Dal primo licenziamento dovuto all'IA al magazziniere che si è giudicato da solo, passando per errori informatici e messaggi su WhatsApp: cinque casi insoliti che raccontano tendenze e limiti.
Il primo semestre del 2026 è stato segnato da episodi di allontanamento dal lavoro tanto insoliti quanto significativi per il contesto giuslavoristico italiano. Alcuni casi hanno attirato l'attenzione pubblica, e degli esperti, non solo per la loro peculiarità, ma per i rilevanti aspetti giuridici e tecnologici coinvolti. Tra le situazioni emerse, spiccano episodi in cui l'evoluzione tecnologica, la gestione delle informazioni digitali e le nuove modalità di comunicazione hanno profondamente influenzato non solo la vita dei lavoratori, ma anche le decisioni delle aziende e i pronunciamenti delle autorità giudiziarie.
La rassegna che segue prende in esame casi riguardanti professionisti di diversi settori, dal design digitale al magazzinaggio, passando per il personale amministrativo, coinvolti in provvedimenti di licenziamento che offrono spunti di riflessione sulle nuove dinamiche occupazionali e sulle responsabilità professionali richieste oggi. L'analisi tiene conto degl orientamenti giurisprudenziali, citando fonti normative e sentenze che hanno fatto scuola nel primo semestre di quest'anno.
Questi episodi sottolineano come il diritto del lavoro sia chiamato a confrontarsi con situazioni sempre più articolate, dalla diffusione dell'intelligenza artificiale all'impiego di strumenti di messaggistica nella gestione dei rapporti lavorativi, ponendo al centro temi di competenza, correttezza e tutela delle parti coinvolte.
Uno degli episodi più discussi in ambito lavorativo nel 2026 riguarda la legittimità di un licenziamento conseguente all'introduzione massiccia di intelligenza artificiale (IA) nei processi aziendali. Il riferimento è alla sentenza n. 9135 del Tribunale di Roma, giudizio divenuto noto a inizio anno, che si è pronunciato sulla vicenda di una graphic designer impiegata presso una società di cybersecurity.
L'azienda, nel contesto di una profonda riorganizzazione, ha potenziato i suoi processi produttivi adottando soluzioni di IA capaci di automatizzare molte delle attività precedentemente svolte manualmente dalla dipendente. Di conseguenza, la figura professionale in questione è stata considerata non più necessaria all'organizzazione, inducendo la società a interrompere il rapporto di lavoro. La particolarità del caso si ritrova nella motivazione del Tribunale:
Il punto decisivo non è stato l'effettivo danno economico subito dal datore di lavoro, ma la valutazione della condotta del dipendente secondo i criteri del dovere di lealtà e diligenza. Le motivazioni della sentenza sono particolarmente chiare:
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Fatto contestato |
Perdita di file aziendali |
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Sentenza |
Licenziamento per giusta causa |
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Elemento determinante |
Violazione di diligenza e fedeltà |
Tale pronuncia segna un passaggio importante nella giurisprudenza relativa alla gestione di asset digitali e costituisce un precedente utile per interpretare la portata degli obblighi in capo ai lavoratori che hanno accesso a strumenti informatici aziendali.
Un altro episodio che ha suscitato un ampio dibattito riguarda l'allontanamento di un lavoratore sorpreso a guardare video sullo smartphone mentre guidava un veicolo aziendale. La questione è stata esaminata dal Tribunale di Parma nella sentenza 541/2025, successivamente confermata dalla Cassazione nel 2026.
Il cuore della questione riguarda il rapporto tra il codice disciplinare interno e le norme di legge sulla sicurezza. Nel caso specifico, il dipendente riteneva legittimo il suo comportamento in assenza di un espresso divieto aziendale. Tuttavia, sia la magistratura di merito che la Suprema Corte hanno ritenuto la violazione del dovere di diligenza (art. 2104 c.c.) e delle disposizioni sul Codice della Strada:
Particolare interesse ha suscitato una vicenda caratterizzata da elementi quasi paradossali: un magazziniere licenziato per aver autoassolto se stesso da una responsabilità connessa ad anomalie nella gestione del magazzino.
La Cassazione, con ordinanza n. 7712/2026, ha confermato la giusta causa del provvedimento di allontanamento, evidenziando l'inopportunità del comportamento:
La crescente digitalizzazione delle comunicazioni lavorative ha portato all'emergere di nuove criticità, come dimostrato dalla sentenza n. 3405/2025 emessa dal Tribunale di Milano. Al centro della decisione, la legittimità di un licenziamento intimato tramite WhatsApp.
Secondo i giudici, i messaggi privati veicolati attraverso strumenti informali come WhatsApp o Telegram non possono costituire, in sé, elemento sufficiente per motivare una risoluzione del rapporto di lavoro:
La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...