Tensioni in Medio Oriente, crisi in Iran e fattori di mercato stanno spingendo il diesel ben oltre la benzina. Analisi dei motivi, delle conseguenze sui consumi e sulle famiglie, scenari possibili e dinamiche dei prezzi.
L’instabilità geopolitica nell’area del Golfo Persico ha recentemente innescato una rapida escalation dei prezzi dei carburanti, incidendo direttamente sul mercato italiano ed europeo. In particolare, l’interruzione del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz e la minaccia di forniture più limitate di petrolio hanno spinto i listini di benzina e gasolio verso livelli mai raggiunti negli ultimi anni.
Le ripercussioni coinvolgono non solo il costo alla pompa, ma si estendono al tessuto economico, produttivo e sociale italiano. In questa situazione, l’attenzione degli operatori e delle autorità è massima: i dati mostrano aumenti consistenti in tutte le regioni, con differenze marcate in base al tipo di carburante e alla rete distributiva. L’andamento attuale e le prospettive di medio termine sono strettamente legati alla prosecuzione o all’eventuale soluzione del conflitto in Iran, così come all’atteggiamento degli altri attori internazionali coinvolti nelle rotte energetiche mondiali.
Il diesel mostra una maggiore volatilità nei prezzi rispetto alla benzina, caratteristica che si è accentuata negli ultimi mesi. Questo fenomeno trova spiegazione sia nelle dinamiche della domanda e dell’offerta, sia nella specifica struttura della filiera europea dei carburanti. L’Europa importa una quota significativa di gasolio già raffinato, in particolare dal Medio Oriente, e dipende da rotte di approvvigionamento soggette a rischi geopolitici acuti. Al contrario, la benzina è prodotta in misura maggiore all’interno dei confini europei, risultando dunque relativamente meno esposta a improvvise carenze di prodotto.
Le tensioni in Iran si sono tradotte in tempi logistici più lunghi, costi assicurativi più elevati e limitazioni nella disponibilità dei carichi. In aggiunta, negli ultimi anni l’Europa ha ridotto la propria capacità di raffinazione, accentuando la dipendenza dall’estero per quanto riguarda il gasolio, utilizzato in modo massiccio per trasporto merci, agricoltura, industria e mobilità professionale. Ogni variazione negativa nei flussi dal Medio Oriente colpisce in modo più pesante il diesel rispetto alla benzina, alterando immediatamente il rapporto tra prezzi dei due carburanti.
Il fenomeno “rocket and feather” (“razzo e piuma”) è particolarmente evidente in tali fasi: i prezzi salgono rapidamente quando il costo della materia prima aumenta, ma tendono a rallentare nella fase di discesa. Tale asimmetria genera extra-margini nella filiera e rafforza la percezione di una crescita sproporzionata del costo del gasolio. Gli effetti si propagano lungo l’intera economia europea; in Italia, dove circa l’80% delle merci viaggia su gomma, le fluttuazioni dei prezzi del diesel incidono profondamente sui costi della logistica e dell’autotrasporto, con inevitabili ricadute sui prezzi al consumo e sui bilanci di imprese e famiglie.
Secondo gli osservatori, anche interventi temporanei come la proroga della riduzione delle accise hanno avuto effetti limitati e, con la scadenza di tali agevolazioni, i listini sono tornati a salire bruscamente, soprattutto per il diesel, la cui esposizione agli shock esterni resta più alta rispetto alla benzina.
L’Italia copre gran parte del proprio fabbisogno energetico ricorrendo alle importazioni. Secondo i dati disponibili più recenti, meno della metà del petrolio greggio importato proviene dal Medio Oriente. Il Paese ha progressivamente diversificato gli approvvigionamenti: una quota rilevante arriva dall’Africa (41,7%) – in particolare dalla Libia, dalla Nigeria, dal Niger e dall’Algeria – mentre il 16,8% proviene dall’Azerbaijan e il 13,1% dal Kazakhistan. Gli Stati Uniti e il Brasile sono altri fornitori di rilievo, con percentuali rispettivamente pari al 9% e al 2,4%.
Le importazioni dal Medio Oriente si sono ridotte rispetto agli anni precedenti e rappresentano ora il 12,2% del totale, grazie soprattutto alla diminuzione degli acquisti da Kuwait, Iraq e Arabia Saudita. Tale tendenza, pur non annullando la dipendenza dall’area mediorientale, garantisce una relativa resilienza in caso di interruzioni parziali. Anche la quota di greggio importato dall’Unione Europea risulta marginale, circa il 2,7%, focalizzata soprattutto su Norvegia e Regno Unito.
Nonostante una certa capacità di diversificazione, l’Italia è esposta alle fluttuazioni dei mercati internazionali e risente rapidamente delle oscillazioni dei prezzi, dato che i contratti di fornitura sono indicizzati ai benchmark globali. Nel caso di una prolungata crisi in Iran, anche incrementi di prezzo relativamente contenuti si trasmetterebbero infatti in tempi brevi ai distributori italiani, rendendo nuovamente attuale la questione della sicurezza energetica.
Lo Stretto di Hormuz rappresenta uno snodo fondamentale delle rotte energetiche mondiali: da qui transita circa il 20% del petrolio globale movimentato via mare. In questa fase, le dichiarazioni delle autorità iraniane di totale controllo dell’area e l’annuncio statunitense circa l’eventuale scorta militare alle petroliere hanno aumentato il livello di tensione percepito da investitori e operatori del settore.
Il blocco parziale dello Stretto ha già prodotto conseguenze rilevanti: centinaia di navi sono ferme ai suoi estremi, i tempi di transito si sono allungati e i costi di nolo sono lievitati per effetto delle maggiori assicurazioni e dei rischi operativi. I possibili scenari vanno da una rapida riapertura dei flussi, con una conseguente attenuazione delle criticità sui mercati, a una escalation militare o a una lunga fase di instabilità. Nel caso di escalation, l’interruzione prolungata del traffico petrolifero e di gas naturale liquefatto non inciderebbe soltanto sui Paesi più direttamente dipendenti dal Medio Oriente, ma avrebbe effetti di rimbalzo sulle quotazioni globali, aggravando ulteriormente la volatilità dei listini europei.
Le strategie delle compagnie multinazionali e delle istituzioni, come la scelta di assicurare via derivati gran parte dei flussi o la raccomandazione per gli aerei di atterrare in Italia già con il pieno di carburante, testimoniano la rilevanza di questo snodo geografico. Anche misure di emergenza, come i limiti per i rifornimenti negli aeroporti italiani e le priorità ai voli sanitari e di Stato, indicano che l’interconnessione tra scenari geopolitici e disponibilità energetica è oggi massima.
I prossimi mesi saranno decisivi per stabilire la traiettoria dei prezzi dei carburanti in Italia ed Europa.
L’incremento dei prezzi dei carburanti si traduce immediatamente in un aumento dei costi per consumatori e imprese. Secondo le principali associazioni dei consumatori, una famiglia media può arrivare a spendere fino a 160-165 euro all’anno in più per i rifornimenti, a seconda della tipologia di vettura e del carburante utilizzato.
Alberto Pelletti è un esperto del settore motori con oltre 18 anni di esperienza nel campo dell’analisi automotive. Opera a Torino come consulente per aziende e privati, collaborando con realtà attive nel settore automobilistico. Le sue competenze spaziano dalla valutazione delle flotte aziendali all’ottimizzazione dei costi di gestione dei veicoli. Grazie alla sua lunga esperienza, ha sviluppa...