Il nuovo decreto Schillaci rivoluziona la medicina di base: ridefinisce il ruolo dei medici di famiglia, introduce cambiamenti organizzativi e ha impatti significativi sulle Case della Comunità e sulla sanità territoriale.
Il panorama della medicina di base italiana è alle soglie di un cambiamento epocale: il Ministero della Salute ha presentato una bozza di decreto destinata a trasformare profondamente l’organizzazione dell’assistenza primaria. Tra tensioni sindacali e aspettative regionali, l’urgenza di un intervento legislativo nasce dalla necessità di garantire la piena operatività delle Case della Comunità, infrastrutture già finanziate ma ancora lontane dall’essere un punto di riferimento concreto per i cittadini. In questo scenario, l’obiettivo dichiarato è offrire cure più accessibili e risposte tempestive alle esigenze, soprattutto dei soggetti più fragili.
I dati più recenti dicono che la carenza di professionisti è ormai strutturale. Secondo la Fondazione Gimbe, tra il 2019 e il 2024 il numero dei medici di medicina generale è diminuito di oltre 5.000 unità, con più di 5.700 posti scoperti in tutto il Paese. Questo ha prodotto un sovraccarico di lavoro per i professionisti rimasti che, in media, gestiscono ciascuno più di 1.380 assistiti, oltre la soglia ottimale definita dagli standard nazionali. Un nuovo modello organizzativo appare dunque imprescindibile, sia per garantire la sostenibilità del sistema che per restituire attrattività alla professione.
Alla base della proposta normativa c’è il tentativo di superare le rigidità del passato: mantenendo la convenzione tradizionale, ma affiancandole una nuova possibilità di inquadramento. Il dibattito è acceso, come confermano le reazioni dei principali sindacati di categoria, che temono una perdita del rapporto fiduciario medico-paziente e chiedono un confronto più approfondito sulle ricadute pratiche.
Di fronte a una medicina di base spesso percepita come lenta e frammentaria, la riforma traccia una strada per passare a un modello più integrato, multidisciplinare e programmabile. Tuttavia, il successo di questa trasformazione dipenderà dalla capacità di mediare interessi divergenti e attuare rapidamente le novità organizzative, riducendo il rischio che le nuove strutture restino vuote o sottoutilizzate.
L’architettura della riforma poggia su un sistema a doppio canale: da una parte la convenzione, profondamente rinnovata nei contenuti e negli obblighi, dall’altra la possibilità di accedere a un rapporto di dipendenza pubblica su base selettiva e volontaria. Questo impianto rappresenta una risposta alle esigenze espresse dalle regioni e da molti giovani professionisti, ma genera forti discussioni all’interno della categoria.
Canale convenzionale riformato:
Doppio canale e dipendenza selettiva:
Per evitare squilibri e tutelare la sostenibilità della previdenza di categoria, la fase di transizione prevede regole chiare su titoli di accesso, equipollenze, formazione, e sul coordinamento tra il vecchio rapporto convenzionale e quello dipendente. Non è prevista una trasformazione automatica per tutti i professionisti: le soluzioni sono “graduate, selettive e orientate al bisogno organizzativo effettivo”.
| Caratteristiche | Canale convenzionale riformato | Dipendenza selettiva |
| Rapporto di lavoro | Autonomo (convenzione) | Dipendente pubblico, volontario |
| Remunerazione | Quota capitaria + obiettivi | Stipendio pubblico + coordinamento |
| Accesso | Titolo di formazione regionale | Titolo + specializzazione, su bando |
| Obblighi | Case della Comunità, rete territoriale, audit | Funzioni organizzate, leadership, CdC hub |
Rafforzamento del ruolo delle Regioni e digitalizzazione
Le Regioni, secondo la bozza, diventano registe della programmazione operativa: dovranno mappare fabbisogni, definire standard minimi, priorità, sedi e definire i contingenti per l’accesso alla dipendenza pubblica. Tra le innovazioni, spicca la spinta alla digitalizzazione: saranno obbligatori interoperabilità informatica, flussi digitali e l’uso di strumenti di telemedicina e telemonitoraggio. È esplicitato l’obiettivo di ridurre il carico burocratico a vantaggio delle attività cliniche e della presa in carico effettiva dei pazienti.
Il nuovo assetto, nella visione degli estensori, vuole portare la medicina generale a un livello di accountability paragonabile ad altri settori del SSN, rendendo misurabili risultati e responsabilità.
Le Case della Comunità vengono individuate come fulcro della nuova sanità territoriale: quasi 2.000 sedi saranno attivate e finanziate entro giugno 2026 tramite il Pnrr, ma solo alcune (781 al 2025) sono già operative. Il decreto prevede che il personale medico e sanitario in esse coinvolto diventi una componente stabile dell’assistenza di prossimità, superando il vecchio concetto di ambulatorio isolato.
Ecco le principali novità e conseguenze del cambiamento:
Non mancano le aree di incertezza e le perplessità espresse sia da professionisti che da rappresentanze sindacali:
La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...