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Quanto costa davvero tenere un detenuto in carcere in Italia: il calcolo che lo Stato non ha mai comunicato chiaramente

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di Marianna Quatraro pubblicato il

Quanto costa davvero la detenzione in Italia? Spese, voci di costo, impatto del sovraffollamento, condizioni di vita, conseguenze sociali e possibili riforme per un sistema penitenziario più trasparente ed umano

Il tema delle spese legate alle carceri italiane è uno dei più discussi nel panorama politico e sociale recente. I costi economici e le ricadute sul sistema giustizia non sono mai stati comunicati in modo realmente trasparente; solo dati parziali emergono nelle relazioni ufficiali o nelle polemiche pubbliche. Le dimensioni effettive della spesa per ogni persona privata della libertà hanno acceso spesso il confronto su priorità, investimenti e diritti.
Si intrecciano questioni di sostenibilità finanziaria, qualità della pena e funzione rieducativa: la società si interroga se sia giusto destinare risorse crescenti a un modello detentivo giudicato da molti inefficace, o se non sia opportuno riformare profondamente l'approccio, valutando alternative meno onerose e più efficaci dal punto di vista della sicurezza collettiva e del reinserimento sociale. Il dibattito pubblico riflette dunque su quale debba essere, in una società avanzata, l'equilibrio tra costi sostenuti dallo Stato, dignità delle persone recluse e reale utilità sociale della detenzione.

Quanto costa davvero tenere un detenuto in carcere: dati aggiornati su spesa, ripartizione e investimenti

Secondo gli ultimi dati di bilancio elaborati dal Ministero della Giustizia, la spesa complessiva per l'amministrazione penitenziaria italiana nel 2025 ammonta a circa 3,4 miliardi di euro contro gli 11,2 miliardi totali destinati all’intero sistema giustizia. In termini pratici, la quota investita per il mantenimento delle carceri rappresenta circa il 30% dell’intero budget ministeriale, con un leggero aumento rispetto all'anno precedente ma sempre distante dalle reali esigenze manifestate dagli operatori del settore.
Uno dei parametri più rilevanti, necessario per comprendere l'impatto sui conti pubblici, è il costo giornaliero per ciascun detenuto: al 31 aprile 2025 questa cifra è 149,56 euro al giorno (era di 150,28 euro nel 2024). Su base annua, il costo si aggira dunque sui 55mila euro per persona. Il sistema attuale accoglie circa 62.445 detenuti, mentre il trend degli investimenti segnala una modesta crescita nell’ultimo triennio. Tuttavia, l’incremento di risorse non pare proporzionato all’aumento della popolazione carceraria. Lo Stato in pratica tende a "spalmare" le stesse risorse su un maggior numero di persone, riducendo inevitabilmente la qualità dei servizi.
La distribuzione della spesa vede una marcata prevalenza delle voci destinate alla sicurezza e al personale rispetto a quelle rivolte a servizi, trattamenti e programmi di reinserimento. In una prospettiva di efficienza e sostenibilità, la ripartizione attuale pone seri interrogativi sulla reale capacità del modello di rispondere alle esigenze di recupero e sicurezza.L'investimento in nuove infrastrutture e nella riqualificazione delle esistenti è in calo, mentre restano minimi gli stanziamenti per attività trattamentali, istruzione, inserimento lavorativo e programmi psico-sociali. Le priorità di spesa penalizzano i percorsi realmente rieducativi e di reinserimento.

Le principali voci di spesa

L’analisi dettagliata della suddivisione del budget destinato alle carceri evidenzia una decisa prevalenza delle risorse riservate al personale. Circa il 62% del budget annuale confluisce nella retribuzione della Polizia Penitenziaria (oltre 2,1 miliardi di euro), mentre il personale amministrativo e i magistrati assorbono poco meno dell’11%.
Diversi indicatori segnalano, però, una situazione di affaticamento strutturale anche sul fronte degli organici: a fine 2025 gli agenti penitenziari risultano poco più di 32mila, a fronte di un carico di lavoro molto spesso insostenibile. Le recenti assunzioni previste dalla Legge di Bilancio (circa 2.000 forze aggiuntive al 2028) rischiano di tamponare solo parzialmente il naturale turn over, lasciando irrisolta la criticità principale: l’elevato rapporto tra detenuti e personale e i turni massacranti che, in alcune realtà, arrivano a 26 ore consecutive.

Al di là della sicurezza, i fondi per i servizi di base quali vitto, spese sanitarie, manutenzioni e attività di trattamento, rappresentano una quota minima delle risorse. Solo il 9,3% della spesa annuale è dedicato all’accoglienza e al trattamento, mentre gli investimenti per programmi d’inserimento sociale e lavorativo sono marginali. La presenza di personale educativo, essenziale per la rieducazione secondo la legge, è anch’essa sottodimensionata: un educatore segue mediamente 60 detenuti (con casi limite fino a 145).
La tabella seguente riassume la ripartizione delle principali macroaree di spesa:

Voce di spesa

Quota %

Importo stimato

Personale polizia penitenziaria

61,7%

~2,1 miliardi

Personale amministrativo e magistrati

10,8%

~ 370 milioni

Trattamento e accoglienza

9,3%

~ 316 milioni

Servizi penitenziari

1,2%

~ 42 milioni

Edilizia carceraria

variabile

-24% vs 2024

La quasi totalità del budget serve a mantenere la struttura e il personale, lasciando agli aspetti qualitativi della detenzione margini risicatissimi. Questo squilibrio si riflette in una difficoltà strutturale nel garantire standard dignitosi sia per i detenuti che per il personale stesso.

Sovraffollamento: impatto economico e sociale sul sistema penitenziario

Il sovraffollamento delle carceri italiane è criticità storica che assume oggi proporzioni particolarmente allarmanti. Nel 2025 il tasso di affollamento nazionale ha raggiunto circa il 133%, arrivando a punte estreme in alcune strutture (fino al 236% a San Vittore e al 214% a Foggia). Il numero effettivo di posti regolamentari, considerando quelli agibili, è sceso a meno di 47mila a fronte di oltre 62mila presenze.
Tale squilibrio produce conseguenze economiche, gestionali e sociali di larga portata:

  • L’aumento dei costi operativi dovuto alla gestione dell’emergenza, ai maggiori consumi e alla continua necessità di manutenzione straordinaria di strutture sovraccariche;
  • Un impatto negativo sulla salute e sicurezza per detenuti e personale, con ricadute sanitarie e psicologiche tali da generare abuso di farmaci e incremento dei suicidi;
  • Il restringimento degli spazi destinati ad attività di recupero e socialità: la scelta di nuove ali prefabbricate o container riduce superfici già insufficienti, contribuendo ad aggravare l’invivibilità;
  • Un aumento della recidiva, frutto della minore efficacia dei percorsi rieducativi e della carenza di programmi educativi.
Le soluzioni finora adottate, spesso limitate all’espansione degli istituti senza un parallelo rafforzamento del personale e dei servizi, hanno prodotto benefici temporanei e marginali, senza incidere sulle cause strutturali. L’Italia, infatti, è tra i Paesi UE con il più alto tasso di recidiva e uno tra i più elevati numeri di suicidi in cella. Un’ulteriore conseguenza, spesso non calcolata, è rappresentata dalle sanzioni europee: dal 2012 oltre 1,2 miliardi di euro di multe pagate per violazioni dei diritti dei detenuti e condizioni non dignitose.

Le riforme, i limiti delle politiche attuali e le proposte alternative alla detenzione

Gli ultimi interventi normativi (come la carcet), si muovono lungo due linee principali: incremento degli agenti di polizia penitenziaria e ampliamento degli spazi detentivi. Tuttavia, come evidenziato da monitoraggi indipendenti e organismi europei, tali provvedimenti non affrontano in modo strutturale le criticità del sistema:

  • La quota preponderante delle risorse continua a essere assorbita dal comparto sicurezza e non dai percorsi di rieducazione;
  • I programmi trattamentali, educativi e per il reinserimento lavorativo rimangono residuali, spesso limitati a una piccola percentuale della popolazione detenuta;
  • Le misure alternative alla reclusione sono largamente sottoutilizzate: solo una minoranza accede all'affidamento in prova, alla detenzione domiciliare o ad altri strumenti previsti dalla normativa;
  • La situazione dei detenuti stranieri, sovra-rappresentati e più penalizzati dall’impossibilità di accedere a soluzioni abitative esterne, aggrava il problema del sovraffollamento.
Le raccomandazioni principali avanzate da associazioni specializzate e istituzioni europee puntano su:
  • Un rafforzamento del personale educativo e sanitario rispetto a quello addetto solo alla sorveglianza;
  • Un uso più ampio e consapevole delle misure alternative, soprattutto per i condannati a pene brevi e per chi ha serie difficoltà sociali o sanitarie;
  • La riformulazione degli spazi detentivi, privilegiando ambienti dignitosi e funzionali alla socialità e al trattamento.
Buone pratiche osservate in altri Paesi UE (come Scandinavia e Spagna) suggeriscono che un modello più orientato alla dignità, alla formazione e ai contatti con l’esterno riduce la recidiva e abbatte i costi complessivi nel medio periodo.


Marianna Quatraro

Laureata in Lingue e Letterature Straniere e Scienze dalla Comunicazione, giornalista pubblicista dal 2008, collaboratrice presso testate locali e nazionali, con ottime competenze linguistiche straniere, specializzata in campo letterario ed economico, collabora con la testata online Businessonline trattando in particolar modo il mondo delle pensioni, argomento di cui si occupa ormai da circa 20 an...