Misure strutturali fiscali e pensionistiche molto più convenienti per i cittadini italiani: cosa si sarebbe potuto fare con i miliardi finora stanziati per il taglio delle accise sul diesel che comunque poco ha aiutato.
Il taglio delle accise sul diesel, la misura con cui il governo ha provato a calmierare il prezzo dei carburanti durante la crisi mediorientale, ha avuto un prezzo molto salato per le casse pubbliche. Un conto che, guardando ai numeri ufficiali, apre un interrogativo tutt'altro che marginale mentre si avvicina la manovra 2027, l'ultima di questa legislatura: con quelle risorse si sarebbero potute finanziare misure ben più strutturali, a partire dalla riforma delle pensioni che rischia di restare lettera morta proprio per mancanza di fondi.
Secondo un'analisi congiunta dei Servizi studi di Camera e Senato sull'ultimo decreto legge sui carburanti, il numero 153 del 26 agosto 2026, il complesso dei tagli alle accise disposti tra il 19 marzo e il 10 settembre 2026 ha generato per lo Stato un onere complessivo pari a 2 miliardi e 74,5 milioni di euro. Si tratta del mancato gettito fiscale legato alla riduzione della componente di imposta sul prezzo del gasolio in quel periodo. Una parte consistente di questo costo, 689,2 milioni di euro, è riconducibile al meccanismo della cosiddetta accisa mobile, lo strumento che permette allo Stato di ridurre dinamicamente le accise quando i prezzi alla pompa salgono troppo.
A questa cifra si aggiunge l'ultima proroga, quella che ha esteso lo sconto sul diesel fino al 5 e poi al 10 settembre 2026 e ancora fino al 17, con un costo aggiuntivo stimato in 130 milioni di euro prima e 85 milioni dopo, coperto dalle maggiori entrate ricavate dalla revisione dei versamenti delle ritenute sugli utili dei grandi gruppi energetici. Non è tutto: è stato già stanziato un ulteriore 1,8 miliardi di euro per il 2027, segno che il governo intende proseguire con interventi di contenimento dei prezzi anche oltre quest'anno, seppure con modalità ancora da definire.
Sommando le diverse voci, tra il 2026 e le risorse già messe da parte per il 2027, il conto complessivo del sostegno ai carburanti sfiora quindi i 6 miliardi di euro. Una cifra enorme se si pensa che, per fare un paragone storico, la misura analoga varata durante la crisi energetica del 2022 2023 era costata circa 10,7 miliardi di euro in poco più di un anno, secondo le elaborazioni di Staffetta Quotidiana, a un ritmo di circa un miliardo al mese.
Il punto politicamente più delicato è proprio questo: mentre il governo trova, decreto dopo decreto, le coperture per prorogare lo sconto sui carburanti, altre misure considerate prioritarie da mesi restano bloccate proprio per la carenza di risorse. Il caso più evidente riguarda la riforma delle pensioni.
Dal 1° gennaio 2027 scatterà l'adeguamento automatico dei requisiti pensionistici alla speranza di vita, previsto dalla riforma Fornero: la pensione di vecchiaia salirà a 67 anni e un mese e la pensione anticipata richiederà 42 anni e 11 mesi di contributi per gli uomini (41 anni e 11 mesi per le donne). Un ulteriore scatto di due mesi è già previsto per il 2028, che porterà il requisito complessivo a tre mesi in più rispetto a oggi.
Bloccare anche solo l'aumento di un mese previsto per il 2027 avrebbe un costo superiore a 1,1 miliardi di euro, secondo le stime circolate a Palazzo Chigi. Una cifra che, da sola, è pari a poco più della metà di quanto speso finora nel solo 2026 per il taglio delle accise. In altre parole, con le risorse già impegnate per calmierare il prezzo alla pompa si sarebbe potuto congelare l'aumento dell'età pensionabile per più di un anno, evitando a centinaia di migliaia di lavoratori di dover attendere ulteriormente il traguardo della pensione.
Il problema, però, non riguarda solo il blocco dell'adeguamento automatico. Sul tavolo della manovra 2027 ci sono anche altre proposte previdenziali, come l'uscita flessibile a 64 anni con ricalcolo contributivo o il rilancio di Quota 41, che porterebbero il costo complessivo ben oltre i due miliardi. Ma, come sottolineano gli stessi tecnici della Ragioneria Generale dello Stato e di Bankitalia, ogni misura deve avere una copertura finanziaria certa, e oggi quella copertura semplicemente non c'è, o è insufficiente rispetto alle ambizioni politiche dei partiti di maggioranza.
Il quadro complessivo della manovra 2027 rende ancora più evidente il paradosso. Le prime stime indicano un perimetro finanziario iniziale di circa 15 miliardi di euro, una dote che dovrà coprire energia, difesa, sanità, lavoro, fisco e, appunto, pensioni. Sommando tutte le richieste già emerse dai ministeri e dai partiti di maggioranza, il conto potenziale supera però i 30 miliardi di euro, più del doppio delle risorse effettivamente disponibili.
In questo scenario di risorse contese, il governo ha già chiarito che la priorità assoluta sarà confermare il taglio del cuneo fiscale, reso strutturale ed esteso anche ai redditi fino a 40.000 euro, una misura che da sola assorbe una parte rilevante del tesoretto disponibile. Solo dopo aver messo in sicurezza questo intervento sarà possibile valutare nuovi interventi su Irpef e altre agevolazioni.
Tra le ipotesi allo studio ci sono la riduzione dell'aliquota Irpef dal 35% al 33% per i redditi fino a 60.000 euro, con un costo stimato di 3 miliardi di euro, e il taglio di un punto dell'aliquota più bassa, dal 23% al 22%, che costerebbe circa 1,5 miliardi di euro. Anche la proroga della tassazione agevolata sui premi di produttività, sugli straordinari notturni e festivi e sugli aumenti da rinnovo dei contratti collettivi richiede risorse aggiuntive che, al momento, non sono garantite. Lo stesso vale per il rafforzamento della sanità, per cui il ministro Orazio Schillaci avrebbe chiesto circa 5 miliardi di euro aggiuntivi, a fronte di uno stanziamento più realistico intorno ai 2 o 3 miliardi.
Il risultato è che misure considerate necessarie da tutte le forze politiche, dal blocco dell'età pensionabile al taglio più incisivo delle tasse sul lavoro, rischiano di restare sulla carta o di essere ridimensionate drasticamente, non per mancanza di consenso politico ma per la semplice indisponibilità di fondi. E questo mentre, parallelamente, miliardi di euro sono già stati spesi o stanziati per interventi temporanei come lo sconto sulle accise, la cui efficacia nel contenere davvero i prezzi alla pompa è peraltro contestata dalle associazioni dei consumatori.
Non a caso, anche il Fondo Monetario Internazionale ha suggerito di sostituire il taglio generalizzato delle accise con aiuti mirati alle famiglie più vulnerabili, una soluzione meno costosa e più efficace dal punto di vista redistributivo. Anche il Codacons ha più volte sottolineato come il taglio da pochi centesimi al litro sia in realtà insufficiente a compensare i rincari registrati negli ultimi mesi, mettendo in discussione il rapporto tra costo della misura per lo Stato e beneficio reale per i cittadini.
Sul fronte delle coperture, per finanziare sia il sostegno ai carburanti sia eventuali nuove misure previdenziali, diverse forze politiche, in primis la Lega, hanno proposto un contributo di solidarietà a carico delle banche e dei grandi gruppi energetici con ricavi superiori a 20 miliardi di euro, un'ipotesi che però divide la maggioranza e che Forza Italia ha definito eccessivamente punitiva nei confronti del settore creditizio.
Nei prossimi giorni, con l'apertura ufficiale dei lavori sulla legge di bilancio e la presentazione del Documento Programmatico di Bilancio entro il 15 ottobre, si capirà quali di queste misure troveranno effettivamente posto nella manovra 2027 e quali resteranno, ancora una volta, solo buoni propositi rimandati alla prossima legislatura.
Il Dott. Giovanni Matano è un esperto di fiscalità pratica e consulente fiscale con oltre 15 anni di esperienza nel settore. Laureato in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi di Milano, ha dedicato la sua carriera a supportare piccole e medie imprese nella pianificazione fiscale e nell'ottimizzazione delle agevolazioni fiscali. La sua competenza si estende anche ...