Importi e assegni pensioni: coefficienti più bassi per chi esce da gennaio, rivalutazione in bilico e a rischio taglio per gli assegni medio-alti, e le ipotesi della manovra su 64 anni, Quota 41, scalino e minime.
Per le pensioni del 2027 ci sono tre piani da tenere separati: ciò che è già deciso, ciò che dipende ancora dai numeri e dalla manovra, e ciò che è soltanto una proposta. Nel primo gruppo ci sono i nuovi coefficienti di trasformazione, che abbassano gli assegni di chi andrà in pensione dal 1° gennaio. Nel secondo c’è la rivalutazione per chi la pensione ce l’ha già, che per ora è provvisoria e che secondo alcune indiscrezioni potrebbe essere ridotta per trovare risorse. Nel terzo ci sono le ipotesi in manovra: uscita a 64 anni, Quota 41, stop al mese in più, aumento delle minime. Il Consiglio dei ministri sulla manovra è atteso intorno al 28 ottobre, anche se la data non è certa.
La certezza riguarda i coefficienti di trasformazione per il biennio 2027-2028, fissati con il decreto direttoriale n. 154, che sono il moltiplicatore con cui il montante dei contributi versati viene trasformato in pensione. I valori scendono a tutte le età, con riduzioni tra -1,21% e -1,97%. A 57 anni si passa da 4,204 a 4,153, a 64 anni da 5,086 a 5,009, a 67 anni da 5,608 a 5,514 e a 71 anni da 6,510 a 6,382, il calo più alto.
Per capire l’effetto: a 67 anni, con un montante di 200.000 euro, l’assegno lordo annuo passa da 11.216 a 11.028 euro, circa 14 euro in meno al mese. Sono stime indicative. Il sindacato Cgil ha calcolato che, rispetto ai coefficienti precedenti, chi esce a 67 anni perde circa 20 euro lordi al mese rispetto al biennio 2025-2026.
Il taglio si applica solo alle pensioni con decorrenza dal 1° gennaio 2027 e solo alla quota calcolata con il metodo contributivo. Chi ha contributi anteriori al 1995 risente quindi meno dell’effetto, mentre chi esce entro il 31 dicembre 2026 mantiene i coefficienti attuali. Chi è già in pensione non subisce modifiche. A questo si aggiunge l’aumento dell’età legato all’aspettativa di vita: dal 2027 la pensione di vecchiaia si raggiunge a 67 anni e 1 mese. Sono esclusi dall’aumento i lavoratori in attività gravose o usuranti e i precoci.
Per chi percepisce già un assegno, la partita è la rivalutazione, cioè l’adeguamento all’inflazione. Il tasso definitivo non c’è ancora: sarà fissato da un decreto atteso a novembre, e l’indicazione provvisoria più citata è del 2,9%. L’aumento si applica per scaglioni: piena fino a quattro volte la pensione minima, al 90% tra quattro e cinque volte e al 75% oltre. Con il 2,9%, un assegno da 1.000 euro lordi crescerebbe di circa 29 euro al mese, uno da 3.000 euro di circa 85 euro.
Il punto in bilico è un altro. Secondo indiscrezioni circolate a metà ottobre, il Governo potrebbe ridurre la rivalutazione per recuperare risorse, anche perché la spesa pensionistica stimata per il 2027 è di 366,5 miliardi di euro, con un aumento del 4,2% sul 2026. L’idea sarebbe di passare dagli scaglioni alle fasce: oggi la percentuale ridotta colpisce solo la parte di assegno oltre la soglia, mentre con le fasce si applicherebbe a tutto l’importo. Le pensioni fino a tre volte il minimo, circa 1.835 euro lordi al mese, sarebbero salvaguardate. Non esistono percentuali ufficiali né una decisione.
Le simulazioni cambiano molto a seconda delle ipotesi. In uno scenario con soglie più alte (100% fino a tre volte il minimo, poi 90%, 80% e 65%), un assegno da 2.500 euro perderebbe circa 104 euro l’anno, uno da 3.500 euro circa 255 euro e uno da 5.000 euro circa 364 euro, con un’inflazione di riferimento dell’1,6%. In uno scenario più severo la perdita a 3.500 euro sale a circa 291 euro, a 5.000 euro a circa 416 euro. Un’altra stima, che riutilizza le percentuali del 2023 con l’indice al 2,9%, indica perdite lorde annue molto più alte per gli assegni medio-alti: 139 euro a 2.500 euro al mese, 522 euro a 3.100, 982 euro a 5.000 e 1.319 euro a 6.500. Le stime non sono confrontabili tra loro, perché partono da ipotesi diverse. Un taglio alla rivalutazione sarebbe permanente, perché abbassa la base su cui si calcolano gli adeguamenti degli anni successivi. Secondo una delle fonti, la Corte costituzionale ha già ritenuto legittime le regole applicate nel 2023-2024, quindi per quei tagli non sono previsti rimborsi.
Anche le pensioni minime restano in bilico. Nel 2026 il trattamento minimo è di 611,85 euro e nel 2027 dovrebbe salire a circa 629,59 euro, perché termina la maggiorazione straordinaria dell’1,3%. La sua proroga dipende dalla manovra, e senza di essa l’aumento sarebbe inferiore.
Sul tavolo ci sono diverse proposte, tutte ancora da trasformare in numeri e coperture. La più discussa è quella della Lega: un’uscita volontaria a 64 anni con ricalcolo dell’assegno interamente con il metodo contributivo, quindi più basso. Le ricostruzioni parlano di un minimo di 20 o 25 anni di contributi, di un costo di circa 1,6 miliardi di euro l’anno e di circa 80.000 uscite il primo anno, in una sperimentazione di tre anni. La Cgil stima un taglio medio dell’assegno di circa il 10%. Sono stime di partiti e sindacati, non cifre ufficiali.
Poi c’è la Quota 41 flessibile: 41 anni di contributi, almeno 62 anni di età e una penalizzazione del 2% per ogni anno di anticipo, fino a un massimo del 10%. Per ora è una proposta politica, senza progetto tecnico né copertura. Più semplice da realizzare è lo stop allo “scalino”, cioè il blocco del mese in più previsto per il 2027, con un costo stimato di circa 1,1 miliardi di euro.
Sulle minime, Forza Italia e il ministro Antonio Tajani chiedono di portarle verso 700-800 euro, ma non c’è una proposta con platea, tempi e costi, e un aumento generalizzato sarebbe costoso. Tra le altre idee ci sono un fondo previdenziale alla nascita, ipotesi della ministra Marina Calderone, e una misura di uscita anticipata per le Forze dell’ordine, di cui non sono noti requisiti né costi. Nessuna di queste misure è stata approvata. Il perimetro della manovra è di circa 23,5 miliardi di euro.
Per chi sta per andare in pensione, la scadenza che conta è quella del 31 dicembre 2026: uscire entro quella data permette di mantenere i coefficienti attuali, se se ne hanno i requisiti. Chi esce dal 2027 avrà un assegno più basso a parità di contributi e dovrà aspettare un mese in più, salvo le categorie escluse. Per chi è già pensionato, l’importo dell’aumento dipende dal tasso definitivo e dall’eventuale intervento della manovra, che potrebbe frenarlo per gli assegni medio-alti.
I tempi sono questi: Consiglio dei ministri intorno al 28 ottobre, poi il Parlamento, dove il voto è atteso tra novembre e dicembre, per l’entrata in vigore dal 1° gennaio 2027. Fino ad allora, le indiscrezioni vanno lette come indicazioni e non come decisioni. Il consiglio pratico è di verificare la propria posizione con l’Inps o con un patronato prima di prendere decisioni irreversibili, e di aspettare il testo definitivo della manovra e il decreto sulla rivalutazione.
La dott.ssa Serena Benedetti è un'esperta previdenziale con oltre 15 anni di esperienza nel campo della consulenza e dell'assistenza previdenziale. Laureata in Economia e Commercio, ha dedicato la sua carriera all'analisi delle politiche pensionistiche e alla consulenza su temi legati al welfare e alla previdenza sociale. Grazie alla sua competenza, ha collaborato con diversi...