, dunque, non permette di ricavare una variazione del patrimonio medio italiano tra i due anni.

Resta però un elemento comune: una media nazionale non descrive automaticamente la famiglia che si trova al centro della distribuzione. Anche la composizione degli asset cambia con il livello economico. Le famiglie meno abbienti concentrano gran parte delle attività in abitazioni e depositi; quelle più ricche dispongono di portafogli più diversificati, con una presenza maggiore di azioni, fondi, assicurazioni e partecipazioni.

Questa distanza incide sulla possibilità di beneficiare dei mercati finanziari. Quando le attività rischiose aumentano di valore, il guadagno tende a concentrarsi su chi le possiede già. Chi ha quasi tutto il patrimonio nella casa può vedere crescere il valore complessivo soltanto se salgono i prezzi immobiliari, senza ottenere per questo un reddito aggiuntivo o denaro da spendere.

La media, quindi, può nascondere esperienze molto lontane. Per alcuni nuclei il patrimonio comprende strumenti finanziari che possono essere venduti con relativa facilità; per altri coincide quasi interamente con l’abitazione. La cifra finale è la stessa categoria statistica, ma non produce la stessa sicurezza concreta.




Dott. Luca Rossoni

Il dott. Luca Rossi è un esperto analista finanziario con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle finanze. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi e ha lavorato per prestigiose istituzioni bancarie e società di consulenza. Specializzato in strategie di investimento e gestione del rischio, Luca ha aiutato numerosi clienti a ottimizzare i loro portafogli ...