Nuove ricerche mettono in discussione la generale demonizzazione dei cibi ultraprocessati. Gli studi italiani rivelano differenze notevoli tra prodotti e criticano i limiti delle classificazioni.
Negli ultimi anni il dibattito sugli alimenti ultraprocessati ha polarizzato medici, nutrizionisti e consumatori. La crescente preoccupazione per i possibili rischi associati a questi prodotti trova le sue radici nella classificazione NOVA, che suddivide i cibi in base al grado di trasformazione industriale. Tuttavia, nuove ricerche scientifiche indicano che l'attuale sistema di valutazione presenta notevoli zone d'ombra. In particolare, quattro studi offrono uno sguardo più articolato: il lavoro dell'Università di Milano (Martini, Marti, 2026) sulla lettura delle etichette, quello dell'Università di Padova pubblicato su Nutrients (Lorenzoni, Gregori, Silano) che distingue le caratteristiche dei prodotti ultra-processati venduti in Italia, una serie di revisioni scientifiche che mettono in discussione la rigidità della classificazione NOVA e la revisione sistematica DORS che evidenzia i limiti metodologici di molti studi sul tema. Questi lavori suggeriscono una realtà più complessa e sfumata rispetto alle semplificazioni diffuse dall'allarme pubblico.
L'idea che una complessità dell'etichetta, ovvero una lista ingredienti articolata e lunga, sia automaticamente indicativa di bassa qualità nutrizionale è stata messa in discussione dalle ricerche coordinate da Martini e Marti dell'Università di Milano. Gli autori hanno condotto una serie di confronti tra prodotti alimentari industriali e preparazioni casalinghe riproducibili, verificando l'effettiva corrispondenza tra qualità percepita e qualità reale.
Tra gli aspetti più interessanti emersi vi è la constatazione che molti prodotti industriali replicano ingredienti presenti nelle ricette domestiche, come tuorlo d'uovo, sale, zucchero, aromi naturali, che però, quando elencati in modo dettagliato sull'etichetta, generano nei consumatori un'errata associazione con la scarsa salubrità.
Altre preparazioni domestiche, ad esempio alcuni dolci tipici regionali o conserve artigianali, prevedono una lista ingredienti persino superiore per varietà e quantità rispetto ai loro equivalenti industriali:
Un contributo innovativo arriva dallo studio condotto dai gruppi di Lorenzoni, Gregori e Silano (Università di Padova e Istituto Superiore di Sanità) e pubblicato su Nutrients, che ha posto a confronto i principali sistemi di etichettatura nutrizionale utilizzati per valutare gli ultra-processati, NutrInform Battery, Nutriscore e Multiple Traffic Lights.
I risultati hanno mostrato che non tutti gli alimenti classificati come UPF condividono lo stesso impatto sulla salute. I ricercatori hanno analizzato un ampio ventaglio di prodotti industriali reperibili in Italia, mettendo in luce come:
Questa eterogeneità sottolinea che non esiste una categoria univoca di dannoso associata a tutti gli UPF. La tendenza a generalizzare può produrre errori di valutazione sia nei consumatori sia nelle politiche di prevenzione. Secondo Silano, la presenza di prodotti con profili nutrizionali buoni o accettabili nella categoria degli UPF impone una riflessione sull'opportunità di distinguere maggiormente tra i diversi prodotti invece di estendere un'allerta indistinta.
L'applicazione delle etichette nutrizionali a semaforo o dei nuovi sistemi evoluti come il Nutri-Score 2.0 rappresenta uno dei possibili strumenti per supportare scelte consapevoli, ma richiede costante revisione in base all'evoluzione delle conoscenze scientifiche e delle abitudini alimentari. Inserire nella stessa categoria alimenti molto diversi rischia infatti di ridurre la precisione delle informazioni disponibili al pubblico.
Il sistema di classificazione NOVA è diventato uno standard globale per la definizione degli alimenti ultraprocessati, tuttavia le review critiche ne hanno evidenziato i limiti concettuali e pratici. Il modello, elaborato dal gruppo di Monteiro, cataloga i cibi esclusivamente in base al grado di trasformazione industriale, senza tenere conto dell'effettivo profilo nutrizionale di ciascun prodotto.
Questo approccio, se da un lato offre una chiave interpretativa utile a livello epidemiologico, comporta diversi effetti collaterali:
Le nuove evidenze chiedono di superare una dicotomia netta tra buoni e cattivi fondata esclusivamente su come un alimento viene prodotto, suggerendo un'integrazione tra analisi della trasformazione e reale valore nutrizionale. Per una valutazione più affidabile della salubrità del cibo, è necessario considerare la totalità delle dimensioni coinvolte: ingredienti, processi e impatto sulla dieta.
Il dibattito pubblico si lascia spesso influenzare da titolazioni allarmistiche che sottolineano i pericoli degli alimenti ultraprocessati, senza però distinguere tra correlazione statistica e nesso causale dimostrato. La revisione sistematica DORS, che ha analizzato 104 studi, in larga parte osservazionali e comprendenti campioni con oltre diecimila partecipanti ciascuno, offre un quadro chiaro rispetto a questo aspetto metodologico.
Gli studi osservazionali, per loro natura, possono individuare associazioni tra consumo di determinati alimenti e aumento di rischio per patologie specifiche, ma non permettono di stabilire una relazione causa-effetto certo e diretto. Diversi fattori, stile di vita, stato socio-economico, presenza di altri comportamenti a rischio, spesso si intrecciano nei grandi numeri, rendendo difficile stabilire quanto un singolo alimento o gruppo alimentare sia davvero responsabile delle conseguenze osservate. La revisione DORS sottolinea:
La Dott.ssa Sara Melchionda è un’esperta nel settore della sanità con oltre 15 anni di esperienza. Laureata in Tossicologia dell'ambiente e alimenti all'Università Statale di Lodi, ha sviluppato una solida competenza nelle tematiche legate alla sicurezza sanitaria, alla prevenzione dei rischi e alla valutazione degli effetti delle sostanze sulla salute. Nel corso della sua carriera ha collabora...