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Piano casa Ue: una delusione mentre quello italiano è in alto mare. Si muovono (forse) i Comuni

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di Arch. Giuseppe Bergodi pubblicato il

Il Piano Casa europeo delude e il corrispettivo italiano resta in bilico. Ritardi istituzionali, sfide operative e il ruolo crescente dei Comuni delineano un quadro complesso per il diritto all'abitare in Italia e in Europa

Le scadenze europee avanzano, la crisi sociale peggiora e la fiducia dei cittadini nelle misure annunciate per sostenere milioni di cittadini in tema di case si assottiglia ogni giorno. Dietro l’emergenza abitativa ci sono famiglie, giovani, anziani e lavoratori che rischiano di perdere l’accesso a una casa dignitosa, mentre le istituzioni si rincorrono tra ritardi, procedure e obiettivi da raggiungere.

Questo scenario accende tensioni senza precedenti tra Unione europea, Governo e amministrazioni territoriali. L’inadeguatezza dell’offerta di alloggi a prezzi sostenibili, il patrimonio immobiliare inefficiente e i limiti degli incentivi pregressi  rendono il contesto ancora più complesso e incerto. Oggi oltre 1,2 milioni di nuclei in affitto vivono in disagio economico, con più di 600.000 famiglie in attesa di una casa popolare. Numeri che fotografano la portata di una situazione che, tra urgenze reali e piani ancora sulla carta, esige una risposta sistemica e credibile.

Le aspettative verso il Piano Casa Ue sono elevate, ma l’Italia si trova al centro di una pressione normativa che, se non gestita con lungimiranza, rischia di trasformarsi in un boomerang. Le singole città provano a colmare i vuoti lasciati dalla strategia nazionale, dando origine a modelli innovativi ma estremamente frammentati. Alla vigilia delle nuove direttive, l’urgenza si trasforma in una chiamata alle responsabilità, richiedendo competenza e visione oltre la mera gestione dell’esistente.

Il Piano Casa europeo: direttiva, obiettivi, procedure d’infrazione e le sfide dell’applicazione

La direttiva europea EPBD IV, conosciuta anche come "Direttiva Case Green", ha segnato nel 2024 una svolta senza precedenti nella regolazione del patrimonio edilizio dei Paesi membri. Gli stati sono chiamati a una decarbonizzazione radicale entro il 2050, puntando su efficienza energetica e sostenibilità ambientale. L’impostazione europea impone obblighi stringenti e traguardi intermedi (16% di riduzione dei consumi energetici entro il 2030, 20-22% entro il 2035) e stabilisce l’obiettivo di edifici a emissioni zero per i nuovi immobili pubblici dal 2028 (privati dal 2030).

Oltre a queste deadline, la direttiva ha introdotto:

  • la presentazione obbligatoria di un piano nazionale di ristrutturazione con panoramica del patrimonio, obiettivi cronologici (2030/2040/2050), misure e policy
  • la definizione di fonti e fabbisogni di investimento
  • il vincolo che almeno il 55% del risparmio energetico derivi dagli immobili con le peggiori performance
  • l’obbligo di coinvolgere stakeholder territoriali e di trasparenza nella governance dei piani.
La posizione dell’Italia: inadempienze e procedura d’infrazione

Solo 8 Paesi UE (su 27) hanno rispettato la scadenza del 31 dicembre 2025 per l’invio del piano di ristrutturazione. L’Italia, con un patrimonio edilizio tra i più vetusti d’Europa, ha avviato il suo percorso solo nel febbraio scorso, il ritardo ha innescato la procedura d’infrazione da parte della Commissione europea, insieme ad altri 18 Paesi, tra cui Francia e Germania. Attualmente, l’Italia dispone di due mesi per rispondere formalmente e presentare una strategia credibile, pena l’escalation del contenzioso.

Le caratteristiche strutturali dell’EPBD IV e il quadro di riferimento europeo richiedono un allineamento sia sugli strumenti normativi sia su quelli finanziari. I piani dovranno dettagliare:

  • la suddivisione del patrimonio abitativo in funzione delle classi energetiche
  • un calendario realistico degli interventi con priorità alle “worst performing buildings”
  • la copertura finanziaria, con una strategia che eviti errori del passato (ad esempio i limiti e le storture del Superbonus 110%).
Le sfide operative dell’Italia:
  • Necessità di aggiornare il quadro normativo nazionale recependo le misure Ue
  • Definizione rapida di strumenti e incentivi che possano attrarre investimenti privati e pubblici
  • Adozione di una governance integrata che coinvolga Stato, Regioni, Comuni e investitori
  • Superamento della frammentazione amministrativa e burocratica
  • Monitoraggio trasparente dei risultati e rimodulazione flessibile delle policy a seconda delle evidenze e dei feedback degli attori coinvolti
Le criticità riscontrate:
  • Mancanza di una visione uniforme; la strategia immobiliare differisce notevolmente tra paesi e spesso anche all’interno degli stessi territori nazionali
  • Ritardi burocratici nella raccolta dati e fabbisogni reali degli edifici
  • Difficoltà di accesso a strumenti finanziari complessi, soprattutto per famiglie e piccoli proprietari
  • Scarse sinergie operative tra diversi livelli amministrativi.
Secondo la Commissione europea, il rischio principale è la perdita delle opportunità offerte dalla transizione energetica: senza un efficace coordinamento, molti Stati rischiano solo di subire costi aggiuntivi senza ottenere i benefici sulla riduzione delle bollette e la valorizzazione del patrimonio immobiliare.

Piano Casa italiano e il ruolo dei Comuni: strategie, criticità e opportunità per l’housing accessibile

Lo scenario attuale in Italia vede una netta discrepanza tra obiettivi strutturali della normativa europea e la realtà operativa del territorio. Dopo oltre vent’anni di assenza di una strategia nazionale di lungo periodo per l’Housing sociale, il 2025 ha segnato con la Legge di Bilancio l’avvio “ufficiale” del nuovo Piano Casa nazionale. Tale piano avrebbe dovuto garantire un rilancio degli investimenti pubblici e privati, un graduale riordino dell’edilizia sociale e nuove opportunità per gli alloggi a prezzi sostenibili.

Ad oggi, però, l’iter del Piano Casa italiano procede a rilento:

  • La dotazione iniziale è stata fissata a 950 milioni di euro per il triennio 2028-2030, cifra giudicata largamente insufficiente dagli osservatori per far fronte alle emergenze già in atto
  • La prevista mobilitazione di capitali privati per realizzare 100.000 nuovi alloggi a prezzi calmierati in dieci anni appare difficilmente realizzabile senza strumenti e incentivi più mirati
  • La declinazione concreta degli interventi rimane in gran parte affidata alle Regioni e, soprattutto, ai singoli Comuni.
Innovare la risposta: il modello delle grandi città

Di fronte alla lentezza del quadro nazionale, alcuni Comuni hanno scelto di agire in autonomia avviando piani locali per l’Housing sociale. Milano, Roma e Regione Lombardia rappresentano oggi i principali laboratori di innovazione.

Città/Regione Risorse stanziate Azioni principali
Lombardia Oltre 1,5 miliardi € Riqualificazione case popolari, fondi per alloggi a canone calmierato, accelerazione assegnazioni, progetti per forze dell’ordine e servizi essenziali
Milano 32,5 milioni € (primo step), +18,5 milioni bando 2024 450 alloggi a canone calmierato, alloggi per studenti, residenze innovative, collaborazione con PA
Roma Varie iniziative in collaborazione con cooperative e investitori Bandi per case a prezzi accessibili, progetti di social housing, modelli di collaborazione pubblico-privato

Questi piani regionali e comunali lavorano su linee d’intervento innovative:

  • Programmi di housing collettivo e integrato (studenti, anziani, lavoratori fuori sede)
  • Residenze per classi medie e fragili economiche escluse dal mercato privato
  • Alla Lombardia il merito di aver introdotto un sistema di monitoraggio costante per l’efficacia degli interventi e per la tempestività delle assegnazioni.
Le principali criticità riscontrate nel Piano nazionale e nelle iniziative comunali:
  • Dotazione di risorse pubbliche ancora troppo limitata rispetto alla reale domanda
  • Difficoltà di attrarre operatori privati, per via della scarsa remuneratività degli investimenti in edilizia sociale con alto impatto pubblico
  • Mancanza di una regia unica tra organismi nazionali e territoriali: l’assenza di una Commissione interministeriale rischia di lasciare troppo spazio alla frammentazione
  • Burocrazia eccessiva e iter procedurali lunghi che disincentivano l’efficacia delle partnership pubblico-privato
  • Vincoli urbanistici spesso obsoleti ostacolano la conversione rapida di immobili o la costruzione di nuovi alloggi sociali.
Proposte e potenzialità: modelli finanziari e strumenti per rilanciare l’offerta

Le principali associazioni e organizzazioni di categoria (ad esempio Ance e Legacoop Abitanti) hanno fornito una serie di proposte per rendere realmente operativo il piano nazionale:

  • Introduzione di fondi immobiliari pubblico-privati e operazioni di cartolarizzazione (SPV 130) per mobilitare investitori più pazienti, tra cui fondi pensione e assicurazioni, rimuovendo alcuni vincoli normativi sulla composizione degli attivi
  • Misure fiscali e sgravi sugli alloggi locati a prezzi calmierati e sulle ristrutturazioni che consentano una reale diminuzione dei canoni o dei prezzi di cessione
  • Semplificazione delle procedure urbanistiche e riconoscimento di parametri aggiuntivi per progetti di housing sociale (flessibilità nei cambi d’uso, incentivazione a costruire residenze multifunzionali, abbattimento di alcuni oneri di urbanizzazione e costi di costruzione)
  • Sperimentazione di strumenti innovativi come permessi convenzionati e modelli di comparticipazione pubblico-privata.
Le implicazioni per i cittadini e il quadro futuro

Secondo dati recenti, solo il 3,5% delle famiglie italiane vive oggi in alloggi sociali, valore ampiamente inferiore a Francia, Germania e Nord Europa. La pressione sui nuclei familiari “fragili” e sui giovani cresce, aggravando fenomeni di disagio e di migrazione interna. Il modello europeo punta a una compartecipazione della spesa pubblica e privata per garantire sostenibilità, ma senza scelte strategiche rapide e coraggiose, l’Italia rischia di assistere a una progressiva marginalizzazione sociale, specie nelle grandi aree urbane.

  • La principale raccomandazione che emerge da analisi e best practice è la necessità di un coordinamento interistituzionale efficace e stabile, anche per massimizzare l’impatto delle risorse europee e migliorare la qualità della progettazione amministrativa
  • I Comuni devono essere messi in condizione di agire rapidamente, dotandosi di strumenti operativi innovativi, procedure snelle e personale qualificato per accompagnare cittadini, cooperative e imprese nella programmazione
  • I cittadini dovrebbero essere informati su tutte le possibilità di accesso ad alloggi a prezzi sostenibili, con sportelli informativi dedicati, piattaforme digitali unificate e sistemi di graduatoria trasparenti.





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Arch. Giuseppe Bergodi

Giuseppe Bergodi è un esperto consulente immobiliare con oltre 35 anni di esperienza nel settore. Laureato in Architettura presso il Politecnico di Milano, ha dedicato la sua carriera alla valutazione e gestione di proprietà residenziali e commerciali. Grazie alla sua profonda conoscenza del mercato immobiliare milanese, offre analisi dettagliate e strategie efficaci per ottimizzare gli investi...