Ripercorrendo la storia del libretto di risparmio esploriamo il suo significato per gli over 60, i vantaggi e i limiti, le nuove forme di risparmio e il valore psicologico e culturale di un simbolo che resiste al tempo
C'era un oggetto, in quasi ogni casa italiana, che stava nel cassetto del comodino o dentro una busta di carta nella credenza del salotto. Un libretto verde o bordeaux, con la copertina rigida e le colonne stampate dentro: data, operazione, saldo. Si portava allo sportello, l'impiegato lo timbrava, e si tornava a casa con i numeri aggiornati scritti a penna. Era il libretto di risparmio, che ancora esiste, ma non più in formato fisico e non è più la prima forma di investimento scelta come una volta.
E nel suo formato cartaceo che tanto ha dato la spinta ai risparmi degli italiani non esiste più da almeno 20 anni. Non era uno strumento finanziario sofisticato. Era qualcosa di più: era la rappresentazione fisica del denaro che cresceva nel tempo. E quella fisicità, oggi quasi scomparsa, spiega in modo sorprendentemente preciso perché gli over 60 italiani detengono oggi quasi la metà del patrimonio privato del Paese, mentre i più giovani faticano ad accumulare qualcosa di significativo.
Il libretto di risparmio non era solo un conto su cui parcheggiare i soldi. Era un rituale. Si andava in banca o alle Poste con una cadenza regolare e si versava una somma. Piccola o grande, non importava: ciò che contava era la continuità. Il saldo che cresceva di riga in riga, lentamente ma visibilmente, dava una soddisfazione concreta che nessuna app bancaria moderna riesce davvero a replicare.
Quella generazione ha imparato a risparmiare guardando un numero che aumentava su carta. Non un grafico, non una percentuale di rendimento annualizzato: un numero. Il proprio numero. E quella semplicità aveva un potere comportamentale enorme: rendeva il risparmio un'abitudine consolidata, quasi automatica, slegata dalla volatilità dei mercati e dall'ansia dei rendimenti.
I dati attuali fotografano una concentrazione di ricchezza generazionale senza precedenti nella storia economica italiana. Secondo le analisi più recenti, gli over 60 detengono quasi la metà del patrimonio complessivamente investito nel Paese, alcune stime parlano del 47%, altre arrivano al 57% se si include la ricchezza immobiliare. La quota di ricchezza detenuta dalle famiglie più anziane ha quasi raddoppiato la propria incidenza nel giro di un paio di decenni, arrivando a rappresentare circa il 32% del patrimonio totale delle famiglie italiane secondo la Banca d'Italia.
Al contrario, la quota dei più giovani si è ridotta drasticamente: dal 13% di qualche anno fa al 4% attuale. Un ventenne o un trentenne oggi parte con una base patrimoniale praticamente nulla e deve costruirsi tutto in un contesto di lavoro precario, affitti elevati e costo della vita crescente. Chi ha sessant'anni, invece, ha alle spalle decenni di accumulo silenzioso e costante.
Sarebbe troppo semplice e inesatto ridurre tutto al merito individuale o alla disciplina personale. Il contesto economico in cui hanno vissuto e lavorato gli over 60 italiani era strutturalmente favorevole all'accumulo di patrimonio, su più fronti:
Tenere i risparmi su un libretto cartaceo, con le cifre scritte a penna, attivava meccanismi psicologici che gli strumenti digitali moderni faticano a replicare. Il denaro era visibile e tangibile nella sua crescita. Ogni versamento era un gesto deliberato. Prelevare era scomodo, richiedeva di andare fisicamente allo sportello e quindi si prelevava meno, e solo per ragioni serie. L'attrito fisico del sistema era, paradossalmente, uno strumento di disciplina finanziaria.
Oggi fare un bonifico, spostare denaro, spendere con un tap dello smartphone richiede zero attrito. Il denaro è diventato astratto, fluido, quasi invisibile. E questa fluidità, che sembra un vantaggio tecnologico, ha un costo comportamentale reale: rende molto più difficile tenere traccia di dove vanno i soldi e costruire un risparmio stabile nel tempo.
Tutta questa ricchezza accumulata dagli over 60 italiani non resterà ferma per sempre. Nei prossimi vent'anni si stima che avverrà il più grande trasferimento intergenerazionale di patrimonio privato della storia italiana. Eredità, donazioni, passaggi di immobili: migliaia di miliardi di euro passeranno dalle mani dei nati negli anni Cinquanta e Sessanta a quelle dei loro figli e nipoti.
Secondo alcune proiezioni, la quota di ricchezza derivante da successioni ereditarie potrebbe arrivare a rappresentare circa il 40% del patrimonio totale degli eredi, rispetto al 30% registrato nelle generazioni precedenti. Una percentuale che dice molto su come cambierà il modo di "fare patrimonio": non più costruendolo nel tempo, ma ricevuto in blocco. Con tutto ciò che questo implica in termini di gestione, responsabilità e rischio.
Sarebbe ingenuo suggerire di tornare allo sportello con il libretto cartaceo sotto il braccio. Ma le lezioni comportamentali che quell'oggetto incarnava restano valide e possono essere tradotte in abitudini moderne:
Il dott. Luca Rossi è un esperto analista finanziario con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle finanze. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi e ha lavorato per prestigiose istituzioni bancarie e società di consulenza. Specializzato in strategie di investimento e gestione del rischio, Luca ha aiutato numerosi clienti a ottimizzare i loro portafogli ...