Quanti italiani del ceto medio rischiano di diventare poveri: dati Istat, Ocse e Confesercenti su salari reali, spese e fragilità delle famiglie e la fotografia scattata agli italiani.
Per anni il ceto medio è stato considerato il cuore stabile dell'Italia: una casa di proprietà, uno stipendio regolare, qualche vacanza e un piccolo margine per i figli. Oggi quella certezza si sta incrinando. Molte famiglie non si sentono povere, perché hanno un lavoro e una casa, eppure faticano a pagare una spesa imprevista, vedono sparire il risparmio e comprano ogni anno qualcosa in meno con la stessa cifra.
I numeri delle analisi più recenti, da Istat a Ocse, passando per Confesercenti-Cer, aiutano a capire quanto sia concreto il rischio povertà del ceto medio italiano. Nessun istituto fornisce un conteggio unico di chi sta scivolando, ma l'insieme dei dati racconta una fragilità diffusa e spesso invisibile.
Secondo il Rapporto annuale Istat 2026, nel 2025 il ceto medio rappresenta il 61,2% dei residenti, in leggera crescita rispetto al 59,8% del 2015. Parliamo quindi di sei italiani su dieci, un blocco che sostiene consumi, risparmio, innovazione e stabilità sociale.
Il dato di partenza è rassicurante, ma nasconde una differenza importante. Restare nel ceto medio, per le statistiche, non significa stare bene. Significa collocarsi in una fascia intermedia di reddito, e dentro quella fascia le situazioni sono molto diverse: c'è chi accumula e chi vive in equilibrio instabile. Per chi scivola, la frontiera è sottile, perché basta una spesa sanitaria, un aumento dell'affitto o la perdita di un secondo stipendio.
Il numero più indicativo arriva proprio dal Rapporto Istat. Nel 2025 il 16,1% delle famiglie del ceto medio dichiara di arrivare a fine mese con difficoltà o grande difficoltà. In pratica, circa una famiglia su sei dentro un gruppo considerato solido vive già una tensione quotidiana sui conti.
Per capire la portata del dato basta confrontarlo con gli altri gruppi. Tra le famiglie a rischio di povertà la quota arriva al 45%, mentre tra quelle ad alto reddito si ferma al 5,2%. Il ceto medio sta quindi al triplo della fascia più agiata, e questo spiega perché molti si sentano più vicini al basso che all'alto.
A livello generale, la fotografia è ancora più ampia: più di un quinto degli italiani dichiara difficoltà a fine mese e circa un quarto fatica ad affrontare una spesa imprevista con le proprie risorse. Chi non riesce a coprire un guasto all'auto o una visita specialistica senza chiedere aiuto è già in una condizione di vulnerabilità economica, anche se non compare in nessuna statistica sulla povertà.
Nessuna statistica traccia un identikit preciso, ma incrociando i dati Istat emergono i profili più esposti. Il primo è chi sta nella parte bassa del ceto medio: per l’Istat ne fa parte chi ha un reddito familiare equivalente netto tra il 75% e il 200% della mediana, cioè da circa 16.500 a 44.100 euro l’anno per una persona sola.
Una coppia con due figli piccoli e 40.000 euro netti rientra nel ceto medio, ma nella fascia inferiore, con poco margine. Sono poi più vulnerabili le famiglie con un solo reddito, che reggono finché nessuno perde il lavoro, e quelle con figli: nel 2025 il rischio di povertà o esclusione sociale è del 31,6% tra i genitori soli e del 30,6% tra le coppie con tre o più figli.
Pesano anche l’affitto, perché quasi una famiglia in povertà assoluta su due vive in locazione, i contratti a termine (il 40,1% dei dipendenti a tempo determinato ha redditi bassi, contro il 10,4% degli indeterminati) e il lavoro autonomo, il cui reddito reale è sceso del 13,4% rispetto al 2007. Rischiano infine gli anziani soli, con un reddito mediano di 17.681 euro, appena sopra la soglia del ceto medio, e chi vive nel Mezzogiorno, dove la tenuta è più fragile. Sono persone che spesso hanno un lavoro, una casa o una pensione, e per questo non si sentono povere.
Il motivo principale è l'inflazione che ha divorato i salari. Il Rapporto Istat segnala che le retribuzioni contrattuali nel 2025 hanno portato, per il secondo anno, un recupero in termini reali, ma resta una perdita di potere d'acquisto dell'8,6% dal 2019.
Le stime Ocse non fanno sperare in un ritorno rapido. L'organizzazione prevede un nuovo calo dello 0,9% dei salari reali in Italia nel 2026, con un modesto rimbalzo dello 0,2% nel 2027. Secondo le stesse stime, i salari reali restano inferiori di circa il 6,1% rispetto al primo trimestre del 2021.
Tradotto in euro, per chi ha uno stipendio netto di 1.500 euro al mese una perdita dello 0,9% vale circa 13,50 euro al mese, cioè 162 euro in un anno. Sembra poco, ma si somma a rincari già assorbiti e riduce ulteriormente il margine per risparmiare. La spinta recente arriva anche dall'energia: l'Ocse segnala che l'aumento dei prezzi energetici, legato alle tensioni in Medio Oriente, sta riportando pressione sull'inflazione.
Il problema non riguarda solo gli stipendi, ma anche ciò che si riesce a comprare. Nel decennio 2014-2024, la spesa equivalente delle famiglie in termini reali è diminuita del 5,6% per il ceto medio, del 7,1% per la classe abbiente e del 4,6% per i ceti più bassi. Il ceto medio, secondo l'Istat, mostra una maggiore esposizione alle fasi di rallentamento dell'economia.
L'analisi di Confesercenti-Cer porta la stessa fotografia su un arco più lungo. Rispetto al 2005, per acquistare beni e servizi si spende oggi circa il 23% in più, ottenendo però il 15% in meno. È il meccanismo del falso benessere: il portafoglio sembra reggere perché le cifre nominali crescono, ma il carrello è più leggero.
Per capire cosa significa scivolare e arrivare alla vita in grande difficoltà fino anche alla povertà, bisogna guardare chi sta già sotto. Secondo l'Istat, nel 2024 le famiglie in povertà assoluta sono poco più di 2,2 milioni, pari all'8,4% delle famiglie residenti, per oltre 5,7 milioni di individui. Un dato stabile, ma su livelli molto alti.
Nella povertà relativa il quadro è più ampio: oltre 2,8 milioni di famiglie, con un'incidenza del 10,9%, e oltre 8,7 milioni di individui, il 14,9%. A questi si aggiunge l'indicatore più vicino al tema del ceto medio: quasi 11 milioni di persone, il 18,6% della popolazione, si trovano in condizione di rischio di povertà.
Tra chi è già sotto la soglia ci sono molte famiglie che fino a pochi anni fa si sentivano al sicuro. La casa pesa più di quanto si pensi: su 2,2 milioni di famiglie in povertà assoluta, quasi 1.050.000 vivono in affitto, quasi la metà. Anche i costi di base sono un fattore di scivolamento: l'Alleanza contro la povertà ricorda un'insicurezza alimentare al 9,3% e una povertà energetica al 9,1%.
La povertà del ceto medio raramente arriva in modo brusco. Procede per piccoli cedimenti, che si possono riconoscere con alcuni indicatori concreti:
I motivi per cui il ceto medio è più esposto a rischi di natura economica e finanziaria sono essenzialmente tre:
Nessuna ricetta elimina il rischio, ma alcune mosse riducono la fragilità:
Il dott. Luca Rossi è un esperto analista finanziario con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle finanze. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi e ha lavorato per prestigiose istituzioni bancarie e società di consulenza. Specializzato in strategie di investimento e gestione del rischio, Luca ha aiutato numerosi clienti a ottimizzare i loro portafogli ...