Draghi e il fondatore di Stripe hanno fondato il Rhine Group per trasformare 170 proposte di riforma in azioni concrete. Solo 4 aziende tech europee tra le prime 50 al mondo: il punto di partenza.
C'è un numero che ha convinto Mario Draghi a tornare in campo. Su cinquanta tra le maggiori aziende tecnologiche del mondo, solo quattro sono europee. Non è un dato secondario, non è una statistica da convegno. È la misura di un problema strutturale che riguarda il futuro del continente: la capacità di creare imprese capaci di competere su scala globale nei settori che definiranno i prossimi decenni, dall'intelligenza artificiale alle piattaforme digitali, dalla ricerca scientifica alle tecnologie emergenti. E in tutti questi settori l'Europa parte in una posizione di debolezza.
Il 25 agosto 2026, pochi mesi dopo la pubblicazione del suo rapporto sulla competitività europea, Draghi ha annunciato la nascita del Rhine Group, una nuova iniziativa che riunisce economisti, imprenditori, accademici e protagonisti della politica europea con un obiettivo preciso: trasformare la diagnosi di quel rapporto in un'agenda concreta di riforme.
Il Rhine Group non è un'istituzione europea, non è un think tank nel senso tradizionale del termine, non è un comitato consultivo di nessun governo. È qualcosa di nuovo, che i fondatori stessi descrivono come uno spazio tra la ricerca e la politica, tra la diagnosi e l'attuazione. Un luogo dove persone che normalmente siedono a tavoli diversi possono ragionare insieme sulle grandi riforme di cui l'Europa avrebbe bisogno.
A fondarlo sono Mario Draghi e Patrick Collison, copresidenti. L'accostamento è apparentemente insolito: da una parte l'economista che ha guidato la Banca Centrale Europea negli anni della crisi dell'euro e poi ha firmato nel 2024 il rapporto sulla competitività per la Commissione Europea; dall'altra il cofondatore e amministratore delegato di Stripe, uno dei più importanti imprenditori tecnologici al mondo, irlandese di origine e californiano di adozione, noto per il suo interesse profondo al rapporto tra innovazione, scienza e crescita economica. Due biografie diverse, la stessa preoccupazione.
A guidare operativamente il gruppo è Luis Garicano, economista spagnolo ed ex eurodeputato, considerato uno dei massimi esperti europei di economia digitale e mercati del lavoro.
La lista dei partecipanti dice molto dell'ambizione del progetto. Ci sono il Nobel per l'economia Philippe Aghion, studioso di innovazione e crescita. C'è Toomas Hendrik Ilves, ex presidente estone e pioniere della digitalizzazione dello Stato. C'è Beatrice Weder di Mauro, presidente del Centre for Economic Policy Research. C'è Zanny Minton Beddoes, direttrice dell'Economist. Ci sono imprenditori come Tobi Lütke di Shopify, Niklas Zennström di Atomico e Sebastian Siemiatkowski di Klarna.
Tra i partecipanti c'è una componente italiana tutt'altro che secondaria. Andrea Pignataro, fondatore e amministratore delegato di Ion Group, uno dei principali gruppi tecnologici europei nel settore dei dati e dei servizi finanziari. Lucrezia Reichlin, economista della London Business School e tra le voci più autorevoli del dibattito macroeconomico europeo. Francesco Giavazzi, professore emerito di economia alla Bocconi ed ex consulente del governo Draghi. Francesco Decarolis, professore di economia sempre alla Bocconi, specializzato in economia industriale e mercati digitali. E Vittorio Colao, già amministratore delegato di Vodafone e oggi vice chairman Emea di General Atlantic.
Cinque italiani in un gruppo che conta alcune tra le menti economiche più influenti del continente. Non è un caso: il legame con la stagione del governo Draghi in Italia, con le riforme e il PNRR, è evidente nella composizione del gruppo.
Il Rhine Group parte da un documento preciso: il rapporto sulla competitività dell'Unione Europea pubblicato da Draghi nel 2024 su incarico della Commissione Europea. Quel testo, lungo quasi cinquecento pagine, aveva fotografato con grande precisione le debolezze strutturali dell'economia europea: bassa produttività, assenza di un mercato dei capitali unificato, dipendenza energetica, gap tecnologico rispetto a Stati Uniti e Cina, frammentazione normativa tra i ventisette paesi membri.
Il rapporto aveva anche avanzato oltre 170 proposte concrete di riforma, su energia, industria, difesa, infrastrutture digitali, mercati dei capitali e produttività. Era diventato uno dei principali riferimenti del dibattito europeo sulla competitività. Il problema, come spesso accade con i grandi documenti di policy, era passare dalla diagnosi all'azione.
È precisamente questo il punto di partenza del Rhine Group: prendere quelle 170 proposte e trasformarle in riforme effettivamente realizzabili, costruendo una pressione intellettuale, politica e imprenditoriale sufficiente a muovere le istituzioni europee e i governi nazionali.
Il manifesto del Rhine Group ruota attorno a una tesi che i fondatori considerano insieme urgente e motivante. Il declino dell'Europa non è inevitabile, ma è la direzione verso cui ci si sta dirigendo se non si agisce con urgenza. Non è una dichiarazione di rassegnazione, è un appello all'azione.
Il ragionamento sviluppato nel gruppo è articolato in più strati. Il primo riguarda il contesto internazionale cambiato. Per decenni l'Europa ha potuto contare su un ambiente relativamente favorevole: il commercio mondiale cresceva sotto le regole multilaterali, gli Stati Uniti garantivano una parte decisiva della sicurezza occidentale, le dipendenze economiche sembravano reciproche e quindi gestibili. Quel mondo non esiste più. Gli Stati Uniti sono diventati più protezionisti. La Cina è un concorrente molto più aggressivo sia nei mercati internazionali sia all'interno del mercato europeo. Le dipendenze strategiche, energetiche, tecnologiche e industriali, sono diventate più rischiose.
Il secondo strato riguarda le conseguenze economiche della stagnazione. Un'Europa che cresce poco dispone di meno risorse per finanziare ciò che considera essenziale: difesa, sanità, pensioni, istruzione, investimenti per il clima, protezione sociale. La stagnazione economica, se protratta nel tempo, diventa un problema politico e strategico prima ancora che economico. È una trappola che si autoalimenta: meno crescita significa meno risorse pubbliche, meno risorse pubbliche significano meno investimenti, meno investimenti significano meno crescita.
Il terzo strato riguarda la risposta. Non si tratta di proteggere ciò che già esiste, ma di ricostruire una capacità europea di innovare e creare imprese capaci di competere su scala globale. L'Europa, ricordano i promotori, è il secondo mercato più grande del mondo. Ha università eccellenti, una base scientifica solida, una manifattura di qualità. Il problema non è la mancanza di talento o di risorse, ma la mancanza di un sistema che trasformi queste risorse in innovazione e crescita.
Il gruppo non ha poteri formali. Non può legiferare, non può imporre riforme, non può sostituirsi alla Commissione o ai governi. La sua influenza è di tipo diverso: costruisce consenso intellettuale, propone soluzioni concrete, crea pressione su chi le decisioni le prende davvero.
In questa funzione il Rhine Group si distingue da un think tank tradizionale proprio per la composizione mista. Non ci sono solo accademici che studiano i problemi, ci sono anche imprenditori che li vivono ogni giorno e politici che sanno cosa è politicamente realizzabile. È questa combinazione che, nelle intenzioni dei fondatori, dovrebbe permettere di evitare il destino di tanti rapporti illuminati che finiscono negli scaffali delle biblioteche senza produrre nessun cambiamento reale.
I lavori del Rhine Group si concentreranno su alcune priorità specifiche: l'unione dei mercati dei capitali, ancora incompiuta a trent'anni dalla sua prima formulazione; la regolamentazione dell'intelligenza artificiale e delle piattaforme digitali; la politica industriale e la difesa della base manifatturiera europea; l'energia e la transizione verso le rinnovabili; la difesa e la sicurezza, diventate urgenti dopo il 2022.
La nascita del Rhine Group ad agosto 2026 non è casuale. Arriva in un momento in cui le istituzioni europee stanno definendo le priorità della nuova Commissione, in cui le pressioni competitive si sono intensificate, in cui il dibattito sulla sovranità economica e tecnologica dell'Europa è diventato mainstream anche nella politica più tradizionale.
Draghi e Collison hanno scelto agosto, la stagione delle vacanze, per lanciare qualcosa che ambisce a definire l'agenda di autunno. Un modo per dire che il problema non può aspettare e che le risorse intellettuali per affrontarlo ci sono. Il Rhine Group vuole dimostrare che il declino europeo non è un esito inevitabile. La prova, però, si misurerà sulle riforme che riuscirà effettivamente a far realizzare.
Il dott. Luca Rossi è un esperto analista finanziario con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle finanze. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi e ha lavorato per prestigiose istituzioni bancarie e società di consulenza. Specializzato in strategie di investimento e gestione del rischio, Luca ha aiutato numerosi clienti a ottimizzare i loro portafogli ...