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Il cervello elimina ciò che non serve: il pruning sul lavoro e nella vita di tutti i giorni

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di Dott.ssa Marianna Bassetti pubblicato il

Durante lo sviluppo, il cervello attraversa fasi di produzione abbondante di connessioni, seguite da processi di selezione e riorganizzazione.

Perché alcune competenze diventano più solide, mentre altre sembrano svanire quando smettiamo di esercitarle? Il cervello modifica continuamente il proprio modo di funzionare: costruisce connessioni, rafforza quelle coinvolte nell’apprendimento e, in determinate condizioni, ne elimina altre. Uno dei processi che contribuiscono a questa riorganizzazione si chiama pruning sinaptico, espressione traducibile come “potatura delle sinapsi”.

L’immagine richiama il lavoro del giardiniere che taglia alcuni rami per favorire lo sviluppo della pianta. Nel sistema nervoso, però, la selezione riguarda connessioni tra neuroni e risponde a meccanismi biologici complessi. Dire che il cervello “elimina ciò che non serve” offre una sintesi intuitiva, purché non venga interpretata come una cancellazione automatica di informazioni inutili: il pruning non coincide con ogni dimenticanza, né permette di scegliere consapevolmente quali ricordi rimuovere.

Da qui nasce il collegamento con il lavoro e la vita di ogni giorno. Imparare una procedura, modificare un’abitudine o abbandonare un metodo diventato superfluo richiede una selezione tra comportamenti diversi. Quando si parla di pruning applicato all’organizzazione personale, il termine assume quindi un significato metaforico: rivedere ciò che assorbe attenzione e tempo, per dare spazio alle attività che meritano di essere coltivate.

Che cos’è il pruning e che cosa elimina davvero il cervello

Le sinapsi sono punti di comunicazione attraverso i quali i neuroni trasmettono segnali. Durante lo sviluppo, il cervello attraversa fasi di produzione abbondante di connessioni, seguite da processi di selezione e riorganizzazione. Il pruning contribuisce a rimodellare questi circuiti attraverso l’eliminazione di una parte delle sinapsi: riguarda dunque i collegamenti, senza implicare necessariamente la scomparsa dei neuroni che li formano.

La potatura segue tempi differenti nelle diverse aree cerebrali. Uno studio pubblicato su PNAS, condotto da Zdravko Petanjek e colleghi su tessuti umani, ha documentato una prolungata riorganizzazione delle spine dendritiche della corteccia prefrontale, piccole strutture che ospitano molte sinapsi eccitatorie. Nei tipi di neuroni esaminati, il processo si estendeva fino al terzo decennio di vita: un risultato che mostra quanto la maturazione cerebrale possa essere lunga e articolata.

Sarebbe però riduttivo immaginare una regola assoluta secondo cui ogni connessione poco utilizzata viene eliminata. L’attività dei circuiti interagisce con programmi di sviluppo, segnali molecolari ed esperienza. Il cervello non assegna alle sinapsi un valore equivalente a quello che una persona attribuisce a un progetto, a un ricordo o a una relazione.

Quando è più intensa durante lo sviluppo

La formazione e la revisione delle connessioni iniziano nelle prime fasi della vita e continuano per anni. In varie aree, le sinapsi si formano con particolare intensità durante l’infanzia; la potatura che segue accompagna la maturazione dei circuiti. Le tempistiche, però, non coincidono in tutto il cervello. Le regioni legate alla percezione e al movimento seguono percorsi diversi da quelle che sostengono funzioni complesse, fra cui la pianificazione e il controllo del comportamento.

La corteccia prefrontale è coinvolta nella pianificazione, nelle decisioni e nella regolazione delle azioni. Rispetto a molte aree sensoriali, matura più a lungo. Una revisione neuroscientifica pubblicata nel 2016 riferisce che il rimodellamento sinaptico in questa regione continua durante l’adolescenza e che alcuni aspetti della maturazione proseguono nella prima età adulta. È una tendenza dello sviluppo, non un’età precisa in cui la potatura si interrompe per tutti.

Le analisi post mortem della corteccia umana hanno rilevato che, dopo l’infanzia, la densità sinaptica diminuisce; il ritmo e i tempi variano da una regione all’altra. Le stime storiche collocano una fase di forte riorganizzazione nella pubertà e nell’adolescenza. Ma non si possono usare quei numeri come calendario per ogni individuo: contano il campione studiato, il metodo di misurazione e l’area cerebrale presa in esame. Non esiste una singola “età del pruning” valida per tutte le persone e tutti i circuiti.

Per svilupparsi, il cervello ha bisogno sia di costruire sia di selezionare connessioni. La riduzione di alcuni collegamenti può rendere più specializzati determinati circuiti, mentre l’esperienza contribuisce a modellare le reti. Questo non significa che il cervello adolescente sia “incompleto” sotto ogni aspetto. Né ogni scelta quotidiana dipende direttamente dalla potatura: lo sviluppo biologico e il contesto agiscono insieme.

Plasticità cerebrale anche da adulti

La potatura viene associata soprattutto all’infanzia e all’adolescenza, ma la plasticità del cervello prosegue anche dopo la crescita. Nell’età adulta possono cambiare la forza e l’organizzazione delle connessioni, in risposta all’apprendimento, alla pratica, all’ambiente e ad altri fattori. A cambiare sono le modalità e la portata della riorganizzazione. Non è corretto immaginare che il cervello adulto continui a passare attraverso la stessa potatura massiccia che accompagna lo sviluppo.

Imparare una procedura, esercitarsi in una lingua o prendere confidenza con un programma di lavoro può modificare i circuiti coinvolti. Ripetere un’attività aiuta a renderla più fluida, ma imparare non vuol dire cancellare subito tutto ciò che non si usa. Anche l’oblio è un fenomeno articolato: può dipendere dalla difficoltà di recuperare un’informazione, dalle interferenze con altri contenuti o da cambiamenti nella sua accessibilità. Entrano in gioco anche i processi biologici di consolidamento e riorganizzazione.

Potatura sinaptica e dimenticanza non sono la stessa cosa. Dimenticare il nome di un collega o non ricordare un dettaglio letto mesi prima non dimostra che le sinapsi associate siano state potate. Un’informazione può essere difficile da recuperare e restare comunque rappresentata in qualche forma nella rete. La potatura riguarda modifiche delle connessioni: non è un’etichetta da applicare a ogni perdita di memoria. Nella vita di tutti i giorni non esiste un test che permetta di stabilire quale sinapsi sia stata eliminata dopo una distrazione.

Nella vita di ogni giorno: rivedere abitudini e impegni

Fuori dall’ufficio, la metafora della potatura riguarda le abitudini mantenute per inerzia. Un abbonamento inutilizzato, notifiche che interrompono la lettura o impegni accettati automaticamente possono diventare oggetto di una revisione. Il criterio resta concreto: valutare tempo richiesto, valore personale e conseguenze della scelta.

Un esempio è il controllo del telefono appena svegli. Chi desidera modificarlo può sperimentare una diversa disposizione dell’ambiente, lasciando il dispositivo lontano dal letto e scegliendo in anticipo un’attività alternativa. Parlare di cambiamento delle condizioni quotidiane descrive ciò che viene fatto; sostenere che questa scelta “tagli” specifiche connessioni cerebrali richiederebbe prove che il semplice comportamento non fornisce.

La selezione non dovrebbe trasformare ogni momento in un calcolo di rendimento. Leggere per piacere, coltivare amicizie o dedicarsi a un interesse possono avere valore anche senza un risultato misurabile. Nella vita personale, ciò che “serve” dipende da desideri, responsabilità e relazioni, non soltanto dalla quantità di attività completate.

Il pruning sul lavoro: scegliere che cosa mantenere

Nel linguaggio dell’organizzazione professionale, la potatura può diventare un criterio di revisione delle attività. Una riunione sopravvissuta al progetto che l’aveva giustificata, un report duplicato o una procedura costruita intorno a strumenti ormai sostituiti sono esempi di elementi da riesaminare. Qui il pruning descrive una scelta gestionale, senza indicare un intervento diretto sulle sinapsi.

Prima di tagliare, serve capire quale funzione svolge un’attività. Un controllo poco frequente può prevenire errori costosi; un confronto tra colleghi può far emergere problemi che nessun indicatore registra. La domanda utile diventa allora: quale risultato produce questo passaggio, chi ne beneficia e che cosa accadrebbe eliminandolo?

La stessa logica vale per le competenze. Un’organizzazione che introduce un nuovo software dovrebbe chiarire quali operazioni sostituisce, quali restano valide e quali richiedono formazione. Abbandonare una vecchia procedura senza costruire quella nuova rischia di lasciare un vuoto; selezionare e aggiornare significa invece accompagnare il cambiamento con istruzioni, pratica e verifica dei risultati.

Nel linguaggio delle organizzazioni, “fare pruning” indica spesso la riduzione di ciò che assorbe tempo e attenzione senza dare un contributo proporzionato: attività di scarso valore, passaggi duplicati, riunioni prive di un obiettivo chiaro o notifiche non necessarie. È un’espressione figurata, non una descrizione del funzionamento cerebrale. Può comunque servire a formulare una domanda concreta: quali parti del lavoro hanno senso mantenere e quali si possono semplificare?

Si pensi alle interruzioni. Chi sta preparando un bilancio o scrivendo una relazione può riservare un intervallo di lavoro senza notifiche, stabilire quando leggere la posta e raccogliere in una sola lista le richieste non urgenti. In questo modo diminuiscono i cambi di compito e diventa più facile seguire una sequenza. Non vengono però “potate” automaticamente le sinapsi che sarebbero responsabili della distrazione. Organizzare l’ambiente non significa comandare il cervello.

Si possono alleggerire anche le routine, senza attribuire loro promesse biologiche. Istruzioni chiare evitano passaggi ripetuti; un’agenda con priorità esplicite aiuta a separare le scadenze effettive dalle richieste rinviabili. In una squadra, può essere utile chiarire chi prende le decisioni, quali canali usare e in quali casi convocare una riunione. L’effetto immediato riguarda il modo in cui è organizzato il lavoro. Eventuali cambiamenti nell’apprendimento o nell’attenzione dipendono da molti fattori.

Per usare questa idea con prudenza, conviene partire da comportamenti osservabili. Un inventario semplice può far emergere le attività ricorrenti che occupano tempo senza produrre un risultato utile. Si scelgono poi cambiamenti reversibili e se ne controllano gli effetti, per esempio sui tempi, sugli errori o sul carico percepito. Fra gli interventi possibili:

  • Ridurre le notifiche non urgenti mentre si svolge un compito che richiede concentrazione.
  • Raggruppare attività simili, come le risposte brevi o le pratiche amministrative, in momenti dedicati.
  • Rendere chiare le priorità, indicando scadenze e responsabilità invece di trattare ogni richiesta come urgente.
  • Rivedere le routine quando un passaggio è duplicato o non serve più allo scopo.
Si tratta di scelte organizzative, non di protocolli clinici e neppure di effetti garantiti della potatura sinaptica. La loro utilità varia in base al lavoro, alle condizioni individuali e alla cultura aziendale. In un’attività che richiede reperibilità costante, per esempio, disattivare ogni avviso può essere una scelta poco adatta. È più realistico distinguere le comunicazioni urgenti da quelle che possono aspettare.

Attenzione, apprendimento e abitudini

Nel corso della giornata l’attenzione è limitata, ma la metafora del pruning non deve far pensare che ogni distrazione provochi un danno neurologico. Una notifica interrompe il filo del lavoro e può rendere necessario del tempo per ritrovare il punto; una pausa, invece, può aiutare a proseguire quando la stanchezza aumenta. Non è la parola “potatura” a stabilire la differenza: conta l’effetto concreto della pratica sulla persona e sul compito.

Per acquisire una competenza, la ripetizione distribuita nel tempo e il feedback possono favorire il consolidamento di ciò che si sta imparando. Nel caso di un nuovo gestionale, per esempio, una persona può alternare una dimostrazione, prove pratiche e la revisione degli errori, invece di affidarsi a una sola spiegazione. Il cervello cambia con l’esperienza, ma non esiste una scorciatoia basata sulla potatura che sostituisca il tempo di esercizio o garantisca di cancellare le abitudini indesiderate.

Se una routine non funziona, si può intervenire sugli elementi modificabili: orario, ambiente, durata, passaggi e segnali che la innescano. Quando controllare la posta spezza il lavoro in troppi frammenti, si può provare a concentrare le risposte in intervalli prestabiliti. Se un’attività è complessa, la si può dividere in fasi, ciascuna con un obiettivo verificabile. Poi si controllano i risultati. Così si capisce se il cambiamento aiuta, senza attribuire alla neurobiologia un legame non dimostrato per quella specifica persona.




Dott.ssa Marianna Bassetti

La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...

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