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Quanti anni di vita gli italiani lavorano e quanto stanno in pensione: i conti non tornano

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di Dott.ssa Serena Benedetti pubblicato il

Secondo i dati recenti, attualmente, per ogni tre anni di lavoro, un italiano ne trascorre quasi due in pensione. Un equilibrio che mette sotto pressione il sistema a ripartizione, in cui le pensioni di oggi sono pagate dai contributi dei lavoratori di oggi.

La domanda sembra semplice, ma i numeri che emergono dai rapporti europei sul mercato del lavoro raccontano una storia tutt'altro che rassicurante. Quanti anni lavorano davvero gli italiani? E per quanti anni godono della pensione? Il confronto con il resto d'Europa rivela un equilibrio fragile, strutturalmente difficile da sostenere nel lungo periodo. 

Il dato di partenza: 33 anni di vita lavorativa

Partiamo dalla cifra più emblematica. In Italia la durata attesa della vita lavorativa si ferma a 33 anni. Si tratta del secondo valore più basso dell'Unione Europea, superato in negativo solo dalla Romania. Il distacco rispetto alla media europea è netto: 4,5 anni in meno rispetto alla media UE di 37,5 anni.

Questo dato non è semplicemente una statistica astratta. Significa che un lavoratore italiano, nel corso della sua vita, contribuisce al sistema previdenziale per un periodo significativamente inferiore rispetto ai colleghi tedeschi, francesi o olandesi. E questo squilibrio ha conseguenze dirette sulla sostenibilità del sistema pensionistico, nonostante si vada verso la prospettiva di una pensione sempre più in ritardo per i lavoratori italiani nei prossimi anni.

Quanto si vive e quanto si sta in pensione: i conti

Incrociando ora i dati demografici con quelli lavorativi. L'aspettativa di vita alla nascita in Italia ha raggiunto circa 84,2 anni, tra le più alte d'Europa. Chi compie 65 anni oggi può aspettarsi di vivere, in media, altri 21 anni.

Se l'età media effettiva di pensionamento si colloca intorno ai 64-65 anni, il calcolo è immediato: circa 20 anni da pensionato a fronte di 33 anni lavorati. Un rapporto che non trova paragoni simili in nessun altro grande Paese europeo, anche se si tratta di un dato che potrebbe essere completamente capovolto nei prossimi anni, considerando che si allungerà sempre più l'età per andare in pensione, e probabilmente non per tutti ci sarà anche un allungamento della vita effettiva.

Ciò che oggi, dunque, accade è che per ogni tre anni di lavoro, un italiano ne trascorre quasi due in pensione. Un equilibrio che mette sotto pressione il sistema a ripartizione, in cui le pensioni di oggi sono pagate dai contributi dei lavoratori di oggi. Meno anni di lavoro, meno entrate; più anni di pensione, più uscite.

Il nodo della salute, si vive a lungo ma non in forma, e il divario di genere, il dato più critico

C'è un argomento che viene spesso usato per giustificare un'ulteriore estensione dell'età pensionabile: "si vive più a lungo, quindi si può lavorare più a lungo". I dati, però, raccontano una storia diversa.

In Italia gli uomini possono aspettarsi 59,8 anni di vita in buona salute, mentre le donne scendono a appena 56,6 anni: un minimo storico. Si vive di più, certo, ma non necessariamente meglio. Gli ultimi anni di vita sono spesso segnati da patologie croniche, limitazioni fisiche e ridotta autonomia.

Questo significa che allungare meccanicamente l'età pensionabile non è una soluzione indolore, soprattutto perchè gli importi finali saranno sempre più dimezzati. Obbligare a lavorare oltre i 62-63 anni chi svolge lavori fisicamente usuranti o chi ha iniziato a manifestare problemi di salute non è solo socialmente discutibile: è anche una misura che rischia di produrre più costi sanitari e sociali di quanti ne risparmierebbe sul fronte previdenziale.

Se il quadro generale è preoccupante, quello femminile è direttamente critico. In Italia la durata attesa della vita lavorativa delle donne è di appena 28,4 anni, contro una media europea di 35,4 anni. Il divario tra uomini e donne raggiunge 8,9 anni, il più elevato di tutta l'Unione Europea.

Questo dato non sorprende se si considera che il tasso di occupazione femminile in Italia si ferma al 58%, quasi 13 punti percentuali sotto la media UE. Le donne italiane entrano più tardi nel mercato del lavoro, lo abbandonano prima o in modo più discontinuo, spesso per farsi carico di compiti di cura familiare non retribuiti.

Il risultato è un doppio svantaggio: maturano meno contributi nel corso della vita, accumulando pensioni più basse, e restano fuori dal mercato del lavoro per periodi prolungati. Il gender gap previdenziale italiano è una questione strutturale che richiede interventi ben oltre le semplici modifiche alle regole pensionistiche.

Il confronto europeo...

Per capire davvero la portata del problema, basta guardare oltre confine. La vita lavorativa attesa raggiunge 40,2 anni in Germania, 37,5 anni in Francia, 36,8 anni in Spagna. Ma è il dato olandese a fare più effetto: nei Paesi Bassi la durata attesa della vita lavorativa arriva a 44 anni: ben 11 anni in più rispetto all'Italia.

Non si tratta di Paesi con sistemi economici incomparabili al nostro. Francia e Spagna hanno strutture del mercato del lavoro per molti versi simili all'Italia. Eppure il divario persiste, e in alcuni casi si è allargato negli ultimi anni. L'Italia non è solo indietro: sta perdendo terreno.

Tra il 2015 e il 2025, la Germania è passata da 37,9 a 40,2 anni di vita lavorativa attesa. La Francia da 34,9 a 37,5. L'Italia, nello stesso periodo, non ha recuperato il ritardo e ha anzi perso ulteriore terreno rispetto alla Francia e alla media europea.

Le cause sono note e strutturali:

  • Ingresso tardivo dei giovani nel mercato del lavoro. La combinazione di percorsi universitari lunghi, scarsa offerta di lavoro qualificato e diffusione del lavoro precario fa sì che molti giovani italiani inizino a contribuire al sistema in ritardo rispetto ai coetanei europei.
  • Discontinuità di carriera. La precarizzazione del lavoro negli ultimi vent'anni ha prodotto carriere frammentate, con periodi di disoccupazione, lavoro irregolare o part-time involontario che riducono la copertura contributiva effettiva.
  • Bassa occupazione femminile. Come già evidenziato, il mancato sfruttamento del potenziale lavorativo femminile è forse il fattore più significativo. Portare il tasso di occupazione femminile alla media europea significherebbe aggiungere milioni di anni-contributo al sistema ogni anno.
A queste cause strutturali si aggiungono fattori geografici: il divario tra Nord e Sud Italia in termini di occupazione, qualità del lavoro e accesso ai servizi è uno dei più acuti d'Europa, e pesa in modo significativo sulle medie nazionali.

Il meccanismo automatico che non basta

Il sistema pensionistico italiano prevede un meccanismo di adeguamento automatico dell'età pensionabile all'aspettativa di vita. In teoria, all'aumentare della longevità, dovrebbe aumentare anche l'età per andare in pensione. Un meccanismo razionale sulla carta.

Nella pratica, però, questo meccanismo non affronta le cause profonde del problema. Alzare l'età pensionabile senza aumentare la durata effettiva della vita lavorativa non produce risparmi reali: produce semplicemente più disoccupati anziani, più lavoratori in cassa integrazione o invalidità, più persone che finiscono comunque a carico del sistema pubblico attraverso altri canali.

Il punto è che il problema italiano non è principalmente l'età di uscita dal lavoro, ma la bassa partecipazione al mercato del lavoro lungo tutto l'arco della vita attiva. I giovani entrano tardi. Le donne partecipano poco. I lavoratori over 55 escono prima del previsto per accordi aziendali o difficoltà nel trovare impiego.

Finché non si interviene su questi nodi, qualsiasi riforma dell'età pensionabile rischia di essere una soluzione cosmetica a un problema sistemico.






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Dott.ssa Serena Benedetti

La dott.ssa Serena Benedetti è un'esperta previdenziale con oltre 15 anni di esperienza nel campo della consulenza e dell'assistenza previdenziale. Laureata in Economia e Commercio, ha dedicato la sua carriera all'analisi delle politiche pensionistiche e alla consulenza su temi legati al welfare e alla previdenza sociale. Grazie alla sua competenza, ha collaborato con diversi...