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Le microplastiche nel Mediterraneo aumentano ogni anno: cosa sappiamo davvero della sabbia che tocchiamo ogni estate

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di Marianna Quatraro pubblicato il

Le microplastiche infestano ogni anno di più le spiagge italiane: dalle fonti principali fino agli effetti sulla salute umana e sull’ecosistema, il fenomeno mette a rischio ambiente, alimentazione e paesaggi mediterranei

Sotto la sabbia dorata che accarezza i piedi ogni estate, si cela una realtà sempre più preoccupante: l’aumento progressivo di microplastiche nei litorali italiani. Queste particelle, spesso invisibili a occhio nudo, rappresentano una forma di inquinamento insidiosa con impatti estesi sugli ecosistemi costieri e sulla salute pubblica. Le evidenze scientifiche più recenti mostrano che la densità di microplastiche nei sedimenti costieri è aumentata negli ultimi anni, specialmente sulle spiagge del Mediterraneo dove pressione turistica, urbanizzazione e gestione inefficace dei rifiuti si sommano all’effetto di una struttura marina semichiusa.

Uno studio internazionale pubblicato nel 2025 ha analizzato campioni provenienti da centinaia di arenili e ha rilevato che oltre l’80% delle spiagge mediterranee monitorate presenta concentrazioni significative di microplastiche, molto superiori rispetto ad altri bacini oceanici. Questa tendenza riflette una dinamica di accumulo sempre più rapida, favorita anche dai flussi stagionali: durante i mesi estivi, l’afflusso di turisti lungo le coste italiane (oltre 200 milioni ogni anno) amplifica la pressione sugli ecosistemi già fragili.

La percezione di una spiaggia «pulita» rischia dunque di essere una mera illusione visiva. Anche laddove la qualità delle acque appare eccellente in base ai monitoraggi microbiologici, i dati mostrano che la sabbia può custodire milioni di frammenti plastici per chilometro quadrato. L’invisibilità di questo inquinamento pone interrogativi urgenti sulla qualità ambientale dei nostri arenili e sulla sicurezza di chi li frequenta quotidianamente.

Il Mediterraneo: un caso a sé nel mondo

Il Mar Mediterraneo è uno dei bacini marini più studiati al mondo dal punto di vista dell'inquinamento da plastiche, e i risultati di quelle ricerche sono preoccupanti in modo sistematico. Il Mediterraneo rappresenta meno dell'1% dell'acqua marina mondiale, ma concentra circa il 7% di tutte le microplastiche presenti negli oceani del pianeta. In termini assoluti, ogni anno nel Mediterraneo finiscono oltre 100.000 tonnellate di plastica. E la caratteristica che rende questo bacino particolarmente vulnerabile è la sua natura geografica: è un mare semi-chiuso, con un ricambio d'acqua con l'Atlantico molto lento attraverso lo Stretto di Gibilterra. Quello che entra, in buona parte, resta.

Uno studio internazionale ha analizzato campioni di sabbia provenienti da 209 spiagge in 39 Paesi e sei bacini oceanici e ha rilevato che il 45% delle spiagge esaminate conteneva microplastiche. Ma il dato che riguarda l'Italia è molto più severo: le spiagge mediterranee risultano le più contaminate di tutto il campione, con una percentuale dell'80%, contro lo zero registrato nelle spiagge del Pacifico meridionale. Tradotto: quattro spiagge mediterranee su cinque contengono microplastiche rilevabili nei sedimenti. Non è un'eccezione geografica circoscritta: è la norma del nostro mare.

Le fonti principali di microplastiche: mozziconi, plastiche monouso, microfibre e polistirolo

Identificare le fonti di particelle plastiche nei litorali è essenziale per comprendere la portata del fenomeno. Le indagini condotte da enti come Legambiente e organizzazioni ambientali riconosciute mostrano che i mozziconi di sigaretta costituiscono una delle fonti più diffuse e persistenti. Abbandonati sulla sabbia, i filtri delle sigarette sono composti prevalentemente da acetato di cellulosa, una plastica che può necessitare oltre dieci anni per degradarsi completamente. Durante questo arco temporale, rilasciano migliaia di composti chimici tossici e si frammentano gradualmente in microplastiche, contribuendo così all’inquinamento sia della sabbia che dell’ambiente marino.

  • Plastica monouso: Bicchieri, bottiglie, imballaggi e altri articoli progettati per un solo utilizzo rappresentano la quota più consistente di rifiuti rinvenuti lungo le coste. Le direttive europee e italiane hanno imposto divieti parziali, ma la presenza di questi oggetti resta elevata, soprattutto per la difficoltà di intercettare piccole particelle generate dalla loro frammentazione.
  • Microfibre sintetiche: Ogni ciclo di lavaggio degli indumenti in poliestere, nylon o acrilico libera nelle acque reflue milioni di microfibre che, in assenza di filtri efficaci, raggiungono i fiumi e il mare. Studi recenti dell’UNEP stimano che fino a 500.000 tonnellate di microplastiche di origine tessile finiscono ogni anno negli oceani, diventando parte integrante dei sedimenti costieri.
  • Polistirolo espanso: Ampiamente utilizzato per il trasporto e la conservazione del pescato, il polistirene (EPS) si sgretola facilmente in particelle sottili che si disperdono sulla sabbia e in mare. Campagne mirate, come quella portata avanti da associazioni di categoria e ONG, hanno iniziato la distribuzione di cassette riutilizzabili per i pescatori artigianali; tuttavia, la sostituzione è ancora in corso.

Come si accumulano le microplastiche nella sabbia e negli ecosistemi mediterranei

L’accumulo di microplastiche nella sabbia e negli ambienti marini mediterranei segue un processo determinato sia da fattori naturali che antropici. Il bacino del Mediterraneo, con i suoi scambi idrici molto lenti, rappresenta un contesto particolarmente vulnerabile alla persistenza e concentrazione di materiale plastico.

Le macroplastiche abbandonate o trasportate dai fiumi subiscono una frammentazione progressiva a causa dell’azione combinata di radiazione solare, abrasione meccanica, variazioni di temperatura e biofilm batterici. Tali sollecitazioni indeboliscono la struttura chimica delle plastiche, portandole alla formazione di tratti fragili che si rompono con facilità, generando migliaia di piccoli frammenti incorporati nei sedimenti o sospesi in acqua.

Le microplastiche arrivano così a colonizzare tutti i comparti:

  • Litorali e sabbia: la sabbia intrappola particelle provenienti sia da fonti dirette (abbandono, attività balneari, pesca) sia indirette (depositi fluviali, venti, mareggiate). Con l’azione del vento e del moto ondoso, i detriti plastici si infiltrano negli strati superficiali e profondi del sedimento.
  • Colonna d’acqua e fondali: le particelle galleggianti possono aggregarsi a materia organica, modificando la velocità di affondamento e alternando periodi vicini alla superficie a fasi di sedimentazione sui fondali. La persistenza delle microplastiche nei fondali è accentuata dalla bassa temperatura e dalla ridotta esposizione a luce e ossigeno, fattori che rallentano ulteriormente la degradazione chimica.
Un aspetto tratto da monitoraggi ISPRA e università europee mostra che ogni chilometro quadrato di superficie mediterranea può arrivare a contenere oltre un milione di frammenti galleggianti; numeri che stanno crescendo annualmente.

Le condizioni climatiche estreme, come le piogge intense e prolungate seguite da siccità, accelerano il trasporto verso mare di plastiche, pesticidi e altri inquinanti, aggravando lo stato dei sedimenti e degli ecosistemi, in particolare durante la stagione turistica.

Il progetto MAESTRI: la scienza italiana prova a guardare al futuro

In questo contesto, vale la pena segnalare un progetto di ricerca italiano che rappresenta un passo avanti significativo. MAESTRI — acronimo di Modelli previsionali di accumulo di microplastiche in aree marine costiere, effetti sulla biodiversità e strategie per ridurre l'inquinamento — è un progetto coordinato dall'Università di Palermo, avviato nel maggio 2025 e finanziato con 1,5 milioni di euro nell'ambito del programma europeo INTERREG Italia-Malta.

L'obiettivo è costruire il primo modello previsionale di accumulo di microplastiche nel Mediterraneo centrale, capace di simulare e prevedere la distribuzione delle microplastiche nei prossimi dieci anni, identificando le zone costiere più vulnerabili. Il progetto coinvolge anche le Università di Messina e Catania, il CNR e l'Università di Malta. Le attività di monitoraggio sul campo si concentrano su otto chilometri di coste della Sicilia sud-orientale e nove chilometri di litorale maltese, con strumenti ad alta tecnologia: droni dotati di sensori avanzati, strumenti geofisici per lo studio dei fondali fino a 50 metri di profondità, tecniche spettroscopiche per l'analisi della composizione chimica delle particelle. I risultati e la mappa completa delle aree vulnerabili saranno disponibili entro il 2027.

Impatto delle microplastiche sulla salute umana e sulle catene alimentari

L’accumulo di microplastiche nei sedimenti e nell’acqua marina non riguarda solo gli organismi acquatici, ma coinvolge indirettamente anche la salute umana. Pesci, molluschi, crostacei e uccelli marini ingeriscono regolarmente queste particelle, confondendole per cibo o attraverso la deposizione accidentale nei loro habitat naturali. Studi condotti negli ultimi anni riportano la presenza di frammenti plastici anche nei tessuti interni, a testimonianza della capacità delle microplastiche di attraversare barriere biologiche.

Per quanto riguarda la salute umana, la principale via di esposizione è rappresentata dal consumo di prodotti ittici, di acqua potabile e, in misura minore, dall’inalazione di polveri contenenti microfibre sintetiche. Ricerche recenti hanno rilevato microplastiche nel sangue, nei reni, persino nella placenta umana. Ciò desta preoccupazione per i possibili effetti a lungo termine, nonostante il quadro clinico rimanga in parte ancora da definire.

Oltre al danno fisico associato all’accumulo nei tessuti organici, l’aspetto più insidioso riguarda il trasporto di additivi chimici pericolosi. Le plastiche spesso rilasciano sostanze come ftalati, bisfenolo A, metalli pesanti e coloranti industriali, noti per i loro effetti tossici e potenzialmente interferenti sul sistema endocrino. L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda, alla luce delle evidenze emergenti, di approfondire gli studi per valutare eventuali effetti sul rischio di patologie infiammatorie e degenerative.

I dati suggeriscono inoltre che persino i bambini che giocano sulla sabbia possono essere esposti ad ingestione accidentale di particelle plastiche o residui contaminati. Le ricerche concordano nel ritenere che l’esposizione cronica, anche a basse concentrazioni, possa determinare effetti sub-letali sulla crescita, sulla riproduzione e sul comportamento di molte specie marine, con possibili impatti a cascata lungo tutta la catena alimentare.




Marianna Quatraro

Laureata in Lingue e Letterature Straniere e Scienze dalla Comunicazione, giornalista pubblicista dal 2008, collaboratrice presso testate locali e nazionali, con ottime competenze linguistiche straniere, specializzata in campo letterario ed economico, collabora con la testata online Businessonline trattando in particolar modo il mondo delle pensioni, argomento di cui si occupa ormai da circa 20 an...