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Industria manifatturiera In Italia: previsioni su come andrà il 2026 e andamento singoli settori secondo report Cerved

di Marcello Tansini pubblicato il
industria manifatturiera 2026 in italia

Nel 2026 la manifattura italiana si trova al centro di sfide e opportunità: analisi delle previsioni di crescita, effetti dei fattori globali, impatti sugli scambi e risposte strategiche delle imprese secondo il report Cerved.

Le ultime previsioni elaborate da Cerved delineano per l’industria manifatturiera nazionale un quadro di lieve crescita a prezzi costanti nel 2026. Dopo le criticità registrate negli anni precedenti, il settore sta affrontando una fase di transizione caratterizzata da bassi progressi complessivi, accentuati dalle persistenti incertezze che gravano su commercio internazionale, politiche monetarie e andamento dei partner commerciali esteri.
A ciò si affiancano profondi cambiamenti strutturali nei comparti trainanti, con performance altalenanti tra farmaceutica, ICT e largo consumo da una parte, e segnali di stagnazione in settori tradizionali come meccanica e moda. Il contesto, influenzato da nuove tariffe commerciali, dazi USA e volatilità valutaria, continua a definire la resilienza del tessuto produttivo nostrano.

La ripresa dopo il 2024: dati e previsioni di crescita per il settore manifatturiero nel 2026

Dopo il rallentamento segnalato in tutto il 2024 – anno concluso con un calo dello 0,4% dei ricavi a prezzi costanti – la manifattura italiana mostra per il 2026 un potenziale incremento dello 0,9%, secondo le più recenti stime di Cerved. Tale previsione, in linea con i principali istituti di ricerca nazionali, sconta la contrazione precedente ma mette in luce una capacità di tenuta che si è rivelata superiore alle ipotesi primaverili.
Nel triennio tra il 2023 e il 2026, le analisi evidenziano:

  • Un recupero complessivo di 25 miliardi di euro a valori correnti, riportando il fatturato complessivo vicino ai livelli del biennio 2022-2023.
  • Incrementi limitati ai comparti della farmaceutica, ICT e beni di largo consumo, spesso sostenuti da export e innovazione.
  • Una ripresa strutturale meno marcata in meccanica, automotive e moda, come riflesso delle variazioni nella domanda internazionale e delle persistenti difficoltà sui mercati maturi, specialmente in Europa.
Elemento chiave per la crescita stimata è stato il contrasto tra la crisi della Germania – storico primo mercato di sbocco – e la vivacità di altri sbocchi commerciali, con il comparto farmaceutico in particolare che ha beneficiato di una crescita sostenuta (+60,6%). Senza il contributo di questo settore, il dato sull’export si ridurrebbe a incrementi minimi, segnalando la persistenza di ostacoli sistemici come la debolezza della domanda europea e l’erosione dei margini dovuta alle pressioni competitive globali.
Le società monitorate da Cerved, inoltre, hanno evidenziato un orientamento crescente verso strategie difensive – compressione dei prezzi, attenzione ai costi, ricerca di mercati alternativi – che hanno contribuito a evitare flessioni più pesanti nei ricavi, garantendo un profilo di rischio generalmente stabile rispetto ai valori di vulnerabilità elevati osservati nell’immediato post-pandemia.

Le incognite sul futuro: dazi USA, dollaro debole e contesto geopolitico

La volatilità del quadro internazionale continua a rappresentare un elemento di criticità per le imprese italiane. L’introduzione di dazi medi del 15% su numerose categorie di prodotti europei da parte degli Stati Uniti – associati ad apprezzamenti dell’euro sul dollaro anche superiori al 15% su base annua – ha determinato un aumento dei costi e una minore competitività sui mercati USA.
Secondo analisi Cerved, le esportazioni italiane avrebbero potuto subire un taglio fino a 8 miliardi di euro, concentrato soprattutto in meccanica, elettromeccanica, moda, farmaceutica e trasporti. Tuttavia, alcune eccezioni hanno parzialmente bilanciato la situazione: la farmaceutica, grazie a spedizioni anticipate e una domanda americana sostenuta, ha permesso di mantenere i flussi di fatturato su livelli elevati. In generale, la contrazione delle esportazioni verso gli Stati Uniti ha penalizzato il manifatturiero italiano, generando per i settori più colpiti un incentivo alla rilocalizzazione produttiva o alla revisione delle strategie commerciali.

  • Nei primi dieci mesi del 2025 le vendite in USA sono cresciute del 9,1% grazie al comparto farmaceutico.
  • Per il resto della manifattura, la crescita effettiva rimane pressoché nulla.
  • L’imposizione di dazi sulla componentistica meccanica con metalli strategici si traduce in oneri indiretti tra il 20% e il 25% per diversi sottosettori.
Se da un lato la corsa alle esportazioni pre-dazi ha sostenuto i numeri nell’immediato, sul medio termine pesano le incertezze relative:
  • all’arrivo di nuovi pacchetti tariffari,
  • alla possibile escalation delle tensioni internazionali,
  • ai rischi legati alle catene di approvvigionamento e al rallentamento della Germania
che resta il principale paese di sbocco per molti prodotti a elevata tecnologia e valore aggiunto.

Previsioni dettagliate per i principali comparti produttivi italiani

La geografia settoriale dell’industria manifatturiera per il 2026 presenta forti divergenze tra comparti. Le stime più recenti mettono in risalto:

Settore Andamento previsto 2026 (%)
Farmaceutica +60,6 (nel 2025, trainante per il 2026)
ICT & informazione/Comunicazione +3,5
Beni di largo consumo +1,2
Costruzioni +2,27
Meccanica, Metalli e Automotive 0,0 / -0,5
Moda e Lusso -2,5

I comparti in crescita riflettono la capacità del sistema di innovare e adattarsi alle nuove esigenze di mercato, in particolare attraverso investimenti in digitalizzazione, servizi e prodotti legati al benessere e alla salute. Nel dettaglio:

  • Crescita significativa di farmaceutica e comparto sanitario, grazie a una domanda internazionale robusta e all’espansione delle esportazioni.
  • ICT e tecnologie digitali in espansione sostenuta (+3,5%), con effetti positivi su ricavi e occupazione.
  • Beni di largo consumo, logistica e alimentare beneficiano della resilienza della domanda interna.
  • Moda e lusso ancora sotto pressione: il comparto chiuderà il 2026 con un nuovo calo (-2,5%), penalizzato dalla flessione della domanda interna, dalla competizione sui canali di vendita digitali e dalla difficoltà di accesso a nuovi mercati extra-europei. Anche l’automotive resta debole, complice la transizione energetica e il rallentamento dei grandi mercati di sbocco.
  • Meccanica e metallurgia presentano variazioni marginali, in parte sostenute dagli investimenti del PNRR in infrastrutture.
In forte crescita gli impianti legati alle energie rinnovabili, infrastrutture e aerospaziale, mentre restano in difficoltà le macchine per metallurgia e tessile (-28,9% e -18,2% rispettivamente), riflettendo l’eccesso di capacità produttiva a livello mondiale e la diminuzione degli investimenti in combustibili fossili.

L’impatto dei nuovi accordi commerciali su export, import e competitività

Il recente accordo commerciale UE-Mercosur e le nuove intese tra Stati Uniti ed Europa hanno plasmato il contesto competitivo per l’industria italiana. L’intesa UE con il blocco sudamericano prevede l’eliminazione del 90% dei dazi sulle merci scambiate con Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay; tuttavia, il peso di questi Paesi sull’interscambio italiano resta contenuto (circa 1% del valore totale). I principali effetti per l’Italia riguardano:

  • Incremento della competitività nei settori esportatori di materie prime chimiche e farmaceutiche, macchinari industriali, componenti auto e prodotti agricoli.
  • Possibilità di accedere a nuovi mercati per piccole e medie imprese, specie in segmenti a maggiore valore aggiunto.
  • L’introduzione di dazi del 15% sui beni europei esportati negli USA, con esclusione di alcune categorie strategiche, impone una revisione delle strategie commerciali e minaccia in particolare i settori moda, automotive e vini pregiati.
La combinazione tra barriere tariffarie e volatilità dei tassi di cambio ha portato a un boom delle importazioni italiane dai mercati americani (+68% in alcuni comparti), mentre si è rafforzata la divergenza di performance tra le aziende ben posizionate nell’alta gamma e quelle più esposte alla concorrenza di prezzo. La bilancia commerciale, pur mantenendosi positiva, mostra rischi di deterioramento strutturale se le tensioni commerciali dovessero persistere nei prossimi mesi.

Le strategie di risposta delle imprese italiane tra rischi, investimenti e innovazione

In reazione alle turbolenze del mercato e all’incertezza globale, le aziende italiane stanno sviluppando risposte differenziate improntate su:

  • Riposizionamento dei mercati di sbocco, con sforzi verso Asia e Medio Oriente per ridurre la dipendenza da Europa e Stati Uniti.
  • Adozione di nuove tecnologie e transizione digitale nei processi produttivi e nella supply chain, puntando su automazione, IoT e sviluppo di prodotti innovativi.
  • Investimenti in sostenibilità per acquisire certificazioni green e soddisfare i requisiti normativi europei sempre più stringenti.
  • Rafforzamento delle partnership internazionali, alleanze strategiche e fasi di reshoring selettivo dove necessario per contenere i costi di approvvigionamento e affrontare la volatilità dei trasporti globali.
L’analisi delle indagini congiunturali conferma una graduale ripresa degli investimenti, specie nelle imprese di grandi dimensioni e nei territori con filiere consolidate. Risultano più prudenti i programmi delle PMI, che restano esposte alle variazioni del costo del capitale e alle oscillazioni della domanda mondiale.