Il grano, tra radici locali e importazioni, influenza qualità, sicurezza e percezioni dei consumatori. Differenze nelle tipologie, questioni sanitarie e trasparenza nell'etichettatura.
La pasta e il pane rappresentano emblemi del patrimonio gastronomico nazionale, ma ciò che molti ignorano è che spesso alla base di questi prodotti si trovano blend di diverse provenienze, come dalle ricerche a firma di Italmopa e CREA, dalle analisi del Ministero dell'Agricoltura e del Ministero della Salute e dai report scientifici di Melini e Aune.
L’immaginario collettivo associa la qualità e l’autenticità della pasta e del pane ai campi dorati del Sud Italia, in particolare della Puglia, della Sicilia o delle Marche. Tuttavia, la realtà documentata dalle statistiche e dagli esperti del settore smentisce questa percezione: la quantità di cereali raccolta annualmente nella Penisola non è sufficiente a coprire il fabbisogno delle industrie molitorie italiane, né a soddisfare la domanda interna ed estera di pasta e pane.
L’Italia trasforma ogni anno circa 6 milioni di tonnellate di grano duro in semola, di cui circa il 40% proviene da Paesi esteri come Canada, Francia e Stati Uniti. Questo dato, spesso sottaciuto o commercialmente smorzato, è fondamentale per comprendere perché la dicitura "prodotto in Italia" non necessariamente corrisponda a un’origine esclusivamente nazionale del grano. Il sistema produttivo nazionale si è storicamente avvalso dell’integrazione di materia prima di diversa origine, non sempre per mere questioni economiche, ma anche per ragioni tecniche e qualitative, volte a garantire costanza nella produzione e caratteristiche reologiche idonee ai processi industriali.
Il valore dei prodotti da forno italiani risiede non solo nell'origine del grano, ma anche nel sapere artigianale delle filiere, nella lavorazione, nei controlli di qualità e nel rispetto della normativa vigente, che resta una delle più stringenti dell’Unione Europea. E non tutti i raccolti italiani sono migliori di quelli stranieri.
Secondo Italmopa, nel 2025 la produzione interna di grano duro in Italia ha raggiunto circa 4,3 milioni di tonnellate, contro un fabbisogno totale superiore ai 6 milioni di tonnellate. Il raccolto nazionale, concentrato per oltre il 60% nelle regioni del Sud Italia, con Puglia, Sicilia, Marche ed Emilia-Romagna in testa, offre una base solida di sovranità alimentare pur mantenendo una dipendenza strutturale dalle importazioni estere. Questo deficit, storico e difficilmente colmabile senza profondi cambiamenti agricoli e di consumo, rende l’Italia uno dei principali importatori mondiali di grano duro. I motivi di questa necessità sono molteplici:
I prodotti italiani esportati all’estero superano il 60% delle ud paesane di pasta, il che accentua la pressione sul comparto cerealicolo nazionale. Da un lato, la tracciabilità risponde alle richieste dei consumatori per prodotti "italiani al 100%"; dall’altro, la filiera industriale, rappresentata da associazioni e consorzi come Italmopa, sottolinea l’impossibilità tecnica di rinunciare alle importazioni senza compromettere la competitività e la costanza dell’offerta.
Secondo analisi CREA e del Ministero dell'Agricoltura, solo poco più di 1/3 del grano duro raccolto in Italia supera il 13% di proteine, mentre circa il 30% si ferma sotto il 12%. Le industrie alimentari necessitano spesso di integrazioni con grano di forza estero (ad alto contenuto di glutine), per ottenere tenuta in cottura e pasta al dente. Negli ultimi anni sono cresciute filiere di grani antichi, più ricchi di alcuni micronutrienti e meno selezionati per la produttività. Tuttavia, la resa rimane minore e la pasta così ottenuta risulta diversa in consistenza e proprietà tecnologiche rispetto alle varietà moderne.
La sicurezza, poi, dipende anche dal sistema dei controlli. Campionature e analisi su base periodica a cura di Ministero della Salute e autorità sanitarie, sia sulle produzioni nazionali che su quelle importate. Anomalie nella frequenza e qualità dei controlli sulle importazioni, dovute anche alla vastità dei carichi e ai limiti logistici. Le aziende italiane, in aggiunta, fanno esami di autocontrollo prima della trasformazione della semola.
Il dibattito sulla qualità del grano nazionale rispetto a quello importato si divide tra percezioni identitarie, marketing e analisi scientifiche. Dal punto di vista normativo, i controlli sugli alimenti derivati da grano sono regolamentati a livello UE ed italiano (es. DPR 187/01), con limiti severi su contaminanti chimici (residui di fitofarmaci come il glifosato) e biologici (come le micotossine).
Il glifosato, erbicida vietato in Italia in fase di preraccolta, viene autorizzato in Canada e in altri paesi produttori, spesso per accelerare essiccazione e raccolta nei climi freddi. Secondo le analisi condotte dagli organismi istituzionali europei e italiani, le partite di grano importato risultano regolarmente ben al di sotto dei limiti di legge fissati dall’UE (max 10 ppm). La media dei campioni importati mostra valori di 0,1 ppm, nettamente inferiori ai limiti consentiti. Tuttavia, associazioni come Coldiretti e Grano Salus richiamano l’attenzione sui possibili rischi di contaminazione e sull’assenza di reciprocità normativa, sottolineando la necessità di una trasparenza massima soprattutto su residui e processi di desiccazione artificiale.
Le micotossine (come l’ocratossina A) rappresentano un altro fronte di attenzione: condizioni climatiche umide dei paesi di origine possono favorire lo sviluppo di muffe dannose, ma anche qui la filiera europea impone rigidi controlli sia all’importazione che nelle fasi successive di molitura e trasformazione.
Il confronto tra analisi multi-residuali condotte su lotti italiani precocemente raccolti in condizioni ottimali e quelli stranieri non evidenzia differenze sistematiche a svantaggio dell’uno o dell’altro, anche alla luce di report scientifici (es. Melini et al., 2020; Aune et al., 2016). Per tipologie di prodotto ad altissima specificità, i consumatori più attenti possono rivolgersi al segmento biologico, che adotta protocolli ancora più restrittivi rispetto ai limiti consentiti.
Il tema della trasparenza sull’origine delle materie prime è salito alla ribalta anche grazie a casi come quello di Divella, colosso del settore pastario. L’iniziativa promossa da Codacons e Adusbef con un esposto all’Antitrust accende i riflettori sulle pratiche di comunicazione ritenute ingannevoli che interessano alcune grandi aziende. Nello specifico, l’impiego di richiami cromatici "tricolore" e termini quali "Made in Italy" avrebbe indotto il consumatore a ritenere italiana anche la materia prima utilizzata, mentre in realtà si trattava spesso di blend di provenienze diverse.
Nonostante Divella abbia rispettato gli impegni formali con l’AGCM, inserendo la dicitura "grano coltivato in Italia e Paesi Ue e non Ue. Macinato in Italia", le modalità grafiche adottate sono risultate seconde rispetto agli elementi che enfatizzano l’italianità del prodotto, relegando l’informazione reale in second’ordine.
Il caso pone in evidenza la controversia tra valorizzazione del brand nazionale e reale diritto all’informazione, sollevando questioni di concorrenza leale e difficoltà dei produttori italiani di fronte a grani importati a prezzi spesso inferiori e con criteri produttivi meno restrittivi.
A sostegno dei consumatori si sono schierate le associazioni agricole e diversi organismi di controllo, chiedendo l’utilizzo di tecnologie innovative nella tracciabilità (es. risonanza magnetica, mappatura isotopica) e l’applicazione effettiva delle leggi per impedire frodi e "Italian Sounding". Divella, dal canto suo, rivendica il rispetto di tutte le norme e la chiusura positiva delle vicende AGCM senza ulteriori conseguenze giuridiche.
L’affidabilità e la sostenibilità della filiera italiana non si misurano soltanto sui risultati produttivi, ma anche sull’impatto ambientale e sociale. La coltivazione di grano nazionale beneficia di pratiche agricole sempre più sostenibili, grazie anche agli incentivi comunitari e agli accordi di filiera virtuosa che coinvolgono agricoltori, molini e imprese di trasformazione.
Tuttavia, il mercato globale esercita forti pressioni sulle aziende italiane che si scontrano con la concorrenza di grano estero, spesso venduto a prezzi più bassi perché prodotto in grandi aziende o Paesi con regolamentazioni meno severe per ambiente, diritti dei lavoratori e utilizzo di fitofarmaci.
La crisi dei prezzi al produttore, circa 19 cent/kg in Sicilia durante la trebbiatura 2026, mette a dura prova la sopravvivenza di centinaia di aziende agricole, aumentando il rischio di abbandono delle campagne e perdita di biodiversità. Per arginare tali rischi, sono stati avviati strumenti innovativi come la Commissione Unica Nazionale (CUN), destinata a garantire maggiore equità e trasparenza nella formulazione dei prezzi di riferimento.
Sul fronte ambientale, gli investimenti in agricoltura rigenerativa e biologica, la riduzione delle emissioni, il ricorso a varietà antiche e a pratiche a basso impatto restano elementi centrali per la tenuta del paesaggio e della tradizione. Dall’equilibrio fra esigenze socio-economiche e attenzione all’ecosistema agroalimentare dipenderà la resilienza della filiera nei prossimi anni.
Sulla scena nazionale emergono modelli virtuosi legati alla filiera corta, con esempi paradigmatici in regioni storicamente vocate come la Sardegna. Negli ultimi decenni, la superficie coltivata a grano nell’isola è crollata da oltre 100.000 ettari a meno di 24.000, lasciando all’importazione l’80% del fabbisogno. Il rischio di perdere il patrimonio di biodiversità e cultura alimentare viene però contrastato da realtà locali, cooperative e marchi che investono su:
Tali esperienze evidenziano un modello replicabile anche in altre aree: la filiera corta contribuisce non solo alla qualità del prodotto, ma anche al benessere dei produttori, mantenendo viva la cultura e riducendo l’impatto ambientale legato ai trasporti.
La Dott.ssa Sara Melchionda è un’esperta nel settore della sanità con oltre 15 anni di esperienza. Laureata in Tossicologia dell'ambiente e alimenti all'Università Statale di Lodi, ha sviluppato una solida competenza nelle tematiche legate alla sicurezza sanitaria, alla prevenzione dei rischi e alla valutazione degli effetti delle sostanze sulla salute. Nel corso della sua carriera ha collabora...