Tra confessioni parziali e conti separati, il denaro resta un terreno opaco per molte coppie: parlare non basta, se redditi, debiti e autonomia non diventano davvero condivisi.
Moneyfarm, piattaforma digitale di investimento, ha rilevato nel 2026 un paradosso nelle coppie italiane: il 94% degli intervistati ritiene di conoscere bene le finanze del partner, mentre circa il 50% ammette di aver mentito o omesso informazioni sul denaro. I due dati arrivano dalla stessa indagine sulla gestione economica a due, ma non descrivono matematicamente l’intera popolazione italiana: riguardano il campione intervistato. Il primo esprime una percezione personale; il secondo raccoglie comportamenti dichiarati.
La distanza tra ciò che si pensa di sapere e ciò che viene davvero condiviso può riguardare redditi, spese, risparmi, conti correnti, investimenti e debiti. Non è una semplice curiosità sul rapporto tra amore e denaro. Quando le informazioni sono incomplete, cambiano il modo in cui la coppia costruisce il bilancio familiare, affronta un imprevisto o decide come finanziare un progetto comune.
Quel 94% rilevato dal sondaggio Moneyfarm 2026 indica quanto gli intervistati siano convinti di conoscere bene la situazione economica della propria metà. Non vuol dire che quasi tutti possiedano le credenziali di ogni conto, seguano ogni movimento o abbiano consultato documenti verificati su entrate e patrimonio.
Appena la domanda viene scomposta, le sicurezze si riducono. Un italiano su cinque, cioè il 20% degli intervistati nel 2026, non sa quanto guadagni il partner. Tra le persone che non convivono la percentuale arriva al 29%. Il 35% non sa se l’altra persona riesca a mettere denaro da parte; il 39% non conosce l’ammontare della sua spesa mensile.
Le zone d’ombra comprendono anche strumenti che nella quotidianità restano meno visibili. Fra chi convive, il 42% non sa se il partner investa; la quota sale al 46% tra i non conviventi. Il 41% ignora l’eventuale presenza di debiti o finanziamenti, mentre il 39% non sa se esistano polizze assicurative. Non sono dettagli soltanto amministrativi: possono incidere sulla pianificazione della coppia.
Nel sondaggio, “infedeltà finanziaria” comprende l’ammissione di aver mentito oppure di aver taciuto informazioni sulla propria situazione economica. Il 50% di infedeltà finanziaria nel 2026 non significa quindi che una persona su due abbia sottratto denaro al partner. Nel dato rientrano anche omissioni, cifre non comunicate e decisioni economiche mantenute riservate.
Le voci indicate più spesso sono le spese, citate dal 22% degli intervistati, i risparmi, dal 21%, il denaro disponibile sul conto corrente, dal 20%, e i guadagni, dal 19%. Le percentuali appartengono al campione dell’indagine e possono sovrapporsi: una stessa persona può aver nascosto più di un’informazione.
Le forme concrete sono parecchie, pur senza dipendere dall’importo. Può trattarsi di un acquisto impulsivo mai raccontato, di un conto separato di cui il partner non sa nulla, di un bonus non comunicato, di un debito ridimensionato nel racconto o di una scommessa tenuta nascosta. La soglia sta nell’intenzione: l’informazione è stata sottratta a un confronto che la coppia riteneva necessario.
Le coppie italiane dichiarano di parlare di denaro con una certa frequenza. Nel 2026 il confronto avviene in media più di sei volte al mese; per il 25% degli intervistati l’argomento torna una volta alla settimana, mentre il 21% ne discute ogni giorno.
La frequenza, però, non garantisce una gestione davvero condivisa. Nel 35% dei casi, sempre secondo il campione del 2026, le discussioni economiche sfociano in tensioni o conflitti. Si può parlare delle spese quotidiane senza arrivare a redditi, debiti, risparmi vincolati, investimenti e progetti futuri. Il conto delle conversazioni sale, ma restano fuori proprio i dati che servirebbero per decidere.
Parte del problema dipende anche dal significato attribuito alla parola “conoscere”. Per qualcuno è sufficiente sapere chi paga l’affitto e le bollette. Per qualcun altro significa avere chiari i redditi netti, le rate, il risparmio disponibile e gli impegni verso la famiglia. Se i criteri non vengono concordati, entrambi possono sentirsi informati pur guardando soltanto una porzione della situazione.
Il reddito, da solo, non basta a descrivere la disponibilità economica di una coppia. Occorre distinguere ciò che entra da ciò che rimane e da quanto è già destinato a rate, prestiti o impegni ricorrenti. Un guadagno conosciuto, ma accompagnato da un debito mai dichiarato, può far apparire più ampia di quanto sia la somma realmente disponibile per la famiglia.
Avere conti separati non è automaticamente scorretto. Può proteggere autonomia e privacy, soprattutto quando i partner stabiliscono quali risorse restano individuali e quali servono a sostenere la vita comune. La difficoltà nasce quando un conto personale contiene denaro necessario per le spese condivise, oppure diventa il luogo in cui vengono nascosti debiti, perdite o uscite destinate a ricadere sull’altra persona.
Un ragionamento simile vale per gli acquisti impulsivi. Un regalo personale o una spesa occasionale non costituiscono, da soli, un caso di infedeltà finanziaria. Il quadro cambia se quell’acquisto mette in difficoltà il budget comune, viene pagato ricorrendo al debito o viene negato nonostante una regola già stabilita. La trasparenza non impone di chiedere il permesso per ogni spesa privata; impone di rispettare gli accordi che hanno conseguenze su entrambi.
Le conseguenze più immediate si vedono nelle decisioni prese partendo da dati incompleti. Una coppia può fissare un obiettivo di risparmio senza sapere che uno dei due sta pagando rate elevate. Può programmare un acquisto importante ignorando un finanziamento, oppure considerare libera una somma già accantonata per un altro scopo.
La segretezza diventa più rischiosa quando riguarda debiti, gioco d’azzardo o spese compulsive. In questi casi non è in gioco una singola voce del bilancio. La liquidità diminuisce, gli interessi aumentano e il partner può ritrovarsi a sostenere spese familiari che pensava fossero distribuite in modo diverso. Il contrasto sui soldi finisce così per investire la fiducia.
Non ogni forma di riservatezza equivale a un inganno. Una persona può conservare una quota personale per autonomia o per affrontare un’emergenza senza sottrarre risorse alla famiglia. Se, invece, il denaro viene nascosto per timore della reazione del partner, oppure uno dei due controlla ogni risorsa con l’obiettivo di limitare l’altro, si può entrare nel campo dell’abuso o del controllo economico. Non sarebbe più soltanto una diversa organizzazione del bilancio. Quando sono presenti paura o coercizione, il confronto diretto può non essere sicuro: in quel caso serve il sostegno qualificato di persone o servizi esterni.
Secondo il sondaggio Moneyfarm 2026, il 27% delle coppie non possiede alcuna attività finanziaria in comune. Fra quelle che condividono strumenti, la media è di 2,4 strumenti sui sette presi in considerazione dall’indagine. Il conto comune per le spese quotidiane compare nel 49% dei casi; i risparmi condivisi nel 40%, la pianificazione dei grandi acquisti nel 39% e gli investimenti comuni nel 28%.
Tra le coppie sposate, le percentuali sono più alte: 58% per il conto comune, 48% per i risparmi condivisi, 48% per i grandi acquisti e 37% per gli investimenti. Il matrimonio, da solo, non assicura però una conoscenza completa della situazione economica. Un assetto comune regge quando entrambi conoscono le regole, gli impegni e gli obiettivi che lo sostengono.
Anche la ripartizione dei compiti appare più paritaria, almeno in parte. Nel 2026 il 44% delle donne dichiara una gestione pienamente condivisa, contro il 34% degli uomini. A dire di gestire interamente le finanze comuni è il 20% degli uomini e il 16% delle donne. Una gestione affidata soprattutto a una persona, con una delega minima, riguarda invece il 42% degli uomini e il 29% delle donne. La partecipazione è ampia, ma resta una differenza nel modo in cui vengono percepite le competenze: il 54% degli uomini si attribuisce un ruolo maggiore, contro il 31% delle donne.
Il dott. Luca Rossi è un esperto analista finanziario con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle finanze. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi e ha lavorato per prestigiose istituzioni bancarie e società di consulenza. Specializzato in strategie di investimento e gestione del rischio, Luca ha aiutato numerosi clienti a ottimizzare i loro portafogli ...