Chiede un orario più snello per il figlio di meno di un anno, l'azienda dice no. Beatrice racconta quale è stata l'unica sua scelta possibile
Sette anni di lavoro possono finire dentro uno scatolone di cartone. È l'immagine con cui Beatrice Baratto, 33 anni, racconta la fine del suo percorso in un'azienda calzaturiera del Trevigiano, un lavoro che dice di amare e che ha lasciato senza averlo davvero voluto. Dopo la maternità, con un figlio di nome Riccardo che non ha ancora compiuto un anno, ha chiesto una cosa che definisce temporanea: un orario più snello per riuscire a organizzare gli spostamenti legati al nido. La proposta era precisa. Per tre giorni alla settimana un orario continuato di sei ore, e per altri due giorni il full time, in modo da coordinarsi con il marito senza lasciare un bambino così piccolo fino a tardi.
Il quadro familiare, spiega Beatrice, non lasciava molte alternative. Sua madre è mancata e la suocera ha 79 anni, quindi la rete di aiuto su cui contare è ridotta. Per questo ha chiesto un colloquio con una dei titolari, una donna madre di tre figli. Di persona, racconta, l'incontro è stato conciliante: la titolare l'ha rassicurata.
Pochi giorni dopo, però, è arrivata la telefonata della responsabile esterna delle risorse umane, che ha negato ogni possibilità. Secondo Beatrice, il motivo addotto è stato l'infungibilità del suo lavoro, cioè l'idea che la sua mansione non possa essere svolta da nessun altro. Ma è la chiusura della chiamata ad averla gelata: le è stato detto di fare le sue valutazioni. Viene da chiedersi, a questo punto, se un lavoro tanto difficile da sostituire non avrebbe meritato uno sforzo per trattenerla, invece di chiudere la porta a una richiesta limitata nel tempo. Per lei, in ogni caso, si trattava di non dover scegliere tra il bambino e l'impiego.
Beatrice non si è arresa subito. Ha attivato i sindacati, che le hanno suggerito di usare le ferie. Una soluzione che non risolveva il problema di fondo, perché le sarebbero bastate soltanto fino a dicembre. Si è quindi rivolta allo sportello donna di Valdobbiadene, la città dove abita, ed è così arrivata alla consigliera di parità della Provincia di Treviso, che ha convocato i titolari dell'azienda per cercare un accordo. Secondo il suo racconto, l'azienda ha mandato un avvocato con una posizione assolutamente irremovibile. A quel punto, dice, le possibilità erano finite: le dimissioni sono diventate l'unica via rimasta, ed è da qui che nasce l'idea di una scelta forzata più che voluta.
Nel suo racconto pesa il fatto che le interlocutrici non fossero estranee alla maternità. Anche i tre titolari hanno dei figli e, spiega Beatrice, due di loro sono donne che lavorano a mezza giornata da sempre. In azienda ci sono inoltre due colleghe mamme con il part time. Per questo non parla di pressioni durante la gravidanza, che anzi esclude, ma di regole applicate in modo discrezionale: ad alcuni, dice, lo smart working viene concesso, a lei è stato vietato, e lo stesso vale per il part time. È una sensazione di disparità che pesa quanto il rifiuto stesso, perché toglie qualsiasi criterio oggettivo a cui appellarsi. Chi si trova nella stessa situazione, infatti, può accettare un limite chiaro, ma fatica a comprendere perché una regola valga per le altre e non per sé. Una valutazione caso per caso, del resto, è difficile da contestare proprio perché non è scritta da nessuna parte.
C'è poi un passaggio che Beatrice indica come il paradosso della vicenda. Il codice etico dell'azienda, pubblicato sul sito, prevede espressamente che per le neomamme sia garantita una flessibilità dell'orario. Sulla carta, dice lei, è tutto perfetto. È la pratica a essere un'altra cosa. Il tema è tutt'altro che isolato: il racconto di Beatrice si inserisce nel dibattito sul rapporto tra maternità e lavoro, dove i principi scritti nei documenti aziendali, soprattutto nelle realtà private di dimensioni più contenute, non sempre trovano riscontro nella gestione quotidiana del personale.
A pesare, a suo dire, è anche il modo in cui sono andate le cose dopo il rifiuto. I titolari, racconta, si sono ben guardati dal contattarla direttamente, e anche l'ultimo tentativo di mediazione si è chiuso con l'intervento di un legale. Per questo, anche se oggi qualcuno la richiamasse con una proposta diversa, esclude di rientrare: a deluderla è stato soprattutto il metodo, un modo di gestire le relazioni con i dipendenti che le sembra incomprensibile, soprattutto perché la sua richiesta, ribadisce, non era un capriccio personale ma un'esigenza concreta, legata a un neonato e a una famiglia con pochi appoggi. Il suo non è dunque il racconto di chi ha lasciato per scelta, ma di chi si è sentito messo davanti a un bivio senza vere alternative.
Ed è anche per questo che una storia personale, maturata in un'azienda del Trevigiano, finisce per parlare a molte altre famiglie in cui due genitori lavorano, i nonni non sono disponibili o sono troppo anziani e gli orari del nido non coincidono con quelli dell'ufficio. In situazioni così, anche pochi giorni di flessibilità fanno la differenza tra riuscire a tenere insieme tutto e dover rinunciare a qualcosa.
Oggi Beatrice sta studiando per conseguire un secondo titolo di laurea. Non ha smesso di amare il suo mestiere, ma vorrebbe costruirsi un piano b, magari nell'insegnamento. Si dice disillusa sulla gestione del personale in certe aziende private, dove, a suo giudizio, prevale una logica padronale che rende tutto più complesso e poco lineare, con regole poco chiare e applicate in modo diverso da persona a persona. Pensa che nelle piccole e medie imprese del Nordest ci sia ancora un passo di consapevolezza da compiere: bisognerebbe applicare concetti che si sentono ripetere spesso ma che, secondo lei, si vedono poco nei fatti.
La sua conclusione è semplice, quasi disarmante: il benessere dei dipendenti aumenta la produttività. Un principio che, dal suo punto di vista, dovrebbe valere prima di tutto per chi gestisce un'azienda, perché una richiesta temporanea e circoscritta, come la sua, avrebbe potuto trovare spazio con un minimo di dialogo. Resta una precisazione necessaria: la ricostruzione è quella di Beatrice, e l'intervista da cui nasce questa storia non riporta la versione dell'azienda.
Per completare il quadro servirebbe ascoltare anche l'altra parte, che potrebbe avere ragioni organizzative diverse da quelle raccontate. Anche il tema delle regole, in fondo, merita una risposta: perché a una dipendente sia stato detto no e ad altre sì, e con quali criteri, è una domanda a cui solo l'azienda può rispondere, e che aiuterebbe a capire se si è trattato di una scelta organizzativa motivata o di un caso di disparità.
Quello che emerge, intanto, è la storia di una madre che ha firmato le dimissioni dopo sette anni, con un figlio piccolo e un lavoro che dice di non aver mai voluto lasciare. Se la sua vicenda debba restare un caso isolato o diventi uno spunto di riflessione per altre aziende, dipenderà anche da come queste sceglieranno di tradurre in pratica i principi che scrivono nei propri codici etici.
La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...