Sempre più famiglie italiane faticano ad arrivare a fine mese: redditi medi in crescita non bastano tra costi di casa, energia e spese quotidiane, mentre risparmi e credito segnano nuove fragilità.
Il 22,4% degli individui residenti in Italia arriva alla fine del mese con difficoltà o grande difficoltà, mentre il 47,7% non è riuscito a mettere da parte denaro nel 2025. I numeri restituiscono un quadro che va oltre la povertà in senso stretto. Molte persone continuano a pagare le spese ordinarie, ma lo fanno senza riuscire a risparmiare, tagliando i consumi oppure attingendo alle somme accumulate in passato.
Non è più soltanto una questione di povertà conclamata. È un fenomeno più silenzioso e più esteso: famiglie con un lavoro, uno stipendio, magari anche due redditi in casa, che negli ultimi anni hanno visto sgretolarsi il margine che le separava dalla fatica quotidiana di far quadrare i conti. Tre ricerche recenti, il Rapporto Italia 2026 dell'Eurispes, l'ultimo Rapporto Censis e la seconda wave dell'Osservatorio Look to the Future 2026 di Athora Italia e Nomisma, arrivano, con strumenti e linguaggi diversi, alla stessa conclusione: una fetta crescente di italiani che un tempo arrivava a fine mese senza troppi patemi oggi non ci riesce più, o ci riesce solo intaccando risparmi accumulati in anni migliori.
Il Rapporto Italia 2026 dell'Eurispes, presentato a Roma alla fine di maggio, fotografa un Paese in cui il 62,1% delle famiglie dichiara di arrivare a fine mese, ma con difficoltà. Un altro 33,1% dei nuclei familiari, per chiudere il bilancio domestico, deve attingere ai risparmi messi da parte in passato: significa che appena una famiglia su quattro riesce ancora a mettere qualcosa da parte a fine mese, mentre le altre tre vivono sostanzialmente senza margine.
A pesare di più, secondo l'istituto guidato da Gian Maria Fara, sono l'affitto (difficile da sostenere per il 45,6% di chi lo paga), le utenze (28,7%), il mutuo (27,2%) e le spese mediche (25,5%). Non a caso, il 34,6% degli intervistati dichiara di aver rinunciato a controlli medici per risparmiare, il 32,1% alle cure odontoiatriche e il 23% a visite specialistiche. Più di uno su due ha inoltre tagliato viaggi e vacanze.
Secondo l'Eurispes, il potere d'acquisto di questa fascia della popolazione è sceso di circa il 7,5% dal 2021, e la ricchezza netta delle famiglie italiane è calata del 5,5% nel decennio 2014-2024. Sono famiglie con lavori stabili, doppio reddito, magari una casa di proprietà, che oggi si trovano a fare i conti con bollette più alte, rate del mutuo più pesanti e stipendi che non hanno tenuto il passo dell'inflazione. Il presidente Fara parla di una "fragilità diffusa" che si nasconde dentro vite apparentemente normali.
Anche l'ultimo Rapporto Censis conferma la stessa traiettoria, ma allunga lo sguardo su un arco temporale più ampio. Secondo l'istituto di ricerca, tra il primo trimestre del 2011 e il primo trimestre del 2025 la ricchezza complessiva delle famiglie italiane è diminuita dell'8,5% in termini reali. Non è un calo uniforme: a perdere di più, in proporzione, non sono le fasce più povere ma proprio i nuclei che si collocano nella parte centrale della distribuzione del reddito.
Le famiglie comprese tra il sesto e l'ottavo decile di ricchezza, quello che una volta si sarebbe chiamato senza esitazioni "ceto medio", hanno perso tra il 24% e il 35% del proprio patrimonio, una flessione più marcata persino di quella subita dal 50% più povero della popolazione, che pure ha visto ridursi le proprie risorse di oltre il 23%. È la fotografia di un ceto medio che si sta impoverendo più rapidamente di quanto non facciano le fasce già in difficoltà: chi aveva accumulato un margine negli anni passati, una casa, un piccolo risparmio, un investimento, lo sta bruciando più in fretta di chi quel margine non lo ha mai avuto.
Il Censis lega questo fenomeno anche a una crescente sfiducia nei confronti dei servizi pubblici: il 78,5% degli italiani dichiara di non credere di poter contare su un'assistenza sanitaria o sociale adeguata in caso di non autosufficienza, un timore che spinge molte famiglie a tenere da parte risorse che altrimenti verrebbero spese o investite, aggravando la sensazione di ristrettezza anche quando il reddito nominale non è cambiato.
Il terzo tassello arriva dalla seconda wave dell'Osservatorio Look to the Future 2026, l'indagine realizzata da Athora Italia in collaborazione con Nomisma sul rapporto degli italiani con risparmio, investimenti e previdenza. Anche qui il quadro è simile: una famiglia italiana su due fatica ormai a mettere da parte risorse economiche, e quasi il 50% degli intervistati dichiara di non disporre di una liquidità sufficiente ad affrontare serenamente le proprie esigenze quotidiane.
L'indagine, condotta su un campione rappresentativo della popolazione, individua nell'aumento del costo della vita, nella crescita dei consumi, nelle spese impreviste e nella contrazione dei redditi familiari le cause principali di questo progressivo indebolimento della capacità di risparmio, un fenomeno che gli stessi ricercatori descrivono come sviluppatosi "negli ultimi tre anni", un orizzonte breve, che testimonia quanto rapidamente si sia deteriorata la situazione di famiglie che fino a poco tempo fa un margine di manovra lo avevano ancora. A pagare il prezzo più alto sono le donne, per l'82% delle quali risparmiare è stato difficile nell'ultimo anno, e in particolare chi ha più di 55 anni (95%) o vive nel Mezzogiorno e nelle Isole (94%), le due categorie in cui l'erosione della capacità di risparmio appare più netta rispetto al passato.
Il primo sostegno, quando il reddito non basta più a coprire le uscite con tranquillità, è di solito il risparmio accumulato. Il fatto che il 47,7% delle persone non sia riuscito ad accantonare denaro nel 2025 segnala una protezione più debole, anche mentre i redditi medi risultavano in crescita.
Il passaggio successivo può essere il ricorso al credito. La Banca d'Italia ha registrato nel 2025 una ripresa dei mutui, mentre i prestiti per i consumi hanno rallentato. Questo rallentamento non significa che le famiglie abbiano smesso di usare il credito: può riflettere maggiore prudenza, costi di finanziamento ancora elevati oppure difficoltà di accesso per i nuclei con redditi più bassi.
Va distinta una rata sostenibile da un prestito utilizzato per coprire le spese ordinarie. Un finanziamento per un acquisto programmato può rientrare nel bilancio; più rischioso è ricorrere a prestiti, carte revolving o scoperti per pagare alimentari, bollette e costi ricorrenti. In quel caso una parte del reddito futuro è già impegnata prima ancora di essere incassata.
Il territorio continua a incidere molto. Nel 2025 il rischio di povertà o esclusione sociale riguardava l'11,3% dei residenti nel Nord-est e il 38,4% nel Mezzogiorno. A spiegare la distanza concorrono i livelli di reddito, il tasso di occupazione, la qualità dei contratti, il costo dei servizi e la presenza di reti familiari in grado di offrire sostegno.
Anche la composizione del nucleo cambia il livello di rischio:
Conta anche l'origine familiare. Nel 2025 il rischio di povertà o esclusione sociale interessava il 41,5% delle persone che vivevano in famiglie con almeno un cittadino straniero. Nelle famiglie composte soltanto da cittadini italiani la quota era del 20,1%. Il reddito mediano dei nuclei con stranieri risultava più basso di 5.970 euro rispetto a quello delle famiglie formate solo da italiani.
Il dott. Luca Rossoni è un esperto analista finanziario con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle finanze. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi e ha lavorato per prestigiose istituzioni bancarie e società di consulenza. Specializzato in strategie di investimento e gestione del rischio, Luca ha aiutato numerosi clienti a ottimizzare i loro portafogl...