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Medici di base, pronto il decreto: numerosi e importanti modifiche e conseguenze sui pazienti

di Dott.ssa Marianna Bassetti pubblicato il

Il nuovo decreto Schillaci rivoluziona la medicina di base: ridefinisce il ruolo dei medici di famiglia, introduce cambiamenti organizzativi e ha impatti significativi sulle Case della Comunità e sulla sanità territoriale.

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Il panorama della medicina di base italiana è alle soglie di un cambiamento epocale: il Ministero della Salute ha presentato una bozza di decreto destinata a trasformare profondamente l’organizzazione dell’assistenza primaria. Tra tensioni sindacali e aspettative regionali, l’urgenza di un intervento legislativo nasce dalla necessità di garantire la piena operatività delle Case della Comunità, infrastrutture già finanziate ma ancora lontane dall’essere un punto di riferimento concreto per i cittadini. In questo scenario, l’obiettivo dichiarato è offrire cure più accessibili e risposte tempestive alle esigenze, soprattutto dei soggetti più fragili.

I dati più recenti dicono che la carenza di professionisti è ormai strutturale. Secondo la Fondazione Gimbe, tra il 2019 e il 2024 il numero dei medici di medicina generale è diminuito di oltre 5.000 unità, con più di 5.700 posti scoperti in tutto il Paese. Questo ha prodotto un sovraccarico di lavoro per i professionisti rimasti che, in media, gestiscono ciascuno più di 1.380 assistiti, oltre la soglia ottimale definita dagli standard nazionali. Un nuovo modello organizzativo appare dunque imprescindibile, sia per garantire la sostenibilità del sistema che per restituire attrattività alla professione.

Alla base della proposta normativa c’è il tentativo di superare le rigidità del passato: mantenendo la convenzione tradizionale, ma affiancandole una nuova possibilità di inquadramento. Il dibattito è acceso, come confermano le reazioni dei principali sindacati di categoria, che temono una perdita del rapporto fiduciario medico-paziente e chiedono un confronto più approfondito sulle ricadute pratiche.

Di fronte a una medicina di base spesso percepita come lenta e frammentaria, la riforma traccia una strada per passare a un modello più integrato, multidisciplinare e programmabile. Tuttavia, il successo di questa trasformazione dipenderà dalla capacità di mediare interessi divergenti e attuare rapidamente le novità organizzative, riducendo il rischio che le nuove strutture restino vuote o sottoutilizzate.

Nuovo assetto per i medici di famiglia: doppio canale, obblighi organizzativi e dipendenza selettiva

L’architettura della riforma poggia su un sistema a doppio canale: da una parte la convenzione, profondamente rinnovata nei contenuti e negli obblighi, dall’altra la possibilità di accedere a un rapporto di dipendenza pubblica su base selettiva e volontaria. Questo impianto rappresenta una risposta alle esigenze espresse dalle regioni e da molti giovani professionisti, ma genera forti discussioni all’interno della categoria.

Canale convenzionale riformato:

  • La convenzione resta il modello ordinario per la medicina generale e la pediatria di libera scelta.
  • Il pagamento non sarà più solo sulla base della “quota capitaria” (cioè il numero di pazienti assistiti), ma sarà agganciato anche al raggiungimento di specifici obiettivi, come l’attività nelle Case della Comunità, la presa in carico di pazienti fragili e la partecipazione effettiva alla rete territoriale.
  • Obblighi minimi strutturali introdotti includono la presenza obbligatoria nelle Case della Comunità, l’uso di sistemi informativi interoperabili, audit, verifiche sull’appropriatezza prescrittiva e integrazione multiprofessionale con infermieri, amministrativi e specialisti.
  • L’inserimento nella rete dei servizi territoriali trasforma il medico convenzionato in “funzione territoriale”, responsabile dell’efficienza collettiva.
Questo nuovo modello, pensato per garantire una copertura capillare e la continuità delle cure da parte di medici di base, mira a evitare la rigidità del passato, dove la prestazione era centrata sul singolo studio individuale e poco integrata con gli altri attori della rete sanitaria.

Doppio canale e dipendenza selettiva:

  • Accanto alla convenzione, il provvedimento introduce la dipendenza pubblica, opzionale e destinata inizialmente solo a funzioni particolarmente strutturate (come il coordinamento delle Case della Comunità e la continuità assistenziale integrata).
  • La dipendenza selettiva è programmata e progressiva: l’accesso avviene su base volontaria, non generalizzata, ed è riservato a chi possiede determinati titoli (come una specializzazione).
  • Le Regioni assumono un ruolo centrale nella definizione dei fabbisogni, dei contingenti e delle priorità territoriali per attivare i contratti di dipendenza.
  • La convenzione viene confermata per la maggior parte dei medici, ma la funzione dipendente offre una possibilità di carriera alternativa, soprattutto ai più giovani e a chi desidera un rapporto lavorativo simile a quello ospedaliero.
L’innovazione della remunerazione rappresenta uno degli snodi più delicati: si passa da un sistema incentrato sul semplice numero di assistiti a un modello basato sulla “quota a obiettivo”, in cui pesano il grado di partecipazione alla rete territoriale, la complessità dei casi seguiti e la presenza costante nelle strutture di prossimità.

Per evitare squilibri e tutelare la sostenibilità della previdenza di categoria, la fase di transizione prevede regole chiare su titoli di accesso, equipollenze, formazione, e sul coordinamento tra il vecchio rapporto convenzionale e quello dipendente. Non è prevista una trasformazione automatica per tutti i professionisti: le soluzioni sono “graduate, selettive e orientate al bisogno organizzativo effettivo”.

Caratteristiche Canale convenzionale riformato Dipendenza selettiva
Rapporto di lavoro Autonomo (convenzione) Dipendente pubblico, volontario
Remunerazione Quota capitaria + obiettivi Stipendio pubblico + coordinamento
Accesso Titolo di formazione regionale Titolo + specializzazione, su bando
Obblighi Case della Comunità, rete territoriale, audit Funzioni organizzate, leadership, CdC hub

Rafforzamento del ruolo delle Regioni e digitalizzazione

Le Regioni, secondo la bozza, diventano registe della programmazione operativa: dovranno mappare fabbisogni, definire standard minimi, priorità, sedi e definire i contingenti per l’accesso alla dipendenza pubblica. Tra le innovazioni, spicca la spinta alla digitalizzazione: saranno obbligatori interoperabilità informatica, flussi digitali e l’uso di strumenti di telemedicina e telemonitoraggio. È esplicitato l’obiettivo di ridurre il carico burocratico a vantaggio delle attività cliniche e della presa in carico effettiva dei pazienti.

Il nuovo assetto, nella visione degli estensori, vuole portare la medicina generale a un livello di accountability paragonabile ad altri settori del SSN, rendendo misurabili risultati e responsabilità.

Impatto sulle Case della Comunità, sui pazienti e le conseguenze sulla sanità territoriale

Le Case della Comunità vengono individuate come fulcro della nuova sanità territoriale: quasi 2.000 sedi saranno attivate e finanziate entro giugno 2026 tramite il Pnrr, ma solo alcune (781 al 2025) sono già operative. Il decreto prevede che il personale medico e sanitario in esse coinvolto diventi una componente stabile dell’assistenza di prossimità, superando il vecchio concetto di ambulatorio isolato.

Ecco le principali novità e conseguenze del cambiamento:

  • I cittadini troveranno équipe multiprofessionali (medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali, pediatri) che dovranno collaborare nella gestione dei pazienti cronici e fragili, riducendo la frammentazione delle cure.
  • Potenziamento dei servizi offerti nelle Case della Comunità: visite, diagnostica di base, campagne vaccinali, telemedicina e programmi di presa in carico domiciliare.
  • L’operatività h24 e nei festivi sarà assicurata dalla presenza di personale anche su turnazione e con incarichi di coordinamento riservati ai professionisti che optano per il rapporto dipendente.
  • L’accesso dei cittadini ai servizi territoriali dovrebbe diventare più diretto e veloce, contrastando i tempi di attesa negli ospedali e alleggerendo il carico dei pronto soccorso.
  • Più garanzie di continuità assistenziale per i pazienti cronici, con protocolli di presa in carico strutturati, monitoraggio clinico, valutazione periodica dei bisogni e verifica dei risultati di salute.
Criticità, rischi e resistenze

Non mancano le aree di incertezza e le perplessità espresse sia da professionisti che da rappresentanze sindacali:

  • Il rischio di perdita del rapporto fiduciario medico-paziente, in particolare se il personale delle Case della Comunità ruota spesso o viene gestito su base prevalentemente burocratica.
  • Critiche sulla fase transitoria e sulle regole d’accesso: la selettività richiesta potrebbe penalizzare chi sta seguendo percorsi formativi tradizionali o chi si trova a metà carriera.
  • Sostenibilità della cassa previdenziale: se un numero crescente di professionisti sceglie il rapporto dipendente, si dovranno ripensare i meccanismi di contribuzione di categoria (come il fondo Enpam).
  • Rischio che alcune strutture restino sottoutilizzate per carenza di personale o incompleta attuazione regionale.
  • Persistenza di differenze tra territori: la maggiore discrezionalità affidata alle Regioni può generare disparità nell’offerta dei servizi.
Sfide e indicazioni pratiche per l’attuazione
  • Attenta mappatura dei fabbisogni locali e definizione delle priorità, per integrare il personale senza disperdere risorse.
  • Formazione continua su modelli organizzativi moderni, digitalizzazione e lavoro multiprofessionale.
  • Monitoraggio degli indicatori di performance e valutazione dei risultati clinici raggiunti, secondo un modello di “accountability” già consolidato negli ospedali pubblici.
  • Gradualità nell’implementazione: il percorso su doppio canale permette correzioni in corso d’opera e risponde meglio alle esigenze di flessibilità.





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Dott.ssa Marianna Bassetti

La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...

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