La sanità territoriale italiana sta vivendo una fase di straordinario cambiamento. Da mesi, il dibattito sulla riforma della medicina generale è diventato terreno di fortissime tensioni tra governo, medici e cittadini. Urgono soluzioni concrete: le carenze di personale aggravano disservizi e attese, mentre intere regioni rischiano di restare scoperte dalle figure di riferimento più vicine ai cittadini. Esperti e operatori del settore mettono in guardia da errori che potrebbero minare la fiducia nell’intero sistema sanitario. Ma quali sono le vere poste in gioco della riforma Schillaci e perché tutto il Paese osserva con apprensione la trattativa?
Non basta ridefinire i contratti: servono garanzie di sostenibilità, equilibrio territoriale e rispetto della tradizione. Nei prossimi paragrafi si affrontano dettagli, dati ufficiali e voci di chi vive la trasformazione sul campo, tra timori, critiche e possibili soluzioni.
I punti chiave della riforma Schillaci: novità, benefici attesi e criticità sistemiche
La riforma dei medici di base proposta dal ministro della Salute, Orazio Schillaci, vuole rivoluzionare la medicina di famiglia in Italia introducendo la possibilità per i medici di base di diventare dipendenti pubblici del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), su base volontaria. Il modello prevede anche un doppio canale: mantenimento della convenzione per chi lo preferisce e possibilità di passare al rapporto di dipendenza. Quest’ultimo elemento promette cambiamenti profondi sia organizzativi sia culturali.
Obiettivi dichiarati:
- Integrare stabilmente i medici di medicina generale all’interno delle Case di Comunità, per rafforzare la presa in carico territoriale
- Snellire i carichi sugli ospedali, favorendo la gestione di cronicità e fragilità sul territorio
- Attrarre più professionisti verso la medicina generale, rendendola una specializzazione maggiormente riconosciuta e valorizzata
- Rivedere la remunerazione, spostandola dal numero di assistiti alla partecipazione attiva nella rete territoriale e nella cura dei pazienti cronici e fragili
Le principali novità nel dettaglio:
- Sistema misto: i medici di base potranno scegliere tra lavoro convenzionato e dipendente; nessun obbligo di passaggio, ma un percorso graduale che, secondo il Ministero, dovrebbe allargarsi nel tempo
- Case di Comunità: strutture multidisciplinari finanziate dal Pnrr, entro il 30 giugno 2026 dovrebbero essere pienamente operative; ad oggi, solo 781 delle circa 1.715 previste sono attive almeno con un servizio
- Vincoli di specializzazione: l’accesso al contratto da dipendente viene subordinato alla specializzazione in Medicina Generale; una misura che esclude di fatto un’intera generazione di medici per incompatibilità nei percorsi formativi pregressi
- Nuovi criteri di remunerazione: da un sistema legato agli assistiti a un compenso basato su indicatori quali il lavoro di rete, la cooperazione nell’équipe multidisciplinare e la gestione della complessità clinica
- Doppio binario organizzativo: preoccupa la coesistenza di personale con diverso status giuridico e retributivo all’interno della medicina territoriale
Il piano è stato presentato durante la Conferenza delle Regioni e, secondo le fonti istituzionali, punterebbe a una sanità «più efficiente e vicina» soprattutto ai cittadini più fragili. Sullo sfondo resta la
grave carenza di professionisti: tra il 2019 e il 2024 i medici di medicina generale in Italia sono diminuiti di oltre 5.000 unità, con oltre 5.700 posti vacanti stimati dal Ministero e una media di 1.383 pazienti seguiti da ogni medico, numeri superiori al livello ottimale.
| Indicatori chiave |
Valore attuale |
Obiettivo riforma |
| Numero di Case di Comunità attive (12/2025) |
781 |
1.715 (programmate) |
| Medici di base mancanti |
5.700 |
Eliminare carenza |
| Pazienti assistiti per medico |
1.383 |
Al di sotto dei livelli ottimali |
Criticità sottolineate dagli esperti:
- Perdita dell’autonomia professionale a favore di una maggiore burocratizzazione: timore principale di molti sindacati, che giudicano il modello «aziendalista» meno adatto ad affrontare le complessità umane del territorio
- Gestione del doppio binario: la presenza simultanea di medici convenzionati e dipendenti potrebbe creare confusione, disparità di trattamento, difficoltà operative e rischi di conflittualità interna
- Problemi nella ricollocazione di personale e collaboratori: si rischiano ricadute negative su almeno 35.000 lavoratori tra collaboratori amministrativi e infermieri
- Effetto deterrente sull’ingresso dei giovani: molti professionisti in formazione, scoraggiati dalla mancanza di prospettive certe, potrebbero evitare la medicina generale, aggravando la situazione
- Disparità territoriali: regioni con organizzazioni già avanzate temono un’imposizione centralizzata poco rispettosa dei modelli costruiti localmente in modo partecipato
Principali errori segnalati e potenziali soluzioni:
- Impostare la riforma senza un vero confronto con le rappresentanze e le Regioni, creando una distanza tra scelte normative e bisogni reali delle comunità locali
- Non tenere conto della storia professionale di chi già lavora come convenzionato: serve una fase transitoria chiara, che valorizzi l’esperienza maturata
- Investimenti insufficienti per supportare la transizione, rischiando di aggravare l’attuale carenza invece che colmarla
Azioni concrete suggerite dai sindacati e dagli esperti di programmazione sanitaria:
- Avviare tavoli di confronto permanente con sindacati, ordini professionali e Regioni
- Prevedere una valorizzazione reale della medicina generale come scelta specialistica, anche a livello economico e di percorsi di carriera
- Salvaguardare la libera scelta del medico e la capillarità sul territorio, in particolare nelle aree periferiche, montane e insulari
Dubbi, critiche e impatti sui pazienti e sul sistema sanitario e modifiche ancora possibili
L’introduzione del doppio canale e la prospettiva della dipendenza hanno scatenato una forte reazione diffusa tra medici, rappresentanti di categoria, Regioni e associazioni dei pazienti. Molti vedono nella riforma non solo una trasformazione sindacale, ma un cambio di paradigma che tocca, potenzialmente, la qualità dell’assistenza e il rapporto stesso tra cittadini e salute pubblica.
Temi di contestazione principali:
- Rischio di frattura del rapporto fiduciario: forte apprensione sul fatto che un medico assunto come dipendente possa non essere più percepito come professionista “di fiducia”, ma come “medico d’azienda”
- Perdita della libera scelta del proprio referente sanitario nei territori più svantaggiati
- Penalizzazione delle aree interne, rurali e periferiche: la progressiva chiusura degli studi privati e la minore attrattività rischiano di lasciare intere zone senza copertura stabile
- Impatto sulla continuità assistenziale: un sistema che non valorizza le storie professionali rischia di creare vuoti, interrompendo relazioni indispensabili nella gestione della cronicità e della fragilità
Voci e dati dal territorio:
- In Emilia-Romagna, il presidente De Pascale ha sottolineato come il mancato coinvolgimento delle Regioni potrebbe compromettere l’equilibrio dell’assistenza territoriale e generare disuguaglianze anche tra i lavoratori: «Nessuna riforma della sanità può funzionare senza un lavoro a quattro mani con i territori»
- La Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (Fimmg) e la Fimmg di Rimini hanno denunciato pubblicamente la penalizzazione della professione, temendo una destabilizzazione del modello capillare che ha sempre caratterizzato la sanità italiana; il sistema rischia di perdere la caratteristica della libera scelta del medico, considerata l’ultimo baluardo dai cittadini
- La Fimmg Abruzzo sottolinea come la “dipendenza selettiva” mini il rapporto fiduciario e peggiori la capacità di presa in carico, soprattutto nei piccoli centri; viene inoltre denunciata la difficoltà di garantire adeguata occupazione a tutto il personale oggi coinvolto negli studi privati
| Area |
Principale contestazione |
Impatto stimato |
| Regioni del Nord |
Assenza di prospettive di carriera per i giovani, rischio abbandoni |
Carenza medici e aumento accessi ai Pronto Soccorso |
| Aree montane e rurali |
Perdita della presenza capillare dei professionisti |
Aumento disuguaglianze e territori scoperti |
| Centri urbani |
Confusione organizzativa doppio canale |
Competizione interna e rallentamento processi |
Dibattito tra forze politiche ed esperti:
- Alcuni rappresentanti istituzionali, come il presidente della Regione Calabria e il governatore del Lazio, valutano la proposta come una possibile base di partenza, ma sottolineano la necessità di revisioni e del coinvolgimento degli attori territoriali
- Il mondo sindacale chiede una profonda revisione del metodo di lavoro, lamentando una scarsa condivisione e una progettazione troppo lontana dai bisogni concreti degli operatori
- Pediatri e specialisti sottolineano il rischio di concorrenza dannosa tra comparti diversi della sanità territoriale
Azioni di mitigazione e riflessioni operative suggerite:
- Avviare rapidamente negoziati regionali per salvaguardare le esperienze virtuose locali e individuare modelli ibridi personalizzati
- Prevedere incentivi economici e percorsi di valorizzazione mirati per chi si impegna nelle aree a maggiore rischio di desertificazione sanitaria
- Migliorare i criteri di accesso e transizione, per non disperdere il capitale umano ed evitare brusche rotture con il passato.
Tra
le modifiche ancora possibili per fugare i dubbi ed evitare le critiche, la nuova riforma potrebbe, per esempio, applicarsi principalmente ai nuovi ingressi (circa 10.000 previsti nei prossimi 5 anni), lasciando i medici attuali liberi di mantenere l'attuale convenzione.
Inoltre, i sindacati chiedono una maggiore flessibilità nel rapporto con le Case di Comunità e nei turni, con orari di lavoro decisamente meno impegnativi.
Se da un lato la riforma promette di modernizzare la medicina generale e di rafforzare la presa in carico, le modalità di attuazione rischiano di accentuare problemi già conosciuti: carenza di medici, perdita di fiducia dei pazienti, frammentazione del sistema territoriale. Solo una revisione degli strumenti di dialogo, una reale valorizzazione delle competenze sviluppate negli anni e investimenti mirati potranno evitare che i dubbi sulla riforma dei medici di base si traducano in nuove criticità, penalizzando cittadini e professionisti in un momento di massima fragilità per la sanità nazionale.
La Dott.ssa Sara Melchionda è un’esperta nel settore della sanità con oltre 15 anni di esperienza. Laureata in Tossicologia dell'ambiente e alimenti all'Università Statale di Lodi, ha sviluppato una solida competenza nelle tematiche legate alla sicurezza sanitaria, alla prevenzione dei rischi e alla valutazione degli effetti delle sostanze sulla salute. Nel corso della sua carriera ha collabora...