Il gran caldo all'interno delle case e degli uffici è, spesso creato, dal fenomeno del baking poco conosciuto. E che è assolutamente peggiore negli uffici e nei luoghi di lavoro per diverse ragioni.
Quando arriva l'ondata di calore, il pensiero va subito a casa: alle notti insonni, alle stanze che non si raffreddano, al paradosso di sentire più caldo alle undici di sera che alle tre del pomeriggio. Ma c'è un luogo dove il fenomeno del baking — l'effetto forno che trasforma gli ambienti chiusi in trappole termiche — è spesso più intenso, più difficile da gestire e quasi sempre ignorato: l'ufficio.
Parliamo di quegli edifici dove si trascorrono otto, nove, dieci ore al giorno. Facciate vetrate, open space, decine di computer accesi, aria condizionata impostata da qualcun altro, finestre che non si possono aprire o che nessuno pensa di aprire nel momento giusto. Un cocktail termico che si costruisce ora dopo ora, in silenzio, senza che nessuno se ne accorga davvero, finché non ci si ritrova alle quattro del pomeriggio con la testa che pulsa e la concentrazione azzerata.
Il termine baking domestico descrive un fenomeno fisico preciso: l'incapacità di un edificio di smaltire il calore accumulato durante il giorno. I materiali da costruzione più comuni, cemento armato, laterizi pieni, strutture massive, non trasmettono il calore in modo immediato. Lo assorbono lentamente durante le ore più calde e lo rilasciano verso l'interno con un ritardo che può arrivare anche a otto, dieci, dodici ore, in base allo spessore e alla densità dei materiali. Il risultato è che le pareti continuano a emanare calore ore dopo che il sole è tramontato, quando ci si aspetterebbe finalmente un po' di sollievo.
Questo meccanismo, noto nella letteratura scientifica come indoor overheating, non conosce distinzioni tra abitazioni e uffici. Anzi, negli spazi di lavoro moderni trova terreno ancora più fertile, per una serie di ragioni che raramente vengono considerate quando si parla di caldo estivo.
A casa, i carichi termici interni sono quelli di una famiglia: qualche lampadina, un frigorifero, un televisore, il router. In ufficio la situazione cambia radicalmente. Ogni postazione di lavoro è una piccola fonte di calore: il computer desktop o il portatile, il monitor, spesso due, il caricabatterie, la lampada da scrivania. Moltiplica tutto questo per venti, trenta, cinquanta postazioni e si ottiene una massa di calore prodotta internamente che nessuna abitazione domestica può eguagliare.
A questo si aggiungono stampanti, fotocopiatrici, server locali, centraline telefoniche, schermi da sala riunioni sempre accesi. Apparecchi che in molti uffici restano in funzione, o in standby attivo, per tutta la giornata lavorativa, e spesso anche oltre. Ogni dispositivo contribuisce ad alzare la temperatura di base dell'ambiente di qualche decimo di grado. Sommati insieme, quei decimi diventano gradi interi.
Gli edifici per uffici costruiti negli ultimi trent'anni hanno spesso un elemento architettonico che li rende particolarmente vulnerabili al baking: le facciate vetrate. Grandi superfici trasparenti che lasciano entrare la luce naturale e con essa la radiazione solare, per tutto l'arco della giornata.
A casa, tapparelle e persiane esterne svolgono un ruolo fondamentale: bloccano la radiazione prima che attraversi il vetro, impedendo che pavimenti e arredi assorbano calore che poi non riesce a uscire. È la schermatura esterna la vera difesa contro l'effetto forno, non le tende interne che riflettono il calore ma lo trattengono comunque nell'ambiente.
Negli uffici con facciate a vetro continuo, questa schermatura esterna spesso non esiste, è insufficiente, o è affidata a veneziane interne che dal punto di vista termico hanno un'efficacia molto limitata. Il risultato è un effetto serra che si costruisce fin dalle prime ore del mattino e che si accumula inesorabilmente fino al tardo pomeriggio, proprio nelle ore in cui la concentrazione lavorativa dovrebbe essere al massimo.
A casa si ha almeno il controllo delle proprie scelte: si decide quando aprire le finestre, a che temperatura impostare il condizionatore, se usare il ventilatore e come posizionarlo. In ufficio questa autonomia quasi sempre non esiste. La climatizzazione è centralizzata, gestita da un impianto che serve l'intero edificio o l'intero piano, con impostazioni decise dall'amministrazione o dal facility manager, spesso calibrate su parametri medi che non tengono conto delle differenze tra gli spazi più esposti al sole e quelli in ombra.
Chi siede vicino alla finestra esposta a sud nel pomeriggio conosce bene la sensazione: il condizionatore soffia aria fredda dal soffitto, ma la parete vetrata trasmette un calore radiante diretto che nessun impianto riesce a compensare davvero. Si crea così una situazione paradossale in cui l'impianto consuma energia in modo massiccio senza riuscire a garantire un comfort termico accettabile nelle postazioni più critiche.
Il baking in ufficio si alimenta anche attraverso comportamenti collettivi che, presi singolarmente, sembrano innocui ma che sommati costruiscono la trappola termica ora dopo ora.
Aprire le finestre a metà mattina per "dare aria" quando la temperatura esterna ha già superato i trenta gradi è uno degli errori più comuni. Anziché rinfrescare l'ambiente, si introduce una massa di aria calda e umida che satura lo spazio e aumenta la temperatura percepita. La ventilazione degli ambienti di lavoro andrebbe fatta nelle prime ore del mattino, prima che il calore esterno raggiunga il picco, e poi eventualmente in tarda serata.
Tenere i monitor e i computer accesi durante la pausa pranzo, o lasciarli in standby attivo per tutta la notte, contribuisce ad alzare il livello termico di base dell'ufficio anche nelle ore in cui nessuno è presente. Al mattino, quando i lavoratori arrivano, l'edificio ha già accumulato ore di calore interno che si sommeranno a quello esterno.
Le sale riunioni sono un caso a parte: ambienti spesso piccoli, con schermi da proiezione, computer collegati, persone sedute vicine. Una riunione di un'ora in una sala mal ventilata può alzare la temperatura di quell'ambiente di diversi gradi, calore che poi si disperde lentamente nel corridoio e nelle postazioni adiacenti.
A casa, il baking raggiunge il suo picco nelle ore notturne, quando le pareti rilasciano il calore accumulato durante il giorno. È un problema di comfort e di qualità del sonno, ma almeno nelle ore in cui si è svegli e produttivi, la mattina e il primo pomeriggio, l'ambiente è ancora tollerabile.
In ufficio il meccanismo è diverso e per certi versi più insidioso. Il calore si accumula durante le ore in cui si è presenti e si lavora. Il picco termico degli ambienti interni spesso coincide con le ore di maggiore produttività richiesta, tra le due e le cinque del pomeriggio, con effetti diretti sulla concentrazione, sulle prestazioni cognitive e sul benessere fisico dei lavoratori.
La ricerca sul comfort termico negli ambienti di lavoro è piuttosto chiara: temperature superiori ai 26-27 gradi in ambienti chiusi riducono in modo misurabile la capacità di concentrazione, aumentano il numero di errori e abbassano la produttività. Il baking non è solo un fastidio: è un problema che ha conseguenze concrete sul rendimento lavorativo.
Le soluzioni esistono, ma richiedono una consapevolezza collettiva che raramente si trova negli spazi di lavoro. Gestire la ventilazione negli orari giusti, mattina presto e tarda sera, invece di aprire le finestre nelle ore centrali. Richiedere schermature solari esterne sulle facciate più esposte, che bloccano la radiazione prima che entri. Spegnere completamente i dispositivi non necessari invece di lasciarli in standby. Calibrare gli impianti di climatizzazione tenendo conto delle differenze tra le zone dell'ufficio e non solo della temperatura media.
E soprattutto: riconoscere che il problema esiste. Il baking in ufficio è un fenomeno reale, fisicamente spiegabile, che si costruisce ogni giorno in modo silenzioso e invisibile. Finché lo si tratta come un semplice "fa caldo", difficilmente si troveranno le soluzioni giuste. Perché il problema non è l'aria: è la struttura che cuoce lentamente tutto quello che contiene.
La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...