In molte aree interne d'Italia, dove le istituzioni e i grandi capitali spesso non arrivano, sono i pensionati a fare la differenza. Ex operai, ex maestre, ex muratori e contadini in pensione stanno diventando i veri custodi dei borghi italiani a rischio abbandono, trasformando vecchie case in bed and breakfast, o allestendo musei informali della c
In molte aree interne d'Italia, dove le istituzioni e i grandi capitali spesso non arrivano, sono i pensionati a fare la differenza. Ex operai, ex maestre, ex muratori e contadini in pensione stanno diventando i veri custodi dei borghi italiani a rischio abbandono, trasformando vecchie case in bed and breakfast, allestendo musei informali della civiltà contadina e, in almeno un caso documentato in Calabria, ricostruendo con le proprie mani una chiesa abbandonata. Una rete silenziosa e diffusa che sta riscrivendo, paese dopo paese, il destino di territori che sembravano condannati allo spopolamento.
Secondo diverse ricerche sul fenomeno dei borghi italiani a rischio, in Italia ci sono migliaia di piccoli comuni con meno di duemila abitanti, molti dei quali hanno un'età media della popolazione superiore ai sessanta anni. Proprio da questa fascia anagrafica, spesso descritta come un problema demografico, sta però arrivando una delle risposte più concrete alla crisi dei borghi.
Non si tratta di iniziative isolate, ma di veri e propri gruppi di pensionati locali che si organizzano in comitati, associazioni culturali o semplici gruppi informali di vicinato. Persone che, terminata la vita lavorativa, invece di lasciare il paese natale per raggiungere figli e nipoti altrove, hanno scelto di restare e di investire tempo, energie e in molti casi risparmi personali nella cura del proprio borgo.
Il risultato è un modello di rigenerazione dal basso che non aspetta bandi europei o grandi investitori, ma parte da chi il paese lo conosce da sempre: le vie strette, le case di famiglia rimaste vuote, gli attrezzi agricoli custoditi in cantina, le storie tramandate a voce.
Il caso più noto è probabilmente quello di Civita di Bagnoregio, nel Viterbese, celebre in tutto il mondo come "il paese che muore" per via dell'erosione della rupe di tufo su cui sorge. Negli ultimi decenni, però, accanto alla fama legata al rischio geologico, si è consolidata un'altra storia, quella di residenti anziani che hanno deciso di non arrendersi.
Diverse famiglie di pensionati hanno riaperto le case ereditate dai genitori e dai nonni trasformandole in piccoli B&B a conduzione familiare, spesso gestiti direttamente dai proprietari over sessanta o settanta, che accolgono i turisti raccontando personalmente la storia del borgo. Altri hanno recuperato antiche cantine e fienili per farne botteghe artigiane, dove si vendono ceramiche, prodotti tipici e oggetti legati alla tradizione contadina locale.
Non meno importante è la nascita di piccoli musei informali della civiltà contadina, spesso allestiti negli spazi domestici stessi: aratri, telai, utensili da cucina in rame, attrezzi da lavoro nei campi, tutto conservato e mostrato ai visitatori come testimonianza di un mondo che rischiava di scomparire insieme al paese. Questi micro musei, gestiti quasi sempre a titolo volontario da residenti anziani, sono oggi parte integrante dell'offerta turistica di Civita di Bagnoregio, che ogni anno richiama centinaia di migliaia di visitatori.
Un percorso per certi versi simile ha riguardato Santo Stefano di Sessanio, borgo medievale in provincia dell'Aquila, nel cuore del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, gravemente colpito anche dal terremoto del 2009. Anche qui, accanto ai progetti di albergo diffuso che hanno contribuito a rilanciare l'economia locale, un ruolo fondamentale è stato svolto dagli abitanti più anziani.
Gruppi di pensionati del posto hanno rimesso a nuovo abitazioni di famiglia trasformandole in piccole strutture ricettive, spesso in affiancamento o in alternativa ai grandi progetti di albergo diffuso, mantenendo così la proprietà e la gestione delle case nelle mani della comunità locale. Altri hanno recuperato la tradizione della lenticchia di Santo Stefano di Sessanio, presidio Slow Food, curando piccoli appezzamenti di terra e valorizzando un prodotto simbolo dell'identità del borgo.
Anche qui non mancano iniziative di valorizzazione della memoria contadina: raccolte di attrezzi agricoli, testimonianze fotografiche, piccole esposizioni permanenti curate da chi in quei campi ci ha lavorato per una vita intera. Un patrimonio che senza l'impegno diretto degli anziani residenti sarebbe andato disperso in pochi anni.
Ciò che accomuna Civita di Bagnoregio, Santo Stefano di Sessanio e decine di altri borghi italiani quasi abbandonati è il ruolo delle case di famiglia. Non alberghi costruiti da zero, non strutture calate dall'alto da investitori esterni, ma abitazioni che appartenevano già ai nonni e ai genitori, spesso rimaste chiuse per anni dopo la partenza dei figli verso le città.
I pensionati che sono rimasti nei borghi hanno scelto di riaprire quelle porte, di rimettere a nuovo tetti e infissi, di trasformare le vecchie camere in stanze per gli ospiti. Un'operazione che ha un duplice valore: da un lato genera un piccolo reddito integrativo alla pensione, dall'altro impedisce che case e paesi si svuotino definitivamente, mantenendo viva l'anagrafe comunale e, con essa, servizi essenziali come scuole, farmacie e uffici postali che altrimenti rischierebbero la chiusura.
Se le storie di Civita di Bagnoregio e Santo Stefano di Sessanio raccontano un fenomeno collettivo, quella di Domenico Rotella rappresenta forse il caso più straordinario di impegno individuale documentato in Italia negli ultimi anni. Rotella, ex muratore in pensione originario del crotonese, in Calabria, ha dedicato anni della propria vita al restauro completo di una piccola chiesa di campagna abbandonata.
L'edificio religioso, situato in una zona rurale del crotonese, versava da tempo in condizioni di degrado: tetto pericolante, intonaci caduti, umidità diffusa, arredi sacri ormai deteriorati. Nessun ente pubblico né alcuna diocesi aveva a disposizione i fondi necessari per un intervento di restauro completo in tempi brevi. È stato allora che Rotella, forte di una vita intera passata in cantiere, ha deciso di intervenire da solo.
Utilizzando i risparmi della propria pensione per acquistare materiali edili, e mettendo a disposizione le competenze tecniche accumulate in decenni di lavoro come muratore, ha lavorato praticamente in solitaria per anni, portando avanti il cantiere nei ritagli di tempo, giorno dopo giorno, senza clamore mediatico e senza aspettarsi alcun compenso. Un'opera silenziosa fatta di impasti di malta, tegole rimesse a posto, murature consolidate e intonaci rifatti a mano, con la pazienza e la precisione tipiche di chi il mestiere lo ha fatto per una vita intera.
Oggi la piccola chiesa di campagna restaurata da Domenico Rotella è tornata pienamente agibile ed è utilizzata per celebrare matrimoni e battesimi, tornando a essere un punto di riferimento per la comunità del territorio. Una storia che ha commosso chi l'ha conosciuta e che rappresenta bene lo spirito con cui in molte aree interne d'Italia i pensionati stanno diventando, di fatto, i restauratori silenziosi del patrimonio storico e religioso del paese.
Il fenomeno dello spopolamento delle aree interne italiane è noto da decenni: dagli anni Sessanta in poi, milioni di persone hanno lasciato paesi di montagna e collina per trasferirsi nelle città o all'estero, in cerca di lavoro. Il risultato è che oggi in Italia esistono centinaia di borghi con pochi residenti, età media molto elevata e un patrimonio edilizio e culturale a forte rischio di abbandono.
In questo scenario, senza interventi, il destino di molti di questi paesi sarebbe segnato: case chiuse, chiese sconsacrate, tradizioni perdute, servizi pubblici azzerati. È qui che l'iniziativa dei residenti anziani, spesso sottovalutata dal dibattito pubblico sul tema, sta invece producendo effetti concreti e misurabili in termini di flussi turistici, presenze e riapertura di piccole attività economiche.
Le esperienze di Civita di Bagnoregio, Santo Stefano di Sessanio e del crotonese dimostrano che la rigenerazione dei borghi non passa necessariamente da grandi capitali esterni, ma può partire dal basso, dalla volontà di chi quei paesi li abita da una vita. Alcuni elementi sembrano ricorrere in tutte queste storie di successo:
La valorizzazione del patrimonio familiare, con case e terreni tramandati da generazioni che tornano a nuova vita invece di restare chiusi. Il coinvolgimento diretto dei residenti anziani, portatori di competenze artigianali, agricole ed edilizie ormai rare. Il sostegno reciproco tra vicini, spesso organizzato in piccole associazioni o comitati informali. L'attenzione all'autenticità, con proposte turistiche legate a tradizioni, prodotti e mestieri realmente radicati nel territorio.
Un modello che, se sostenuto anche da politiche pubbliche mirate, come incentivi al recupero edilizio nei piccoli comuni o programmi di formazione per il turismo rurale, potrebbe essere replicato in molte altre aree interne italiane a rischio spopolamento, valorizzando proprio quella generazione di pensionati che finora è stata vista soprattutto come un problema demografico e che invece si sta rivelando una risorsa preziosa per il futuro dei borghi.
La dott.ssa Serena Benedetti è un'esperta previdenziale con oltre 15 anni di esperienza nel campo della consulenza e dell'assistenza previdenziale. Laureata in Economia e Commercio, ha dedicato la sua carriera all'analisi delle politiche pensionistiche e alla consulenza su temi legati al welfare e alla previdenza sociale. Grazie alla sua competenza, ha collaborato con diversi...