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Irpef e Manovra 2027: interventi solo sul secondo scaglione che significa quasi nulla per la maggior parte degli italiani

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di Dott. Giovanni Matano pubblicato il

Nella Manovra 2027 le risorse economiche sono poche e l'Irpef resta tra le misure che si vorrebbero ancora modificare: si valuta solo l'estensione del secondo scaglione fino a 60mila euro, mentre rischia di saltare il taglio della prima aliquota al 22%.

Il cantiere della Manovra Finanziaria 2027 è aperto e, come accade ogni autunno, il capitolo più osservato dai contribuenti è quello dell'Irpef. Le ipotesi sul tavolo sono due, ma le risorse a disposizione sono tutt'altro che abbondanti e le scelte, di conseguenza, rischiano di essere molto selettive. Dei due interventi proposti, al momento sembra prendere quota uno solo: l'estensione del secondo scaglione. Il risultato, per la maggioranza dei lavoratori e dei pensionati, potrebbe essere un impatto vicino allo zero.

Le due ipotesi sul tavolo per modificare ancora l'Irpef

Negli ultimi anni l'Irpef è stata ritoccata più volte, con una struttura che oggi si regge su tre scaglioni di reddito: 23% fino a 28mila euro, 33% da 28mila a 50mila euro e 43% oltre i 50mila euro. Si tratta di un assetto frutto di interventi successivi, che hanno semplificato il sistema rispetto al passato e alleggerito il prelievo in particolare sul ceto medio.

Per la Manovra 2027 le proposte di ulteriore modifica sono essenzialmente due:

  1. la riduzione della prima aliquota dal 23% al 22%, che varrebbe per tutti i contribuenti, a partire da chi ha redditi più bassi;
  2. l'estensione della soglia di reddito del secondo scaglione da 50mila a 60mila euro, in modo che l'aliquota del 33% si applichi a una porzione più ampia di reddito prima di scattare al 43%.
Sono due misure molto diverse per platea, per costo e per effetti sulle buste paga, e proprio questa differenza pesa sulla scelta finale.

Perché si sceglie solo un intervento: i margini sono stretti

Il motivo per cui il Governo non può permettersi di fare entrambe le cose è semplice: le risorse economiche sono insufficienti. I conti pubblici impongono prudenza, gli impegni europei sul rientro del disavanzo limitano la possibilità di aprire nuovi fronti di spesa e le richieste che arrivano da altri capitoli, dalla sanità agli stipendi pubblici, dalle pensioni al sostegno alle imprese, sono numerose e costose.

In questo quadro ogni punto di aliquota ha un costo elevato. Tagliare di un punto la prima aliquota significa rinunciare a gettito su una platea vastissima di contribuenti, perché la riduzione si applica a tutti, anche a chi ha redditi più alti, che beneficiano dello sconto sulla prima fascia. Si tratta di una misura che costa molti miliardi di euro all'anno, a regime. Per questo, se le risorse restano contenute, la sua realizzazione appare la più difficile da sostenere.

L'estensione del secondo scaglione ha, invece, un costo più contenuto, proprio perché riguarda una platea molto più ristretta di contribuenti, quelli con redditi superiori ai 50mila euro. Ed è questa, a quanto emerge, la strada che si valuta con maggiore attenzione.

Cosa cambierebbe con l'estensione del secondo scaglione a 60mila euro mentre salta il taglio della prima aliquota

L'ipotesi di portare la soglia del secondo scaglione da 50mila a 60mila euro avrebbe un meccanismo chiaro. Oggi chi guadagna più di 50mila euro paga il 43% sulla parte eccedente. Con la nuova soglia, i redditi compresi tra 50mila e 60mila euro verrebbero tassati al 33% anziché al 43%, con un risparmio teorico di dieci punti percentuali su quella fascia.

Il vantaggio massimo si può calcolare facilmente: su 10mila euro di reddito spostati dall'aliquota del 43% a quella del 33% si risparmiano fino a 1.000 euro l'anno. È questo il beneficio pieno, che spetta a chi ha un reddito pari o superiore a 60mila euro. Chi guadagna meno, ma più di 50mila euro, otterrebbe un vantaggio proporzionalmente inferiore.

A prima vista è un sollievo significativo, ma bisogna guardare a chi si rivolge. Secondo le statistiche fiscali del Dipartimento delle Finanze, i contribuenti con redditi dichiarati sopra i 50mila euro rappresentano una quota molto ridotta del totale, nell'ordine di pochi punti percentuali, pur versando una porzione consistente dell'Irpef complessiva. Per la grande maggioranza dei lavoratori dipendenti e dei pensionati, che si collocano ben al di sotto di quella soglia, il provvedimento non produrrebbe alcun effetto.

Se la scelta dovesse confermarsi, la riduzione della prima aliquota dal 23% al 22% non verrebbe attuata. Ed è qui che si concentra il principale elemento critico dell'operazione, perché sarebbero proprio i contribuenti con redditi più bassi a restare esclusi da qualunque beneficio.

Per capire la portata di ciò che si perderebbe, basta un calcolo. Un punto di aliquota in meno sulla prima fascia, fino a 28mila euro, vale al massimo 280 euro l'anno, cioè poco più di 23 euro al mese. Non è una cifra che cambia la vita, ma è un sollievo che arriverebbe a milioni di persone, dai lavoratori dipendenti con stipendi medi ai pensionati, dagli autonomi in regime ordinario a chi ha redditi modesti.

Il paradosso è evidente: la misura più ampia e più diffusa, quella che avrebbe toccato la quasi totalità dei contribuenti, verrebbe sacrificata a favore di quella che interessa pochi. Per questo il titolo di molte analisi è lo stesso: un intervento che, per la maggior parte degli italiani, equivale a quasi nulla.

Cosa può ancora cambiare prima dell'approvazione

È bene ricordare che il percorso della Legge di Bilancio è ancora lungo. Il testo deve essere presentato in Parlamento, discusso, emendato e approvato entro la fine dell'anno. Nel frattempo le ipotesi possono modificarsi, anche in base ai dati sul gettito, alle stime di crescita e al confronto con le istituzioni europee.

Non è escluso che, qualora si liberassero risorse aggiuntive, per esempio grazie a maggiori entrate o a coperture individuate in altri comparti, si possa recuperare almeno in parte la riduzione della prima aliquota, magari in forma graduale o limitata a determinate fasce. Si tratta tuttavia di scenari ancora da verificare, e allo stato attuale il perimetro delle risorse sembra consentire un solo intervento.

Anche la platea degli interessati potrebbe cambiare. Il Governo potrebbe infatti modulare la misura, per esempio prevedendo un'estensione parziale della soglia, intermedia tra 50mila e 60mila euro, per contenere il costo. Anche in quel caso, però, resterebbe valida la considerazione di fondo: a beneficiarne sarebbe una minoranza di contribuenti.

Per chi ha un reddito sotto i 28mila euro, la situazione è chiara: nessuna novità sull'aliquota nel caso in cui l'unica misura fosse quella sul secondo scaglione. Resterebbero in vigore le regole attuali, con le relative detrazioni e con le eventuali misure già previste sul cuneo fiscale e sul lavoro dipendente.

Per chi si colloca tra i 28mila e i 50mila euro, il beneficio sarebbe anch'esso pressoché assente, perché la soglia che si sposta riguarda solo chi supera i 50mila. Soltanto da quel livello in su si comincerebbe a percepire un risparmio, crescente fino ai 60mila euro.

Per tutti gli altri, il consiglio resta quello di seguire l'evoluzione del testo durante l'iter parlamentare e di controllare con attenzione le misure di accompagnamento, come detrazioni, bonus e agevolazioni, che spesso incidono sul netto in busta paga più di una modifica di aliquota.

La Manovra Finanziaria 2027 si prepara, dunque, a mostrare, ancora una volta, i limiti imposti dalla scarsità di risorse. Delle due ipotesi sull'Irpef, il taglio della prima aliquota al 22% e l'estensione del secondo scaglione fino a 60mila euro, sembra destinata a prevalere la seconda, perché meno costosa. Ma proprio questa scelta comporta che a restare fuori siano i redditi più bassi, cioè la parte più numerosa dei contribuenti.

Il risultato, se confermato, sarebbe una riforma selettiva e dall'impatto limitato, che lascia invariata la situazione di milioni di italiani e premia una fascia ristretta. Resta ora da capire se, nelle prossime settimane, il confronto politico e l'eventuale reperimento di nuove coperture potranno riaprire la strada a un intervento più ampio, capace di raggiungere davvero la maggioranza di lavoratori e pensionati.




Dott. Giovanni Matano

Il Dott. Giovanni Matano è un esperto di fiscalità pratica e consulente fiscale con oltre 15 anni di esperienza nel settore. Laureato in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi di Milano, ha dedicato la sua carriera a supportare piccole e medie imprese nella pianificazione fiscale e nell'ottimizzazione delle agevolazioni fiscali. La sua competenza si estende anche ...