Meta ha raggiunto un accordo extragiudiziale con 48 Stati americani per chiudere la più grande causa mai intentata a una big tech sul tema della dipendenza digitale dei minori. La vicenda tocca da vicino anche il Piemonte: la storia e le attese
Il colosso di Mark Zuckerberg ha raggiunto un accordo extragiudiziale con 48 Stati americani per chiudere la più grande causa mai intentata a una big tech sul tema della dipendenza digitale dei minori. Una vicenda che, seppure nata a migliaia di chilometri di distanza, tocca da vicino anche il Piemonte e in particolare l'Astigiano, dove due anni fa la dodicenne Rossella Ugues si è tolta la vita dopo mesi di frequentazione ossessiva dei social network.
Meta, la società che controlla Instagram e Facebook, ha accettato di versare fino a 18 miliardi di dollari, circa 15,4 miliardi di euro, per chiudere il procedimento intentato da 48 Stati americani, dal distretto di Washington e da alcuni territori come Porto Rico. L'accusa era pesante: aver progettato consapevolmente le piattaforme social in modo da generare dipendenza negli adolescenti e aver violato la privacy degli utenti minorenni.
Si tratta del patteggiamento più oneroso mai firmato da un'azienda tecnologica su temi legati a privacy e minori. Il processo, aperto il 18 agosto scorso davanti a un tribunale della California, si è chiuso in meno di due settimane con un accordo che eviterà a Meta di affrontare un dibattimento in cui i procuratori generali chiedevano un risarcimento ben più consistente, fino a 200 miliardi di dollari, una cifra vicina al fatturato dell'azienda nel 2025.
Il pagamento sarà distribuito nell'arco di dieci anni e comprende anche una quota separata, pari a 459 milioni di dollari, destinata a chiudere le accuse legate al caso Cambridge Analytica, la società di consulenza britannica coinvolta anni fa nello scandalo sulla gestione impropria dei dati degli utenti Facebook. L'intesa non prevede alcuna ammissione di colpevolezza da parte di Meta, che ha sempre respinto le accuse, e dovrà comunque essere approvata dal tribunale competente.
Tra le misure concordate figurano limiti giornalieri di utilizzo per gli account degli adolescenti, blocchi notturni, lo stop alle notifiche durante l'orario scolastico e la possibilità di attivare un feed non algoritmico, così da ridurre l'esposizione a contenuti iper personalizzati. Previste anche novità sulla verifica dell'età e sulla disattivazione dei filtri che alterano l'aspetto fisico nelle foto e nei video.
Dietro le cifre miliardarie e i tecnicismi giudiziari, la vicenda del patteggiamento americano ha un riflesso diretto e doloroso anche in Italia, e in particolare tra le colline dell'Astigiano. È qui che, nel febbraio di due anni fa, si è consumata la tragedia di Rossella Ugues, una ragazzina di soli 12 anni che si è tolta la vita nella propria stanza, nella casa di famiglia vicino ad Asti.
Nessun mistero, per i genitori, sulle fragilità e le insicurezze della figlia. Quello che è emerso con chiarezza solo dopo la sua drammatica scomparsa è stato il ruolo che i social network avrebbero avuto nell'amplificare quel disagio, trasformandolo in una spirale sempre più difficile da fermare.
Secondo la ricostruzione fatta dalla madre, Irene Roggero, la ragazzina aveva trascorso circa sei mesi a scorrere contenuti sempre più cupi su Instagram e TikTok: post legati alla depressione, all'autolesionismo, immagini dal tono gotico e inquietante. L'algoritmo, spiega la donna, sembrava restituirle esattamente ciò che cercava in quel momento fragile della crescita, alimentando un malessere che di settimana in settimana si faceva più profondo.
Pochi giorni prima della tragedia, Rossella si era iscritta a una sfida online chiamata gioco delle insicurezze, in cui gli utenti devono cerchiare i propri difetti fisici. Lei aveva scelto la propria risata, quella stessa risata che compagni di scuola e amici ricordano invece come limpida e sincera.
Il nonno Silvano, racconta ancora la famiglia, aveva intuito il tormento della nipote e aveva provato ad avvicinarla ai cuccioli di un allevamento di Golden Retriever, nel tentativo di farle riscoprire il senso della vita al di fuori dello schermo. Non è bastato.
I genitori di Rossella, entrambi con competenze informatiche, hanno raccontato di essersi sentiti disarmati di fronte a un cambiamento tanto rapido quanto drastico nella figlia. La dipendenza dai social, hanno spiegato più volte, si manifestava con dinamiche simili a quelle di una tossicodipendenza vera e propria: quando alla ragazzina veniva impedito l'uso del telefono, ad esempio come punizione, il comportamento diventava simile a quello di una crisi di astinenza.
Di fronte a un dolore che definiscono inimmaginabile, Irene Roggero e il marito hanno scelto di non restare fermi. Non vogliono che altre famiglie debbano attraversare la stessa esperienza e per questo hanno deciso di aderire a un'azione legale collettiva promossa insieme ad altri genitori e al Moige, il Movimento Italiano Genitori.
Si tratta della prima causa civile di inibitoria di questo tipo in Italia, depositata al Tribunale delle Imprese di Milano, città dove hanno sede legale sia Meta sia TikTok. Alla class action hanno aderito una decina di famiglie, assistite anche dallo studio legale Ambrosio & Commodo di Torino. La richiesta principale è chiara: sospendere gli account degli utenti minorenni fino a quando le piattaforme non adotteranno sistemi reali ed efficaci di verifica dell'età, oltre a fermare la proliferazione algoritmica di contenuti aggressivi e introdurre messaggi di allerta per gli utenti più giovani.
Il procedimento, numero 29994/2025, è arrivato in aula lo scorso 14 maggio, quando il Tribunale delle Imprese di Milano ha trattato per la prima volta il caso. Al centro della discussione, oltre alla vicenda di Rossella, ci sono temi che riguardano milioni di famiglie italiane: quanti profili di minorenni sono oggi attivi sulle piattaforme senza controlli adeguati, quale responsabilità hanno i social quando un algoritmo intercetta e asseconda una fragilità psicologica, e quali strumenti concreti di protezione possono davvero essere messi in campo.
Il maxi accordo raggiunto da Meta con i 48 Stati americani non ha alcun effetto diretto sulla causa civile aperta a Milano, che segue un percorso giudiziario autonomo e riguarda un impianto normativo diverso da quello statunitense. Ma sul piano simbolico e informativo, la coincidenza temporale tra le due vicende assume un peso rilevante.
Il patteggiamento americano conferma, con una cifra concreta e straordinariamente elevata, quanto il tema della dipendenza digitale dei minori sia ormai al centro dell'agenda giudiziaria e regolatoria internazionale. Le stesse accuse che i procuratori generali americani hanno mosso a Meta, e cioè aver progettato le piattaforme per creare assuefazione tra i più giovani, sono in larga parte sovrapponibili a quelle sollevate dalle famiglie italiane riunite nella class action promossa dal Moige.
Per i genitori di Rossella, ogni notizia che arriva da oltreoceano su questi temi rappresenta una conferma indiretta della fondatezza delle proprie battaglie legali. La stessa Meta, nell'ambito dell'accordo americano, ha accettato di introdurre limiti giornalieri di utilizzo per gli adolescenti e blocchi notturni, misure molto simili a quelle richieste dalla causa italiana ancora in corso davanti al Tribunale di Milano.
L'accordo raggiunto negli Stati Uniti impone a Meta una serie di modifiche strutturali che, secondo gli osservatori, potrebbero fare da apripista anche per altri mercati, Italia compresa. Tra le novità già annunciate figurano un tetto massimo di circa due ore complessive al giorno per l'utilizzo di Instagram e Facebook da parte degli adolescenti, lo stop alle notifiche negli orari scolastici, promemoria periodici dopo ogni quarto d'ora di navigazione continuativa e la possibilità di scegliere un feed non basato sulla profilazione algoritmica.
Resta però il nodo, sollevato con forza dalle famiglie italiane, della verifica dell'età: senza un sistema realmente efficace per accertare chi si trova davvero dietro un account, ogni altro limite rischia di restare uno strumento facilmente aggirabile da chi, come purtroppo accaduto anche nel caso di Rossella, ha ancora pochi anni ma un accesso pressoché illimitato ai contenuti della rete.
La vicenda giudiziaria aperta a Milano proseguirà nei prossimi mesi, mentre la famiglia Ugues continua a chiedere che dalla morte della figlia nasca almeno una maggiore tutela per gli altri ragazzi e ragazze che, ogni giorno, trascorrono ore davanti allo schermo di uno smartphone.
Nata a Roma nel Giugno del 1978, effettua gli studi di ragioniere e si appassiona al tennis. Amante del mondo delle quattro ruote e delel due ruote, è sempre curiosa su tutte le novità delle case automobilistiche e sulle nuove auto in uscita. Scrive da anni per diversi blog ed ora si dedica a tempo pieno su questo sito web trattando in particolar modo tematiche sul mondo delle auto e sugli argomen...