Il futuro degli stabilimenti italiani Pierburg si gioca tra crisi aziendale, trattative di vendita, possibili acquirenti e impatti occupazionali, riflettendo l'evoluzione del settore automotive e le sfide per lavoratori e territorio.
Le difficoltà che hanno investito Pierburg, azienda del comparto automotive appartenente al gruppo tedesco Rheinmetall, si collocano all’interno di una congiuntura negativa a livello globale per il settore automobilistico. L’azienda, presente in Italia con stabilimenti a Lanciano, Livorno e Torino, è protagonista di una vertenza che coinvolge istituzioni, sindacati e centinaia di lavoratori in seguito alla scelta strategica della capogruppo di dismettere le attività civili e automotive.
Alla base delle attuali criticità vissute da Pierburg si trova la decisione di Rheinmetall di puntare su una netta riorganizzazione delle proprie attività, accentuando l’orientamento verso il core business militare. Questa scelta è stata guidata sia da motivazioni interne al gruppo – come la volontà di rafforzare la produzione di armamenti in risposta a politiche nazionali ed europee che incentivano gli investimenti in difesa – sia dalle tendenze recessive che attraversano il comparto automotive. Il segmento civile, storicamente centrale nell’identità di Pierburg, oggi appare penalizzato dalla contrazione del mercato, dal rallentamento della domanda e da una crescente complessità tecnologica richiesta da processi di elettrificazione e digitalizzazione dei veicoli.
Un’ulteriore spinta alla cessione dei siti produttivi italiani è arrivata dal contesto macroeconomico: inflazione elevata, costi delle materie prime in aumento e continue incertezze legate alle catene di fornitura hanno aggravato la situazione finanziaria dell’azienda. Analizzando lo scenario nazionale, si registra che Pierburg non è l’unico caso di crisi industriale nel settore, in un’Italia caratterizzata da alta propensione all’export ma anche da vulnerabilità strutturali nel comparto automotive.
Le sedi Pierburg di Livorno, Lanciano e Torino hanno mantenuto buoni livelli di produttività negli ultimi anni, testimoniando la qualità delle professionalità presenti e la resilienza della struttura produttiva. Tuttavia, le dinamiche della capogruppo hanno imposto una logica di vendita che, secondo i sindacati e le amministrazioni locali, rischia di accentuare la precarietà occupazionale senza un saldo progetto industriale alle spalle. A incidere è anche la doppia pressione di una contrazione dei mercati tradizionali e di una maggiore attenzione dei fondi e dei grandi gruppi finanziari al ritorno a breve termine, più che all’investimento di lungo periodo e alla continuità industriale.
La cessione dei rami d’azienda legati al settore automobilistico di Pierburg ha preso avvio con una serie di incontri istituzionali tra il Ministero delle Imprese, le rappresentanze sindacali nazionali e territoriali e la direzione aziendale. Dalla seconda metà del 2025, il percorso di vendita è entrato nella fase conclusiva, grazie alla presentazione di due manifestazioni d’interesse vincolanti, le cui valutazioni sono attualmente in corso. Secondo quanto comunicato dall’azienda e riportato dai tavoli ministeriali, la selezione della proposta più orientata al rilancio e al mantenimento dei siti produttivi sarà effettuata entro il primo trimestre 2026, mentre il perfezionamento dell’operazione è previsto entro il 30 settembre 2026.
Tutti i passaggi significativi vengono condivisi nelle sedi istituzionali preposte per favorire trasparenza e tutela sia degli interessi collettivi, sia del patrimonio produttivo nazionale. In particolare, la presenza di due soggetti – Aurelius Group, fondo di investimento alternativo, ed EcoGroup, specializzato in corporate carve-out – rappresenta un elemento centrale nel quadro delle valutazioni in corso. Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy mantiene un presidio sulla vertenza, garantendo aggiornamenti periodici alle parti sociali coinvolte non appena si registrano sviluppi determinanti.
Le tempistiche, così delineate, puntano a evitare zone d’ombra e a garantire la massima chiarezza sulle modalità e sulla cornice dell’operazione di vendita. La condivisione preventiva di ogni step decisivo dell’iter di cessione risponde alle richieste dei lavoratori e delle amministrazioni locali, che considerano ineludibile la tutela della continuità produttiva e occupazionale nei territori interessati.
I soggetti che hanno manifestato interesse vincolante per l’acquisto degli asset italiani della società sono principalmente due: Aurelius Group ed EcoGroup. Il primo si caratterizza per una strategia d’investimento focalizzata su aziende europee nelle fasi di cambiamento, con particolare attenzione alle occasioni di rilancio e di valorizzazione industriale; il secondo è noto per la propria operatività nei corporate carve-out, ovvero nell’acquisizione di divisioni distaccate da grandi gruppi multinazionali per svilupparne il potenziale autonomamente.
I percorsi industriali che potrebbero seguire i possibili acquirenti appaiono, tuttavia, differenziati per natura: mentre Aurelius Group presenta una storicità di interventi volti alla ristrutturazione efficiente e al rilancio gestionale delle imprese inserendole nella propria piattaforma industriale, EcoGroup si posiziona con un approccio più orientato alla gestione operativa delle attività acquisite, valorizzando processi produttivi, tecnologia e competenze interne ai siti acquisiti.
In entrambi i casi, le strategie dovranno essere valutate dalle parti sociali e istituzionali sulla base di criteri di sostenibilità, continuità produttiva e ricadute occupazionali a lungo termine. La richiesta unanime delle rappresentanze dei lavoratori e degli enti pubblici è che l’operazione non si traduca in una mera soluzione finanziaria, ma getti le basi per percorsi di sviluppo industriale nei siti italiani. Un tavolo ministeriale condiviso continuerà a monitorare le scelte strategiche e operative degli eventuali subentranti, con la massima attenzione al coinvolgimento delle maestranze e al mantenimento del know-how italiano.
La transizione in atto sui siti produttivi Pierburg riguarda oltre 400 dipendenti distribuiti tra Livorno, Lanciano e Torino, insieme alle comunità locali che nel tempo hanno costruito un’identità socio-economica attorno a queste realtà industriali. Le preoccupazioni principali emergenti sono legate al futuro dei posti di lavoro e alla tenuta complessiva del tessuto produttivo locale. Gli effetti di una cessione improvvida o priva di garanzie potrebbero infatti avere ripercussioni negative sia in termini occupazionali sia sul piano della coesione territoriale.
Le rappresentanze sindacali interne e le sigle nazionali FIM CISL, FIOM CGIL e UILM hanno richiesto in più sedi trasparenza nelle trattative, chiarezza sulle prospettive offerte dagli acquirenti e politiche attive di salvaguardia occupazionale. Le tensioni vissute, acuite dalla gestione informativa talvolta considerata unilaterale dalla direzione aziendale, hanno portato a scioperi, mobilitazioni e richieste pressanti di coinvolgimento continuo di istituzioni e stampa sulla vertenza in corso.
Le amministrazioni locali, in particolare quelle di Livorno e Lanciano, hanno sottolineato la necessità che la continuità della produzione rimanga assicurata per garantire il benessere economico di intere famiglie e la stabilità di filiere regionali. Il Ministero del Lavoro e il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, attraverso incontri parlamentari e tavoli tecnici, hanno moltiplicato gli impegni per monitorare attivamente ogni fase della procedura, concedendo tra l’altro il trattamento di integrazione salariale per sostenere temporaneamente i lavoratori più direttamente coinvolti.
Il dialogo tra sindacati, rappresentanti istituzionali e azienda ha assunto caratteri di straordinaria importanza nella fase delicata della cessione Pierburg. Sono state promosse numerose azioni di mobilitazione – sia di natura vertenziale sia di pressione istituzionale – per assicurare che i lavoratori vengano tutelati e che le prospettive industriali restino solide. Scioperi, assemblee e richieste di incontri urgenti hanno caratterizzato soprattutto la seconda metà del 2025 e l’inizio del 2026, con l’obiettivo dichiarato di evitare un esito in cui gli asset passino semplicemente di mano, senza garanzie effettive sulle prospettive future.