Qual è la cifra che rende davvero felici? Tra reddito, patrimonio e liquidità, la risposta cambia in base al costo della vita, alla famiglia e a come si scelgono di spendere i propri soldi.
Nel 2010 gli economisti Daniel Kahneman e Angus Deaton associarono il benessere emotivo quotidiano a una soglia di circa 75.000 dollari lordi annui. Quel dato, riferito agli Stati Uniti, è rimasto per anni la risposta più citata alla domanda su quanti soldi servano per essere felici. Usarlo come misura valida anche per l’Italia, però, sarebbe fuorviante. Il significato di quella somma cambia in base al reddito, al costo dell’affitto, ai risparmi, al patrimonio, al numero dei familiari e alla zona in cui si vive.
Lo studio di Kahneman e Deaton non misurava una sola forma di benessere. Distingueva, infatti, tra la condizione emotiva quotidiana e la soddisfazione generale per la propria vita.
Nel primo caso si osservava quanto spesso le persone si sentissero serene, preoccupate o sotto stress nelle normali giornate. Nel secondo si chiedeva una valutazione complessiva della propria esistenza, quindi un giudizio più ampio e meno legato all’umore del momento.
Il reddito preso in esame era annuo e lordo. Non si trattava del patrimonio, del saldo disponibile sul conto corrente o della somma che resta ogni mese dopo tasse e contributi. Nei dati raccolti nel 2010, la soddisfazione generale continuava a salire insieme al reddito. Il benessere emotivo, invece, sembrava fermarsi dopo la soglia indicata.
Da qui si è diffusa l’espressione “tetto dei 75.000 dollari”. La formula, però, ha finito per sembrare più netta di quanto autorizzassero i risultati dello studio.
Le ricerche pubblicate in seguito hanno reso il quadro meno rigido. Nel 2021 Matthew Killingsworth rilevò una crescita della felicità al crescere del reddito, senza un limite chiaramente visibile. Nel 2023, il lavoro realizzato da Killingsworth insieme a Kahneman e Barbara Mellers e pubblicato sulla rivista PNAS ha messo a confronto le due interpretazioni. Il risultato è una distinzione precisa: per la maggioranza delle persone il benessere cresce con il reddito, anche oltre 100.000 dollari lordi all’anno. Per una minoranza già infelice, invece, l’effetto tende a ridursi e ad appiattirsi intorno a quella fascia.
La ricerca citata nelle fonti colloca questa “minoranza infelice” intorno al 15% della popolazione analizzata. Il dato non dice che il denaro sia privo di utilità. Indica piuttosto che depressione, isolamento, traumi e problemi psicologici gravi non scompaiono automaticamente con uno stipendio più alto. La ricchezza può rendere la vita più comoda, ma in queste condizioni non produce necessariamente un miglioramento proporzionale della vita interiore.
Quando si parla della cifra associata al benessere, bisogna anzitutto distinguere alcune grandezze che nel linguaggio comune vengono spesso sovrapposte. Il reddito annuo lordo è ciò che una persona o una famiglia guadagna prima delle imposte e dei contributi. Il netto è quanto rimane effettivamente a disposizione. La liquidità comprende il denaro subito utilizzabile; il patrimonio, invece, include casa, risparmi, investimenti e altri beni, sottraendo gli eventuali debiti.
Due persone con lo stesso reddito netto possono trovarsi in situazioni molto lontane. Una può avere un mutuo ormai ridotto, una casa di proprietà e risparmi sufficienti per affrontare un’emergenza. L’altra può pagare un affitto elevato, mantenere dei figli e non avere alcuna riserva. Il numero scritto in busta paga, da solo, non racconta il margine reale.
Per questo la fascia di 30.000-40.000 euro lordi annui, indicata nelle analisi dedicate all’Italia, va considerata una soglia orientativa di sicurezza. Non è il prezzo della felicità e non vale allo stesso modo per tutte le persone o per tutti i nuclei familiari.
Salendo verso 70.000-80.000 euro lordi annui, molte scelte possono spostarsi dalla necessità di contenere il prezzo alla possibilità di cercare una qualità migliore. La casa, il tempo libero, la salute, la mobilità e la formazione diventano ambiti in cui il reddito lascia più spazio decisionale. Sopra i 100.000 euro annui, il vantaggio aggiuntivo può consistere soprattutto nella possibilità di comprare tempo: si delegano alcune attività, si riducono gli spostamenti o si accettano soluzioni più comode.
Anche qui si parla di reddito, non di patrimonio. Una famiglia può possedere un’abitazione di grande valore e avere, ogni mese, una disponibilità limitata.
Il materiale citato non offre una distribuzione nazionale completa e aggiornata che permetta di dire quanti italiani raggiungano 30.000, 40.000, 80.000 o 100.000 euro lordi all’anno. Di conseguenza, queste soglie non possono essere trasformate in percentuali della popolazione senza introdurre una precisione che le fonti non consentono.
C’è poi la differenza tra media e mediana. La media può aumentare molto quando nella rilevazione entrano redditi elevati; la mediana, invece, è il valore che divide la popolazione in due metà. Per capire la posizione dell’italiano tipico, quest’ultimo dato è spesso più utile.
Lo “stipendio medio”, dunque, non descrive automaticamente la condizione della persona più rappresentativa. Dirigenti, imprenditori e professionisti con redditi alti possono spingere il valore medio verso l’alto. Anche il confronto tra individui e famiglie richiede attenzione: una coppia con due entrate non è paragonabile a un pensionato che vive solo, né a una famiglia con un unico reddito e dei figli.
La distanza tra entrate e serenità tende a farsi sentire soprattutto quando il reddito è instabile o le spese fisse sono pesanti. Un lavoratore autonomo o un professionista può attraversare anni molto diversi tra loro. Dipendenti e pensionati hanno spesso entrate più prevedibili, ma questo non significa che siano sufficienti, soprattutto nelle città costose. Per una famiglia, poi, il numero dei componenti e la presenza di minori possono incidere sulle uscite più del reddito individuale considerato da solo.
Gli esempi servono a rendere visibile il meccanismo, non a proporre un bilancio valido per ogni città italiana. Le cifre sono ipotetiche e indicano importi netti mensili; non rappresentano medie ufficiali. Il risultato cambia in base all’affitto o al mutuo, ai debiti, alle condizioni di salute, ai trasporti e agli eventuali aiuti della famiglia.
Le fonti raccolte non permettono di attribuire una quota numerica precisa a ciascuno di questi gruppi.
Per l’Italia non esiste una cifra universale associata alla felicità. Le soglie di reddito vanno interpretate insieme al costo della casa, alla composizione familiare, alla stabilità delle entrate e al patrimonio disponibile.
Il dott. Luca Rossi è un esperto analista finanziario con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle finanze. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi e ha lavorato per prestigiose istituzioni bancarie e società di consulenza. Specializzato in strategie di investimento e gestione del rischio, Luca ha aiutato numerosi clienti a ottimizzare i loro portafogli ...