Il successo professionale in Italia è spesso segnato più dai rapporti personali che dal merito. Le radici di questo fenomeno, raccomandazioni, effetti sociali e possibili cambiamenti verso una vera meritocrazia
L’accesso alle posizioni migliori e le possibilità di avanzamento professionale in Italia sono spesso condizionati da un sistema relazionale consolidato. Storicamente, le reti di conoscenze personali hanno favorito chi disponeva di agganci e di un capitale sociale già formato, rispetto a chi cercava di emergere esclusivamente tramite capacità e risultati. Questa tradizione radicata si riflette ancora nel modo in cui le opportunità di crescita sono distribuite, portando molti italiani a percepire che la valorizzazione delle competenze sia secondaria rispetto alle relazioni di parentela o amicizia. Secondo dati recenti, una larga maggioranza considera più importante "chi si conosce" di "ciò che si sa fare" per avanzare nell’ambiente lavorativo. In questo contesto convivono sia la domanda di trasparenza e equità, che una cultura organizzativa dove il passaparola e le raccomandazioni informali continuano ad avere un ruolo importante. Questa situazione ha delle ripercussioni profonde, non solo sul morale di chi entra nel mercato del lavoro ma anche sulla mobilità sociale, impedendo un reale ascensore sociale e alimentando una diffusa insoddisfazione tra i giovani talenti e i professionisti.
L’Italia si posiziona in fondo alle classifiche europee per indice di meritocrazia, secondo ricerche accademiche che valutano la capacità di premiare il talento e le competenze a discapito dei favoritismi. Un recente studio elaborato dall’Università Cattolica e dal Forum della Meritocrazia, tramite il cosiddetto “Meritometro”, assegna all’Italia il punteggio più basso tra i Paesi UE, ben lontano dalle realtà nordiche e con forti distanze anche rispetto a paesi come la Spagna. Il fenomeno è così radicato che quasi l’81% degli italiani ritiene che per affermarsi serva una solida rete di rapporti piuttosto che la dimostrazione del proprio valore. La debolezza del sistema meritocratico si riflette in vari settori: nel pubblico impiego, ad esempio, il sistema retributivo raramente premia le performance, mentre avanzamenti di carriera avvengono spesso per anzianità. Nel privato, la situazione è più sfumata, ma comunque permeata da dinamiche relazionali, che influiscono sulle possibilità di promozione e di accesso a posizioni di responsabilità. Ancora oggi, molte cariche professionali e universitarie passano di padre in figlio o si consolidano tramite rapporti personali piuttosto che per meriti oggettivi, come illustrato anche dai dati AlmaLaurea. Tutto ciò provoca una forte disillusione tra i lavoratori e un appiattimento delle retribuzioni su valori mediamente più bassi rispetto a quelli di altri Paesi dove la meritocrazia è riconosciuta e incentivata. Il circolo vizioso della scarsa valorizzazione delle competenze limita la produttività e immobilizza l’ascensore sociale, rendendo arduo, per chi parte da condizioni svantaggiate, realizzare un significativo salto di qualità professionale e socioeconomico.
La cultura della raccomandazione mantiene un’influenza diffusa in molti comparti della società italiana. Oltre quattro milioni di cittadini hanno fatto ricorso a raccomandazioni anche solo nell’ultimo anno all’interno della pubblica amministrazione, confermando come questa pratica rappresenti una via ancora privilegiata per l’accesso a servizi e avancamenti lavorativi. Ben il 44% dei laureati trova lavoro imponendosi sulle tracce paterne, indice che l’eredità delle posizioni professionali supera di gran lunga la valutazione delle competenze tecniche. Il fenomeno, spesso percepito come "normale", genera disparità già nella fase di ingresso nel mondo del lavoro e, con il passare del tempo, contribuisce a consolidare un modello di gestione delle risorse umane che privilegia la fedeltà e l’appartenenza a reti relazionali rispetto alla valutazione oggettiva delle capacità. In particolare, nella scuola, nella sanità e nel sistema giudiziario la familiarità con i meccanismi delle raccomandazioni va di pari passo con la difficoltà di riconoscerne l’impatto negativo sul capitale umano e sull’innovazione. Un aspetto paradossale riguarda la difficoltà nel distinguere tra relazioni "sane" e favoritismi; il confine, spesso labile, tra networking professionale e raccomandazione indebita rischia di penalizzare chi cerca di emergere solo attraverso impegno, studio e formazione continua. In molti casi, la raccomandazione viene vissuta come un mezzuccio necessario per sopravvivere in un mercato del lavoro percepito come chiuso e ingessato, alimentando un clima di diffidenza nei confronti delle istituzioni e accentuando la rassegnazione di chi, pur dotato di talento, non possiede gli strumenti relazionali necessari per "fare strada".
La scarsità di un autentico sistema basato sul merito produce conseguenze diffuse, che impattano soprattutto sulle nuove generazioni e sulla competitività complessiva del Paese. I giovani italiani mostrano un crescente disincanto verso le prospettive di avanzamento sul territorio nazionale, diretto risultato di una percezione collettiva di immobilismo e favoritismi. Questa situazione ha contribuito in maniera sostanziale al fenomeno della cosiddetta "fuga dei cervelli": secondo le ultime ricerche, quattro giovani su dieci sarebbero pronti a trasferirsi all’estero, attratti da realtà dove formazione e competenza vengono effettivamente riconosciute e premiate. Non meno rilevanti sono gli effetti sulla produttività e l’innovazione: la mancanza di meritocrazia scoraggia investimenti personali nella formazione, abbassa la motivazione ad aggiornarsi e limita il rinnovamento nei processi aziendali. La progressiva diminuzione della qualità del capitale umano, in un sistema che non incentiva l’eccellenza, si riflette sulla crescita economica, sulla qualità dei servizi pubblici e sulla capacità di introdurre novità e cambiamenti radicali. A ciò si aggiunge il rischio, sempre più palpabile, che i lavoratori più qualificati e dinamici preferiscano cercare fortuna all’estero, privando l’Italia delle risorse più innovative e compromettendo il ricambio generazionale necessario per adattarsi alle sfide del futuro. Un ulteriore effetto collaterale è il circolo vizioso legato al calo delle iscrizioni universitarie e all’abbandono scolastico precoce: se il merito non è uno strumento riconosciuto per emergere, molti rinunciano fin dall’inizio a investire nella propria formazione. Tutto ciò contribuisce al già preoccupante gap tra domanda e offerta di figure altamente qualificate, aggravando il fenomeno del mismatch nel mercato del lavoro.
Mentre il contesto italiano presenta ancora notevoli ostacoli a chi vorrebbe avanzare esclusivamente tramite impegno e competenza, restano possibili percorsi di crescita personale e professionale in grado di ridurre l’impatto delle disuguaglianze di partenza. In primo luogo, assumono rilievo alcune strategie efficaci:
Per promuovere una cultura autentica della valorizzazione dei talenti, è necessario agire su più livelli. Non basta auspicare leggi o riforme: serve un cambiamento culturale che parta dall’educazione e che coinvolga famiglie, scuole, università, imprese e pubbliche amministrazioni. Tra le azioni possibili, gli esperti individuano:
La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...