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Quanti soldi riescono davvero a risparmiare gli italiani tra il 12% Istat o il 6,7% Banca Intesa: dove sta la verità

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di Dott. Luca Rossoni pubblicato il

Tra il 6,7% e l’11,9% cambia la misura del risparmio, non necessariamente la realtà delle famiglie. Fonti, medie e prudenza finanziaria aiutano a capire quanto si mette da parte e perché.

Nel secondo trimestre del 2026 la propensione al risparmio delle famiglie italiane è scesa al 6,7%. L’indagine Intesa Sanpaolo-Centro Einaudi, invece, stima all’11,9% la quota di reddito accantonata da chi dichiara di essere riuscito a risparmiare. Alla domanda «quanti soldi riescono davvero a risparmiare gli italiani?» non corrisponde un’unica risposta: dipende dal gruppo osservato e dal fenomeno che si vuole misurare. I due valori non si contraddicono.

Il 6,7% è il rapporto tra risparmio e reddito disponibile dell’intero sistema delle famiglie, calcolato nei conti trimestrali Istat. L’11,9% è invece la media rilevata tra le persone che hanno dichiarato di aver risparmiato nel corso dell’anno. Non indica, dunque, la percentuale accantonata da tutte le famiglie italiane. Per capire la distanza tra i due numeri bisogna tenere separati il flusso complessivo corrente e il comportamento di chi riesce a mettere da parte una parte del proprio reddito, pur trovandosi in condizioni diverse.

Che cosa misura il 6,7% Istat

La propensione al risparmio calcolata dall’Istat è un indicatore macroeconomico. Mette in rapporto il risparmio delle famiglie con il loro reddito disponibile e restituisce una misura riferita all’insieme del settore familiare. Nel secondo trimestre 2026 il valore è stato del 6,7%, in calo di 1,2 punti rispetto ai tre mesi precedenti.

Non vuol dire che ogni famiglia abbia risparmiato esattamente il 6,7% delle proprie entrate. Il dato non descrive il comportamento di ciascun nucleo preso singolarmente: è una misura aggregata, costruita sulle grandezze economiche registrate nel periodo.

Nello stesso trimestre il reddito disponibile è salito dello 0,4%, mentre i consumi sono aumentati dell’1,7%. Il potere d’acquisto, al contrario, è diminuito dello 0,9%. Le spese hanno quindi corso più del reddito, e la differenza tra le variazioni aiuta a spiegare perché la quota complessiva destinata al risparmio si sia ridotta. Se una parte maggiore delle entrate viene assorbita dai consumi, resta meno spazio per accantonare denaro.

Il valore Istat non è la media delle percentuali risparmiate dai singoli intervistati che dichiarano di avere messo da parte dei soldi. È un rapporto riferito all’economia delle famiglie nel suo complesso e a un periodo preciso. Descrive la capacità corrente di risparmio dell’aggregato; non dice quanto riesce a risparmiare ogni nucleo e non fotografa il patrimonio accumulato negli anni.

Da dove arriva l’11,9% dell’indagine

L’Indagine sul Risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani 2026 è stata realizzata da Intesa Sanpaolo insieme al Centro Einaudi, centro di ricerca economica. Il campione è composto da 1.800 capifamiglia titolari di un conto corrente. Alla domanda sul risparmio, il 56% ha risposto di essere riuscito ad accantonare risorse nel 2026. L’anno precedente la quota era del 58%. Tra coloro che hanno risparmiato, la percentuale media messa da parte è stata pari all’11,9% del reddito disponibile.

Il 56% e l’11,9% raccontano due cose diverse. Il primo dato indica quanti intervistati affermano di avere risparmiato; il secondo misura quanto accantona in media il gruppo dei risparmiatori, in rapporto al reddito disponibile. Applicare l’11,9% a tutte le famiglie sarebbe quindi scorretto: chi non è riuscito a risparmiare non entra nel calcolo della media riferita a chi invece ce l’ha fatta.

Campione e conti nazionali, poi, non hanno lo stesso perimetro né seguono la stessa metodologia. L’indagine raccoglie le risposte dichiarate da un gruppo di titolari di conto corrente; l’Istat produce una fotografia statistica del trimestre riferita all’insieme delle famiglie. Un trimestre e le risposte individuali servono a rispondere a domande differenti: il primo mostra l’andamento aggregato, la seconda rileva i comportamenti riferiti dagli intervistati.

La media non descrive ogni famiglia

Una media può celare condizioni molto distanti. Nell’indagine 2026, per esempio, i laureati dichiarano di accantonare il 14,9% del reddito; tra i lavoratori autonomi la quota media è vicina al 20%. Sono percentuali riferite a categorie specifiche, non il comportamento tipico di tutte le famiglie. Anche la quota complessiva di intervistati che ha risparmiato va letta con attenzione: rispetto al 2025 è scesa di due punti. Il dato segnala che la possibilità di accantonare risorse non è uguale per tutti e che una parte consistente del campione non ha messo da parte denaro.

Un’altra rilevazione, l’Osservatorio Look to the Future 2026 realizzato da Athora Italia con Nomisma, ha rilevato che il 51% degli italiani intervistati è riuscito a risparmiare negli ultimi dodici mesi. Quasi una famiglia su due non ha accantonato risorse; tra queste, il 18% dichiara che le spese necessarie hanno superato i redditi disponibili. Il risultato non coincide con il 56% dell’indagine bancaria, perché campioni e impostazioni delle due rilevazioni sono differenti. La tendenza che emerge, però, è compatibile: risparmiare resta possibile per molti, ma non per tutti.

Per l’82% degli intervistati dell’Osservatorio, il costo della vita è il principale fattore che rende più difficile risparmiare. Al secondo posto ci sono le spese impreviste, indicate dal 54%; segue la riduzione dei redditi familiari, segnalata dal 31%. Le risposte aiutano a capire perché alcune persone riescano a mettere da parte denaro e altre arrivino a fine mese senza margine. Non è una questione di sola volontà: conta il rapporto concreto tra entrate, spese essenziali e imprevisti.

Risparmio corrente e ricchezza accumulata

Tra le cifre che possono generare confusione c’è anche quella della ricchezza finanziaria netta delle famiglie, pari a circa 5.400 miliardi di euro. Non rappresenta quanto è stato risparmiato in un trimestre o in un anno. È uno stock patrimoniale costruito nel tempo con accantonamenti, investimenti e variazioni di valore delle attività finanziarie, al netto delle passività considerate. Il patrimonio è uno stock; il risparmio misurato dall’Istat è un flusso riferito a un determinato periodo.

La differenza si può rendere con un esempio semplice: il saldo di un conto non è la stessa cosa della somma che vi viene aggiunta in un mese. Un patrimonio può restare consistente anche quando il risparmio corrente si riduce, perché riflette somme accumulate in precedenza e rendimenti maturati. Può verificarsi anche il caso opposto: una famiglia può riuscire a mettere da parte una piccola somma nel periodo senza avere una ricchezza finanziaria elevata. I due indicatori sono collegati, ma misurano grandezze diverse e non si possono usare al posto l’uno dell’altro.

La ricchezza, inoltre, è distribuita in modo diseguale. Al 31 dicembre 2025 il 5% più ricco delle famiglie deteneva il 50,2% della ricchezza netta complessiva, contro il 39,9% del 2010. Questo dato riguarda la distribuzione del patrimonio, non la quota di reddito risparmiata nel secondo trimestre 2026. Aiuta però a capire perché una media nazionale, da sola, non descriva la condizione economica della famiglia mediana: una parte rilevante della ricchezza è concentrata in una fascia ristretta della popolazione.

Perché cresce la prudenza finanziaria

Non conta soltanto quanto viene accantonato. Le famiglie si distinguono anche per il modo in cui valutano il rischio e scelgono come impiegare il denaro. Nell’indagine Intesa Sanpaolo-Centro Einaudi il rapporto di avversione al rischio ha raggiunto 33,6 nel 2026, rispetto a 20,5 nel 2025. L’indicatore mette a confronto chi non è disposto a correre rischi negli investimenti e chi è più propenso ad accettarli. L’aumento segnala una cautela particolarmente marcata.

A questa prudenza si accompagna una preferenza più forte per gli strumenti liquidi: nel 2026 la quota di intervistati orientata verso la liquidità è salita al 18,7%. La tutela del capitale è indicata dal 48,8%, in diminuzione rispetto al 62,2% del 2019. Si tratta di scelte e aspettative dichiarate, non di una misura diretta dei rendimenti ottenuti dai risparmiatori. La liquidità consente di avere denaro subito disponibile; se però resta ferma a lungo, può perdere potere d’acquisto quando i prezzi aumentano.

Essere prudenti non significa necessariamente rinunciare agli investimenti. Nel 2026 il 23,5% degli intervistati possiede obbligazioni, mentre il 25-30% dichiara di avere strumenti di risparmio gestito. Le azioni sono detenute da una quota più contenuta: il 7,8% del campione negli ultimi cinque anni, nonostante la soddisfazione dichiarata da chi vi ha investito. Queste percentuali indicano la partecipazione a determinati strumenti, non la parte di reddito accantonata. Confonderle con il 6,7% Istat o con l’11,9% dell’indagine porterebbe a confrontare dati non omogenei.




Dott. Luca Rossoni

Il dott. Luca Rossi è un esperto analista finanziario con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle finanze. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi e ha lavorato per prestigiose istituzioni bancarie e società di consulenza. Specializzato in strategie di investimento e gestione del rischio, Luca ha aiutato numerosi clienti a ottimizzare i loro portafogli ...