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Chi sono italiani che pensano di essere di ceto medio che rischiano la povertà o sono già poveri senza saperlo

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di Dott. Luca Rossoni pubblicato il
aggiornato con informazioni attualizzate il

Quanti italiani del ceto medio rischiano di diventare poveri: dati Istat, Ocse e Confesercenti su salari reali, spese e fragilità delle famiglie e la fotografia scattata agli italiani.

Per anni il ceto medio è stato considerato il cuore stabile dell'Italia: una casa di proprietà, uno stipendio regolare, qualche vacanza e un piccolo margine per i figli. Oggi quella certezza si sta incrinando. Molte famiglie non si sentono povere, perché hanno un lavoro e una casa, eppure faticano a pagare una spesa imprevista, vedono sparire il risparmio e comprano ogni anno qualcosa in meno con la stessa cifra.

I numeri delle analisi più recenti, da Istat a Ocse, passando per Confesercenti-Cer, aiutano a capire quanto sia concreto il rischio povertà del ceto medio italiano. Nessun istituto fornisce un conteggio unico di chi sta scivolando, ma l'insieme dei dati racconta una fragilità diffusa e spesso invisibile.

Secondo il Rapporto annuale Istat 2026, nel 2025 il ceto medio rappresenta il 61,2% dei residenti, in leggera crescita rispetto al 59,8% del 2015. Parliamo quindi di sei italiani su dieci, un blocco che sostiene consumi, risparmio, innovazione e stabilità sociale. 

Il dato di partenza è rassicurante, ma nasconde una differenza importante. Restare nel ceto medio, per le statistiche, non significa stare bene. Significa collocarsi in una fascia intermedia di reddito, e dentro quella fascia le situazioni sono molto diverse: c'è chi accumula e chi vive in equilibrio instabile. Per chi scivola, la frontiera è sottile, perché basta una spesa sanitaria, un aumento dell'affitto o la perdita di un secondo stipendio.

Il primo campanello d'allarme: il 16,1% fatica ad arrivare a fine mese

Il numero più indicativo arriva proprio dal Rapporto Istat. Nel 2025 il 16,1% delle famiglie del ceto medio dichiara di arrivare a fine mese con difficoltà o grande difficoltà. In pratica, circa una famiglia su sei dentro un gruppo considerato solido vive già una tensione quotidiana sui conti. 

Per capire la portata del dato basta confrontarlo con gli altri gruppi. Tra le famiglie a rischio di povertà la quota arriva al 45%, mentre tra quelle ad alto reddito si ferma al 5,2%. Il ceto medio sta quindi al triplo della fascia più agiata, e questo spiega perché molti si sentano più vicini al basso che all'alto. 

A livello generale, la fotografia è ancora più ampia: più di un quinto degli italiani dichiara difficoltà a fine mese e circa un quarto fatica ad affrontare una spesa imprevista con le proprie risorse. Chi non riesce a coprire un guasto all'auto o una visita specialistica senza chiedere aiuto è già in una condizione di vulnerabilità economica, anche se non compare in nessuna statistica sulla povertà.

Chi sono gli italiani di ceto medio che rischiano di scivolare senza saperlo

Nessuna statistica traccia un identikit preciso, ma incrociando i dati Istat emergono i profili più esposti. Il primo è chi sta nella parte bassa del ceto medio: per l’Istat ne fa parte chi ha un reddito familiare equivalente netto tra il 75% e il 200% della mediana, cioè da circa 16.500 a 44.100 euro l’anno per una persona sola.

Una coppia con due figli piccoli e 40.000 euro netti rientra nel ceto medio, ma nella fascia inferiore, con poco margine. Sono poi più vulnerabili le famiglie con un solo reddito, che reggono finché nessuno perde il lavoro, e quelle con figli: nel 2025 il rischio di povertà o esclusione sociale è del 31,6% tra i genitori soli e del 30,6% tra le coppie con tre o più figli.

Pesano anche l’affitto, perché quasi una famiglia in povertà assoluta su due vive in locazione, i contratti a termine (il 40,1% dei dipendenti a tempo determinato ha redditi bassi, contro il 10,4% degli indeterminati) e il lavoro autonomo, il cui reddito reale è sceso del 13,4% rispetto al 2007. Rischiano infine gli anziani soli, con un reddito mediano di 17.681 euro, appena sopra la soglia del ceto medio, e chi vive nel Mezzogiorno, dove la tenuta è più fragile. Sono persone che spesso hanno un lavoro, una casa o una pensione, e per questo non si sentono povere.

Il potere d'acquisto si è eroso: -8,6% dal 2019

Il motivo principale è l'inflazione che ha divorato i salari. Il Rapporto Istat segnala che le retribuzioni contrattuali nel 2025 hanno portato, per il secondo anno, un recupero in termini reali, ma resta una perdita di potere d'acquisto dell'8,6% dal 2019. 

Le stime Ocse non fanno sperare in un ritorno rapido. L'organizzazione prevede un nuovo calo dello 0,9% dei salari reali in Italia nel 2026, con un modesto rimbalzo dello 0,2% nel 2027. Secondo le stesse stime, i salari reali restano inferiori di circa il 6,1% rispetto al primo trimestre del 2021.

Tradotto in euro, per chi ha uno stipendio netto di 1.500 euro al mese una perdita dello 0,9% vale circa 13,50 euro al mese, cioè 162 euro in un anno. Sembra poco, ma si somma a rincari già assorbiti e riduce ulteriormente il margine per risparmiare. La spinta recente arriva anche dall'energia: l'Ocse segnala che l'aumento dei prezzi energetici, legato alle tensioni in Medio Oriente, sta riportando pressione sull'inflazione.

Il problema non riguarda solo gli stipendi, ma anche ciò che si riesce a comprare. Nel decennio 2014-2024, la spesa equivalente delle famiglie in termini reali è diminuita del 5,6% per il ceto medio, del 7,1% per la classe abbiente e del 4,6% per i ceti più bassi. Il ceto medio, secondo l'Istat, mostra una maggiore esposizione alle fasi di rallentamento dell'economia.

L'analisi di Confesercenti-Cer porta la stessa fotografia su un arco più lungo. Rispetto al 2005, per acquistare beni e servizi si spende oggi circa il 23% in più, ottenendo però il 15% in meno. È il meccanismo del falso benessere: il portafoglio sembra reggere perché le cifre nominali crescono, ma il carrello è più leggero. 

Povertà assoluta e rischio povertà: dove finisce la rete di sicurezza

Per capire cosa significa scivolare e arrivare alla vita in grande difficoltà fino anche alla povertà, bisogna guardare chi sta già sotto. Secondo l'Istat, nel 2024 le famiglie in povertà assoluta sono poco più di 2,2 milioni, pari all'8,4% delle famiglie residenti, per oltre 5,7 milioni di individui. Un dato stabile, ma su livelli molto alti. 

Nella povertà relativa il quadro è più ampio: oltre 2,8 milioni di famiglie, con un'incidenza del 10,9%, e oltre 8,7 milioni di individui, il 14,9%. A questi si aggiunge l'indicatore più vicino al tema del ceto medio: quasi 11 milioni di persone, il 18,6% della popolazione, si trovano in condizione di rischio di povertà.

Tra chi è già sotto la soglia ci sono molte famiglie che fino a pochi anni fa si sentivano al sicuro. La casa pesa più di quanto si pensi: su 2,2 milioni di famiglie in povertà assoluta, quasi 1.050.000 vivono in affitto, quasi la metà. Anche i costi di base sono un fattore di scivolamento: l'Alleanza contro la povertà ricorda un'insicurezza alimentare al 9,3% e una povertà energetica al 9,1%.

I segnali per capire se si sta scivolando senza accorgersene

La povertà del ceto medio raramente arriva in modo brusco. Procede per piccoli cedimenti, che si possono riconoscere con alcuni indicatori concreti:

  • Nessun cuscinetto di risparmio: le rilevazioni indicano un risparmio medio inferiore al 5% del reddito disponibile, che una spesa inattesa può assorbire in un attimo.
  • Spese fisse oltre un terzo del reddito: affitto o mutuo, bollette e rate lasciano poco spazio al resto.
  • Rinvio di cure e acquisti importanti: dentista, occhiali e manutenzione dell'auto slittano senza una vera scelta.
  • Uso del credito per la vita quotidiana: carte rateizzate e prestiti per spese correnti sono un segnale di squilibrio.
  • Un solo stipendio che regge tutto: la famiglia è esposta a qualsiasi imprevisto sul lavoro.
  • Tagli progressivi sulla spesa: marchi più economici, meno ristoranti e meno attività per i figli indicano una riduzione dello standard di vita.
Chi riconosce due o tre di questi segnali è con buona probabilità in quella fascia grigia che le statistiche chiamano vulnerabilità economica, pur senza rientrare ancora nella povertà ufficiale.

Perché il ceto medio è più esposto di quanto sembri

I motivi per cui il ceto medio è più esposto a rischi di natura economica e finanziaria sono essenzialmente tre:

  • il primo è che le fasce intermedie hanno meno protezioni: spesso non accedono ai sostegni pensati per chi è sotto soglia, ma non hanno il patrimonio dei più ricchi per assorbire gli shock;
  • il secondo è la dinamica dei redditi: nell'ultimo decennio, secondo l'Istat, l'andamento del ceto medio è stato meno sostenuto di quello sia dei ceti più bassi sia della classe abbiente;
  • il terzo è la concentrazione dei costi essenziali: casa, energia e alimentari, le voci più cresciute, pesano proporzionalmente di più su chi ha un reddito medio e consumi poco comprimibili.
Si aggiungono le differenze territoriali. Secondo l'analisi del rapporto, nel Nord-est oltre il 71% delle persone appartiene al ceto medio, mentre al Sud il rischio povertà sfiora un terzo della popolazione e nelle Isole supera il 35%. Essere ceto medio a Treviso e a Catania, quindi, non vuol dire avere la stessa tenuta. 

Nessuna ricetta elimina il rischio, ma alcune mosse riducono la fragilità:

  1. Fotografare il bilancio reale per tre mesi, separando spese fisse, variabili e impreviste.
  2. Costruire un fondo di emergenza, anche piccolo, pari a due o tre mensilità di spese essenziali.
  3. Rinegoziare contratti di energia, telefonia, assicurazioni e finanziamenti, spesso ancora a condizioni vecchie.
  4. Evitare il debito per consumi correnti e valutare con attenzione ogni nuova rata.
  5. Verificare agevolazioni e detrazioni accessibili, dai bonus per i figli alle misure sull'energia e sulla casa.
  6. Investire nelle competenze, perché la sicurezza del reddito oggi passa anche dalla formazione continua.
Mettendo insieme le analisi, il quadro è coerente. Il ceto medio resta il gruppo più numeroso del Paese, il 61,2% dei residenti, ma una famiglia su sei ha difficoltà a fine mese, il potere d'acquisto dei salari è ancora 8,6% sotto il 2019 e la spesa reale è calata del 5,6% in dieci anni. Sullo sfondo, 2,2 milioni di famiglie vivono già in povertà assoluta e quasi 11 milioni di persone sono a rischio di povertà.




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Dott. Luca Rossoni

Il dott. Luca Rossi è un esperto analista finanziario con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle finanze. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi e ha lavorato per prestigiose istituzioni bancarie e società di consulenza. Specializzato in strategie di investimento e gestione del rischio, Luca ha aiutato numerosi clienti a ottimizzare i loro portafogli ...