Cerchiamo di capire esattamente cosa sono i cibi ultraprocessati, il loro impatto sulla salute secondo gli ultimi studi, i meccanismi di rischio, il ruolo dell'industria e i consigli per ridurne il consumo, alla luce di nuove evidenze scientifiche.
L'incremento dell'utilizzo di alimenti ultraprocessati nelle abitudini quotidiane rappresenta oggi una questione di salute pubblica a livello globale. Nuove ricerche, come la raccolta internazionale pubblicata su The Lancet e coordinate da esperti tra cui Marialaura Bonaccio dell’IRCCS Neuromed di Pozzilli, evidenziano come i prodotti industriali a lunga conservazione stiano sostituendo porzioni di alimenti freschi, modificando profondamente non solo la qualità nutrizionale delle diete, ma anche le culturali tradizionali relative al cibo.
In paesi storicamente associati a uno stile alimentare salutare, come l’Italia, la trasformazione verso modelli incentrati su snack, bibite zuccherate e piatti pronti mostra effetti negativi crescenti. L’Organizzazione Mondiale della Sanità richiama all’urgente necessità di ridurre la dipendenza dai prodotti fortemente trasformati, sottolineando come questo fenomeno coinvolga sistemi alimentari, politiche industriali, equità sociale e benessere collettivo.
Negli ultimi anni sono esplose evidenze che collegano direttamente l’aumento di obesità, diabete, malattie cardiovascolari e addirittura alcune forme di tumore a diete ricche di ultraprocessati. L’espansione di queste abitudini, sostenuta da forti investimenti di marketing e da cambiamenti sociali e produttivi, richiede ora scelte consapevoli e interventi strutturali per tutelare la salute delle popolazioni.
I cosiddetti cibi ultraprocessati si distinguono per la loro origine industriale e per una composizione che ne altera radicalmente la matrice originale. Secondo la classificazione NOVA sviluppata da Carlos Monteiro presso l’Università di San Paolo, questi alimenti sono prodotti con sostanze estratte dagli alimenti stessi o modificate chimicamente e arricchite da una lunga serie di additivi (emulsionanti, coloranti, aromi artificiali, dolcificanti, stabilizzanti).
Tipicamente sono considerati ultraprocessati:
Numerosi studi prospettici e revisioni sistematiche pubblicati tra il 2023 e il 2026 mettono in luce come un elevato consumo di questi alimenti sia associato a marcatori negativi di salute cardiometabolica.
Un filone di ricerca di crescente rilevanza esplora il rapporto tra dieta ricca di ultraprocessati e salute del microbiota intestinale. Secondo il rapporto Circulation dell’American Heart Association (AHA) del 2025, additivi quali emulsionanti e dolcificanti intensi possono compromettere la diversità e la funzionalità del microbiota, determinando una riduzione delle specie microbiche benefiche e un aumento di ceppi associati a fenomeni di disbiosi e infiammazione cronica di basso grado.
In parallelo, un’elevata assunzione di questi prodotti spesso si traduce in una carenza di fibre alimentari prebiotiche, fondamentali per la nutrizione dei ceppi protettivi dell’intestino. Le modificazioni della barriera intestinale osservate in diversi studi favoriscono così il passaggio di molecole pro-infiammatorie nel circolo sanguigno, aumentando il rischio di sviluppare disturbi metabolici e cardiovascolari.
La letteratura degli ultimi anni, dai lavori di Monteiro a quelli di Marion Nestle, concorda nell’indicare che la salute dell’ecosistema intestinale risente profondamente dell’esposizione continua a componenti artificiali tipici dell’ultraprocessamento.
Le più recenti analisi epidemiologiche rafforzano l’associazione tra consumo di cibi ultraprocessati e incremento del rischio di malattie cronico-degenerative. Nel 2026 The Lancet ha pubblicato una serie di articoli sottoscritti da 43 esperti internazionali tra cui spicca la ricercatrice italiana Marialaura Bonaccio: emerge che l’espansione di questi alimenti si riflette in un progressivo aumento della mortalità prematura e in una frequenza più alta di patologie come obesità, diabete tipo 2, sindrome metabolica e alcune neoplasie.
La letteratura valuta il rischio in relazione alla “dose”: anche incrementi modesti della quota calorica quotidiana derivante da prodotti industriali (10-15%) si associano a un incremento percentuale consistente delle patologie cardiometaboliche. Nel report dell’American Heart Association presentato su Circulation, le stime confermano aumenti tra il 25 e il 58% di incidenza di diabete, infarti e scompensi metabolici nei soggetti con elevato apporto di questi alimenti.
A differenza di molti altri rischi alimentari, la pericolosità degli ultraprocessati sembra essere priva di una vera soglia di “sicurezza”, motivo per cui le principali società scientifiche consigliano di ridurre quanto possibile l’assunzione a favore di prodotti freschi e minimamente lavorati.
L’importanza della questione emerge analizzando le statistiche internazionali. In uno studio pubblicato su American Journal of Preventive Medicine (2025) sono stati valutati sette studi prospettici relativi a 239.982 partecipanti di otto paesi. Il risultato: ogni aumento del 10% di consumo di prodotti industriali determina un incremento di rischio di morte precoce del 2,7%.
Gli specialisti suggeriscono strategie semplici e applicabili nella quotidianità per ridurre il ricorso agli alimenti fortemente elaborati:
La Dott.ssa Sara Melchionda è un’esperta nel settore della sanità con oltre 15 anni di esperienza. Laureata in Tossicologia dell'ambiente e alimenti all'Università Statale di Lodi, ha sviluppato una solida competenza nelle tematiche legate alla sicurezza sanitaria, alla prevenzione dei rischi e alla valutazione degli effetti delle sostanze sulla salute. Nel corso della sua carriera ha collabora...