Negli ultimi anni il comparto automobilistico europeo è stato investito da un’ondata di trasformazioni senza precedenti. Il fenomeno delle vetture di origine asiatica, con una netta prevalenza della Cina, si è imposto tra i nodi centrali della transizione tecnologica/industriale in corso, portando a nuove dinamiche di mercato, investimenti e produzioni. In questo scenario, la testimonianza diretta di Nicola Di Sipio, fondatore del gruppo Raicam, rappresenta una risorsa imprescindibile per interpretare un settore in rapida mutazione. Di Sipio, imprenditore con una lunga esperienza nella progettazione e produzione di componentistica avanzata, ha osservato che «l’auto di oggi è sempre più simile a un dispositivo tecnologico». La sua visione, unita ai dati di osservatori come CAMI e Quintegia, offre una prospettiva chiara su come la struttura del mercato automobilistico europeo e italiano stia reagendo all’affermarsi dei costruttori asiatici.
Dati di mercato: crescita delle auto cinesi in Italia e in Europa
L'espansione degli operatori della Cina nel settore automobilistico europeo è documentata da cifre eloquenti. Secondo analisi recenti, tra il 2021 e il 2024 la presenza dei brand cinesi in Italia è aumentata dall’0,4% al 7,9% delle immatricolazioni, con oltre 102.000 vetture vendute nei primi dieci mesi del 2025. Il fenomeno va ben oltre i confini nazionali: entro il 2028, secondo Quintegia, il 90% dei nuovi marchi auto introdotti sul mercato italiano sarà asiatico, di cui almeno 27 direttamente cinesi. A livello europeo, la quota di mercato dei produttori cinesi è in rapida salita, con vendite che superano ormai il mezzo milione di unità su base annuale nel continente.
Le principali motivazioni di questa espansione sono state identificate come:
- Accessibilità delle vetture grazie a listini competitivi
- Adozione di tecnologie avanzate e innovazioni nei sistemi di propulsione e sicurezza
- Controllo della catena di fornitura delle batterie e materie prime critiche per l’elettrificazione
Il rapporto IEA sottolinea come la
Cina sia diventata nel 2024 il primo esportatore mondiale di automobili, raggiungendo 27 milioni di veicoli prodotti, pari al 40% della capacità produttiva globale. Tale affermazione ha ridisegnato la geografia della produzione europea e mondiale, con il Vecchio Continente stabilizzato attorno al 15% della capacità produttiva e una domanda interna in leggera contrazione rispetto agli anni pre-pandemici.
Il mercato italiano mostra tendenze simili: nei primi 10 mesi del 2025, 21 nuovi brand asiatici sono stati introdotti e la quota delle vetture asiatiche è passata dal 0,4% del 2021 al 7,9%. Brand come BYD, MG, Omoda&Jaecoo hanno ampliato la propria rete di concessionari e assistenza, facilitando la scelta da parte dei consumatori e stimolando la concorrenza.
Le ragioni del successo cinese: tecnologia, prezzi e controllo delle materie prime
La rapida affermazione delle case automobilistiche della Cina trova le sue radici in una serie di vantaggi strategici che pongono questi produttori in una posizione di forza sul mercato europeo:
- Leadership tecnologica e innovazione competitiva: i costruttori asiatici hanno investito con continuità in ricerca e sviluppo, con particolare rilevanza nei sistemi propulsivi elettrici, nel software integrato e nell’automazione dei processi. Il caso BYD, leader di fatturato nel segmento dell’elettrico e protagonista di una corsa all’innovazione, è paradigmatico. Le piattaforme modulari e architetture software avanzate, come quelle sviluppate da Leapmotor o Geely, sono oggi considerate benchmark anche da costruttori occidentali.
- Politiche di prezzo aggressive: la riduzione dei costi industriali, associata all’ampio accesso a materie prime strategiche e il supporto di sussidi statali, permette ai brand asiatici di offrire vetture più accessibili rispetto ai modelli equivalenti europei. Questo si riflette nei listini delle citycar, crossover, SUV full-electric e ibridi, con prezzi d’attacco spesso inferiori ai 30.000 euro e garanzie estese.
- Controllo della filiera delle batterie e delle terre rare: secondo Nicola Di Sipio «circa il 70% delle materie prime critiche per le batterie viene estratto e raffinato in Cina». Il dominio della filiera, dal minerale al componente finale, permette ai costruttori cinesi di assicurarsi approvvigionamenti stabili e costi contenuti, condizionando fortemente la concorrenza europea.
In sintesi, la capacità di proporre prodotti con standard tecnologici elevati e costi inferiori ha generato
un’offerta particolarmente appetibile, soprattutto tra i consumatori più giovani e sensibili alle tematiche ambientali.
Il ruolo della geopolitica e delle politiche industriali europee
Contesti geopolitici e regolatori hanno avuto un impatto diretto sulla distribuzione e sugli equilibri all’interno dell’auto made in Europe. L’accelerazione verso l’elettrificazione, imposta anche da normative ambientali stringenti e dal cosiddetto Green Deal europeo, ha posto l’industria locale sotto una pressione notevole. Di Sipio evidenzia come il post-2015, segnato dal Dieselgate, abbia incentivato una svolta normativa talvolta percepita come ideologica e non accompagnata da una reale neutralità tecnologica.
Secondo fonti autorevoli e analisi del CAMI, tale contesto avrebbe facilitato il “varco competitivo” sfruttato dai produttori cinesi, in quanto le regole e la struttura della politica industriale europea non sono state in grado di supportare la riconversione delle filiere e la nascita di una supply chain autonoma per batterie e microchip.
L’introduzione di dazi e misure protezionistiche, benché oggetto di discussione a Bruxelles, non ha ad oggi prodotto risultati definitivi e, secondo analisti, la possibilità di accordi su prezzi minimi per l’importazione di auto elettriche dalla Cina è al vaglio delle istituzioni, nel tentativo di contrastare la concorrenza giudicata sleale.
Impatto sui produttori e sulle filiere europee: rischi e opportunità
I produttori del Vecchio Continente vivono oggi una fase di riposizionamento forzato, con segmenti storicamente dominati da operatori europei ora sotto costante pressione:
- Rischi per le filiere tradizionali: la riduzione della domanda di auto convenzionali si è saldata alla crescita degli operatori asiatici, costringendo molti produttori europei a ripensare tessuti industriali, livelli occupazionali e investimenti in ricerca. A cascata questo impatta anche i fornitori di componenti, spesso incapaci di riconvertirsi rapidamente ai nuovi bisogni della mobilità elettrica.
- Opportunità legate a partnership e localizzazioni produttive: si assiste a una crescente collaborazione fra operatori Ue e aziende orientali (si veda il caso Stellantis-Leapmotor, che prevede la produzione in Spagna del Suv B10 con brand Opel). Tale strategia permette di valorizzare sinergie industriali, rilanciare siti produttivi europei e attrarre nuovi investimenti, aiutando a mantenere un tessuto manifatturiero avanzato e competitivo.
I dati dei report ANIASA e Bain & Company mostrano come, nel 2024, il calo della produzione in Italia abbia raggiunto il 17,9% su base annua, con punte negative ben oltre il 30% nel settore auto, tra crisi della domanda, preferenza per l’usato e instabilità normativa. Tuttavia, i casi di successo di alcuni brand emergenti dimostrano che strategie basate su qualità, innovazione e flessibilità distributiva possono ancora garantire margini e posti di lavoro.
La prospettiva di Nicola Di Sipio: analisi e soluzioni per il sistema Europa
Nel confronto con la stampa, Nicolò Di Sipio sottolinea come «la superiorità asiatica non è solo effetto delle scelte politiche ma di un vero e proprio dominio strategico delle risorse». Secondo l’imprenditore, la perdita di competitività del sistema automotiv europeo si deve a una somma di fattori:
- Incerta regolamentazione comunitaria che ha rallentato i processi di riconversione
- Mancanza di investimenti in una piattaforma industriale integrata europea, soprattutto in settori come batterie, software e microchip
- Carenza di una strategia di neutralità tecnologica, che avrebbe permesso di competere su più fronti senza vincolare la domanda a un’unica soluzione di propulsione
Di Sipio suggerisce che la risposta debba essere
più integrata a livello continentale:
- Creazione di una supply chain europea capace di coprire almeno l’80% del valore di una vettura, dalla progettazione industriale al software, includendo il design – tradizionale punto di forza Ue – e la produzione delle batterie
- Sostegno pubblico a ricerca, formazione e trasferimento tecnologico nelle regioni più colpite dalla transizione
- Armonizzazione normativa e riduzione delle differenze tra i Paesi membri per evitare distorsioni competitive e favorire economie di scala
Come ricorda l’imprenditore,
«solo con una visione davvero europea sarà possibile contrastare il vantaggio delle aziende asiatiche e ricostruire una competitività sostenibile».
Sfide future e strategie di rilancio per il settore automobilistico europeo
Guardando avanti, la produzione e la vendita di veicoli a basso impatto ambientale resteranno uno dei pilastri delle politiche industriali europee, ma sarà necessario mantenere equilibrio tra innovazione, protezione occupazionale e apertura competitiva. Le priorità individuate dagli operatori, tra cui Di Sipio, possono essere riassunte nei seguenti punti:
- Investimenti coordinati in infrastrutture e tecnologia, soprattutto per batterie e software
- Migliore intervento normativo per sostenere l'industria locale, garantendo regole chiare e omogenee
- Revisione degli accordi di libero scambio con Paesi terzi, con strumenti flessibili su dazi e strategie di risposta ai sussidi esteri
- Formazione di una nuova generazione di tecnici e progettisti in grado di rispondere alle sfide della mobilità elettrica
In sintesi, seppur attraversato da forti turbolenze, il settore automobilistico europeo dispone ancora di rilevanti competenze.
Solo un adattamento rapido, condiviso e strategico dell’ecosistema industriale e normativo potrà assicurare una posizione competitiva nella nuova era della mobilità globale.
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