Nonostante l’abolizione formale degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, in Italia permangono criticità: strutture fantasma, pazienti dimenticati, equilibrio fragile tra sanità, magistratura e rischi di un ritorno al custodialismo
La chiusura dichiarata degli ospedali psichiatrici giudiziari (OPG), sancita ormai più di un decennio fa, rappresentava per l’Italia una svolta epocale. La prospettiva era di sostituire istituzioni caratterizzate da logiche custodialistiche e pratiche stigmatizzanti con nuovi modelli orientati alla cura e al reinserimento sociale, portando la gestione della salute mentale autoriale di reato sotto l’ombrello sanitario invece che penitenziario. Tuttavia, l’attuazione di questa riforma presenta ancora zone grigie e resistenze strutturali. La transizione dai vecchi OPG alle Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (REMS) e alle altre soluzioni di tutela non è stata pienamente completata ed emerge una realtà fatta di liste d’attesa interminabili, pazienti in attesa di collocamento e strutture "fantasma" poco visibili all’opinione pubblica. In questo scenario, si avverte costantemente il rischio di una risposta che non supera, ma perpetua, il vecchio modello detentivo in forme meno trasparenti, aggravando l’emarginazione e l’incertezza a carico delle persone giudicate socialmente pericolose.
Le origini degli ospedali psichiatrici giudiziari affondano nella seconda metà dell’Ottocento, con l’istituzione della prima sezione per "maniaci pericolosi" ad Aversa, all’interno della Casa penale per invalidi. La nascita di questi istituti rifletteva una concezione che assegnava allo Stato il compito di proteggere sé stesso internando chi, giudicato incapace di intendere e di volere, risultava comunque pericoloso. Nei decenni successivi, dal Codice Zanardelli all’epoca fascista, il modello si cristallizza con la creazione della categoria dei cosiddetti “folli rei” e con l’istituzionalizzazione dei manicomi criminali tramite il Codice Rocco nel 1930, col principio del doppio binario (cura e controllo).
Durante il Novecento, una serie di riforme tenta (con alterne fortune) di modificare questo sistema: la legge Mariotti negli anni Sessanta, i tentativi del movimento Basaglia che portano nel 1978 alla chiusura dei manicomi civili ma non toccano gli OPG. Solo all’inizio del nuovo millennio, anche grazie a inchieste parlamentari e denunce sulle condizioni drammatiche delle strutture (come documentato dalla Commissione Marino dal 2011), emergerà un consenso trasversale circa la necessità di superare del tutto il sistema degli OPG.
Il vero spartiacque arriva con l’approvazione della Legge 81/2014, che sancisce la loro chiusura e segna il passaggio della gestione dal Ministero della Giustizia al Servizio Sanitario Nazionale. Il nuovo assetto introduce le REMS: piccole strutture sanitarie, orientate al trattamento terapeutico e non più alla mera custodia. Nonostante ciò, il passaggio "sulla carta" non si è tradotto automaticamente in una effettiva eliminazione di fenomeni di contenzione, prolungata detenzione e carenze assistenziali. Le criticità strutturali, la mancanza di posti adeguati e la difficoltà di coordinamento tra istituzioni hanno lasciato un’eredità difficile da superare, con rischi concreti di ricadute nel custodialismo di cui gli OPG furono tragico emblema.
Il sistema delle REMS, istituito a seguito della riforma, rappresenta un passaggio dal modello carcerario alla presa in carico sanitaria delle persone giudicate socialmente pericolose e non imputabili. Tuttavia, le promesse della riforma si sono scontrate rapidamente con una realtà fatta di liste d’attesa spesso insostenibili, carenza strutturale di posti e presenza di "strutture fantasma", luoghi opachi dove vengono temporaneamente collocati pazienti difficili, lontano dai riflettori pubblici e spesso senza un reale progetto terapeutico.
Le cifre restano indicative della carenza sistemica e la disomogeneità territoriale aggrava le distanze tra Regioni, costringendo molti pazienti a essere trasferiti lontani dalla propria rete familiare e sociale.
A ciò si aggiunge la difficoltà di dialogo tra sistema sanitario e giustizia: le logiche, i tempi e le risorse non sempre si incontrano, generando ritardi nell’attuazione delle misure di sicurezza. Questa frammentazione comporta, inoltre, che le strutture ordinarie di psichiatria si trovino spesso a gestire situazioni ad alta complessità che eccedono le loro competenze e risorse, come testimoniato da gravi fatti di cronaca e denunce degli operatori coinvolti. Il risultato finale è che, se da un lato si sono aboliti i vecchi OPG, dall’altro restano lacune operative significative: pazienti che attendono mesi (e talvolta anni) per un posto in REMS, persone con disturbi mentali gravi che restano impropriamente nei reparti ospedalieri o in carcere, e una parte invisibile che rischia di essere "parcheggiata" in soluzioni non ufficiali, prive di reale controllo e trasparenza. Il rischio è quello di nuove forme di stigma e marginalizzazione, che nega la dignità e la possibilità reale di trattamento personalizzato auspicata dalla riforma.
La chiusura formale degli OPG ha ridisegnato i confini fra sistema della giustizia, sanità e servizi sociali, ma ha anche generato un nuovo paradosso. La gestione delle persone considerate pericolose socialmente e affette da disturbi psichiatrici ricade oggi su strutture che spesso non dispongono delle risorse, competenze e tutele necessarie. La pressione esercitata dalle liste d’attesa per l’accesso alle REMS trasforma le sezioni ordinarie di psichiatria in reparti "di fatto" detentivi.
Questa realtà sta generando un inasprimento delle responsabilità medico-legali dei clinici, che si trovano ad assumere funzioni che travalicano la cura e a muoversi su una linea sottile tra libertà, diritto alla salute e sicurezza pubblica. In parallelo, la magistratura, di fronte alla carenza di soluzioni realmente operative, cerca di "personalizzare" le misure, richiedendo spesso ai consulenti tecnici non solo valutazioni cliniche, ma veri e propri progetti di inserimento alternativi, pur in assenza di un’adeguata copertura territoriale, economica o normativa.
Il rischio concreto è quello di rendere invisibili i pazienti più difficili, abbandonandoli a un limbo istituzionale dove la responsabilità viene rimbalzata tra i diversi attori. Questa catena aggrava le disuguaglianze e mette a dura prova la tenuta dei servizi psichiatrici nei contesti ordinari. Mentre la riforma avrebbe dovuto segnare il superamento definitivo di logiche repressive, la persistenza di meccanismi di delega, incertezza e frammentazione espone a nuove derive custodialistiche e mina il bilanciamento tra sicurezza collettiva e diritti individuali. Solo un protocollo operativo realmente integrato fra magistratura, sanità e servizi territoriali potrebbe, in prospettiva, arginare questa deriva.
L’orizzonte legislativo italiano prevede diverse alternative alla detenzione per le persone affette da disturbo mentale che si trovano coinvolte in procedimenti penali. Oltre all’inserimento nelle REMS, sono ad esempio previste: libertà vigilata con obblighi terapeutici, affidamento in prova al servizio sociale, detenzione domiciliare in collaborazione coi servizi territoriali, partecipazione a progetti individualizzati in comunità terapeutiche assistite. Anche la cosiddetta "messa alla prova" rappresenta un’opzione significativa nei casi in cui un progetto riabilitativo mirato consenta di sospendere temporaneamente il procedimento penale.
La difficoltà, però, risiede nella reale praticabilità di queste alternative. La carenza di strutture idonee e il sovraccarico dei servizi distrettuali limitano fortemente la possibilità di percorsi diversificati e tempestivi. La conseguenza è che, troppo spesso, le misure alternative vengono di fatto disattese o rallentate da tempi burocratici incompatibili con la necessità di tutela e inclusione. Questo genera una spirale per cui, in assenza di una concreta offerta alternativa, la detenzione o la permanenza impropria in soluzioni di emergenza diventa la regola più che l’eccezione.
La Dott.ssa Sara Melchionda è un’esperta nel settore della sanità con oltre 15 anni di esperienza. Laureata in Tossicologia dell'ambiente e alimenti all'Università Statale di Lodi, ha sviluppato una solida competenza nelle tematiche legate alla sicurezza sanitaria, alla prevenzione dei rischi e alla valutazione degli effetti delle sostanze sulla salute. Nel corso della sua carriera ha collabora...