Due episodi emblematici accaduti in Italia mostrano come l'intelligenza artificiale possa trasformarsi in uno strumento di truffa e dipendenza, sollevando interrogativi sui rischi.
L'Italia si trova oggi ad affrontare sfide nuove e complesse legate alla diffusione dell'intelligenza artificiale (AI) nella vita quotidiana, tra promesse di innovazione e rischi imprevisti. In pochi giorni, due vicende profondamente diverse hanno posto sotto i riflettori le potenzialità e le derive degli algoritmi intelligenti: da un caso di truffa alimentata dalla manipolazione di immagini, a una vera e propria dipendenza sociale che coinvolge i più giovani. Queste storie reali rivelano tanto la sofisticazione tecnologica raggiunta dall'AI quanto la fragilità dei rapporti umani nell'era digitale. La riflessione si sposta quindi oltre il lato tecnico, per interrogare valori come fiducia, salute mentale e responsabilità sociale. Di seguito, un'analisi dettagliata di due episodi divenuti emblematici e dei rischi incombenti per la società italiana.
La cronaca ha restituito un quadro allarmante sull'uso improprio dell'intelligenza artificiale attraverso una truffa ordita nel Nord Italia. Una donna veneta, sfruttando la fiducia instaurata con una ex collega altoatesina, ha messo in piedi una messinscena drammatica sostenuta da strumenti digitali avanzati. Il racconto, inizialmente verosimile, narrava di una figlia incinta, improvvisamente ricoverata in una clinica svizzera e in pericolo di vita. Col passare del tempo, la donna ha aggravato la narrazione: prima la morte della figlia, poi la sopravvivenza della neonata. A supporto della finzione, venivano inviate immagini di neonati reperite online e fotografie di un funerale alterate attraverso tecniche di AI.
L'indagine avviata dai carabinieri di Selva di Val Gardena è partita dai sospetti di un familiare della vittima, insospettito dalle continue richieste di denaro. La verifica sulle immagini ha permesso di individuare manipolazioni digitali evidenti, smascherando così il raggiro. Grazie alla tracciabilità dei bonifici e all'analisi dei file digitali, gli agenti sono risaliti direttamente alla responsabile, la quale ha confessato durante l'interrogatorio e ora deve rispondere di truffa davanti alla Procura di Bolzano.
Questo caso dimostra come l'accessibilità delle tecnologie di generazione immagini, una volta appannaggio di pochi, si stia trasformando in un'arma alla portata di molti. Non più solo falsi profili, ma vere e proprie trame sofisticate in cui l'AI potenzia la capacità di ingannare la percezione sensoriale delle vittime. Il valore probatorio dell'immagine viene così minato alla radice: vedere per credere non è più vero.
In Italia e in Europa, la normativa in materia si sta rapidamente adattando: il Digital Services Act e l'AI Act UE impongono l'etichettatura trasparente dei contenuti generati artificialmente e prevedono sanzioni severe in caso di uso fraudolento, oltre all'utilizzo dei principi stabiliti dal GDPR per la tutela dei dati biometrici. Tuttavia, persistono importanti criticità nei tempi e nei metodi di intervento, rendendo indispensabile maggiore consapevolezza e strumenti di difesa digitale avanzata.
Oltre ai rischi fraudolenti, l'AI sta generando nuove forme di disagio psichico, in particolare tra i giovani. Un caso reso noto dall'USL di Venezia documenta una ventenne in trattamento presso il Serd per una dipendenza comportamentale legata all'intelligenza artificiale. Non si tratta solo di uso eccessivo di dispositivi elettronici, ma della ricerca ossessiva di relazioni attraverso chatbot avanzati, capaci di simulare dialoghi umani e offrire una presenza virtuale apparentemente empatica, a scapito del confronto reale con i coetanei.
Come riferito dalla dottoressa Laura Suardi, primario del Serd veneziano, il fenomeno rappresenta un acuto che segnala la presenza di un iceberg sommerso: dietro la solitudine, l'ansia sociale e l'insicurezza, l'intelligenza artificiale offre ai più fragili l'illusione di un ascolto perfetto, privo di giudizi e sempre disponibile. Questa soluzione virtuale in realtà può alimentare l'isolamento, portando i giovani ad abbandonare progressivamente le competenze emotive e sociali necessarie ai rapporti autentici.
Le chat continue con chatbot (alcune delle quali non eticamente programmate per scoraggiare comportamenti autolesionistici, come nel caso internazionale del giovane Adam) possono rafforzare pensieri negativi e ridurre la soglia di attenzione verso le relazioni reali e le soluzioni terapeutiche concrete. Secondo dati della Società Italiana di Neuropsichiatria dell'Infanzia e dell'Adolescenza, tra il 10% e il 20% degli adolescenti soffre di disturbi mentali. In circa il 50% dei casi, si rilevano tristezza, ansia e bassa autostima, accentuate dall'isolamento digitale. La generazione Z trascorre mediamente più tempo online che in contesti fisici, con un impatto su:
L'AI sta ridefinendo in modo radicale le dinamiche di rischio personale e aziendale, soprattutto nel campo della reputazione digitale. Oggi la produzione di immagini, audio e video deepfake è divenuta accessibile a chiunque disponga di un software generativo e un breve campione di voce o immagine. Le truffe, come la truffa del CEO con voice cloning, e il cyberbullismo che sfrutta fake video o foto manipolate sono ormai una minaccia concreta a tutti i livelli sociali.
Il danno, spesso immediato e virale, colpisce la dignità, la privacy e la reputazione delle vittime, senza distinzione tra personaggi pubblici, privati cittadini o aziende. Il cyberbullismo alimentato dalla generazione AI può sfociare in forme di violenza digitale estrema come revenge porn, diffusione di falsi compromettenti o campagne coordinate di disinformazione sui social.
La legge quadro italiana sull'intelligenza artificiale (art. 612 quater della legge n. 132/2025) considera reato la diffusione di deepfake non consensuali, punendo chi manipola immagini o audio senza autorizzazione. A livello normativo europeo, l'AI Act e il Digital Services Act rafforzano l'obbligo di identificare e rimuovere tempestivamente i contenuti artificiali offensivi.
Società specializzate, come Privacy Garantita, si sono affermate come punti di riferimento per l'analisi forense di deepfake e la difesa proattiva della reputazione: non solo rimuovono contenuti falsi, ma monitorano preventivamente segnali di attacchi digitali sul web e nei canali OSINT, combinando competenze tecniche, legali e psicologiche. Le principali minacce individuate sono:
Un altro terreno insidioso riguarda la modifica delle percezioni ed esperienze collettive indotte da contenuti digitali. L'AI generativa, producendo testi, immagini e video incredibilmente verosimili, amplifica il fenomeno dell'effetto Mandela: molte persone finiscono per condividere ricordi di eventi mai accaduti o distorti.
La psicologia contemporanea sostiene che la memoria umana è ricostruita, non statica; ogni recupero mnemonico si arricchisce di dettagli, a volte inventati. La proliferazione di contenuti creati artificialmente rende sempre più difficile distinguere tra ciò che è realmente accaduto e ciò che appare plausibile. Il confine tra immaginazione e ricordo si assottiglia, destabilizzando la memoria individuale e collettiva.
Strumenti come DALL-E, Veo, Sora e altri sono in grado di generare scene false ma convincenti, alimentando erronee convinzioni condivise da una molteplicità di persone. Il neuroscienziato Christian Jarrett sottolinea come il tag che indica la provenienza di un ricordo può scomparire, lasciando sopravvivere solo la sensazione di autenticità dell'immagine o dell'evento nella mente di chi osserva. Le principali implicazioni sono:
Nato a Milano nel 1979, laureato alla Bocconi dopo il liceo classico ai Salesiani di Milano. Uno dei pionieri dell'Internet italiano, uno dei fondatori tra l'altro del celebre sito degli anni 90-2000 webmasterpoint.org, si occupa di organizzare tutta la parte editoriale di Businessonline, ma scrive anche lui stesso sia sulle tematiche legate ai suoi studi che alle sue passioni. In modo particolar...