Telefonate, commissioni e qualche pausa: per sei lavoratori su dieci l’ufficio è anche il luogo in cui sbrigare faccende private. Secondo uno studio, brevi interruzioni non riducono il rendimento: il 72% dichiara anzi di sentirsi più produttivo.
La giornata lavorativa non è più separata in modo netto dagli impegni personali. Tra una riunione e una consegna, molti dipendenti usano brevi intervalli per fissare un appuntamento, rispondere a un messaggio o risolvere una piccola incombenza. Il dato più evidente dello studio LiveCareer è che sei lavoratori su dieci si occupano di questioni private durante l’orario di lavoro almeno un paio di volte a settimana. Per la maggioranza, queste pause non sottraggono necessariamente efficacia: il 72% degli intervistati dichiara anzi di sentirsi più produttivo dopo aver gestito una necessità personale.
Il report Modern Workday 2026, realizzato da LiveCareer su un campione di 1.000 dipendenti in Italia, Germania, Spagna e Francia, descrive un cambiamento nelle abitudini quotidiane. La ricerca riguarda lavoratori di quattro Paesi europei e fotografa un contesto in cui modelli flessibili, lavoro in presenza e smart working rendono meno rigida la scansione della giornata. Non significa che ogni azienda applichi le stesse regole né che ogni dipendente abbia identica libertà: il sondaggio restituisce le percezioni dei partecipanti, non una norma valida per tutti i luoghi di lavoro.
Secondo i risultati, le faccende personali durante il turno sono ormai considerate da molti una pratica ordinaria, più che un segnale automatico di scarso impegno. Gli spazi tra un’attività e l’altra vengono usati per gestire appuntamenti, comunicazioni e piccoli obblighi, senza attendere necessariamente la fine dell’orario. A ridursi è quindi la tradizionale separazione tra “tempo di lavoro” e “tempo privato”, soprattutto quando l’organizzazione lascia margini di autonomia.
La ricerca presenta tre indicatori utili per inquadrare il fenomeno: il 59% lo fa almeno due volte a settimana, il 27% ogni giorno e il 72% associa questi stacchi a una produttività migliore. Nel complesso, il 97% del campione li considera utili o innocui. Questi numeri descrivono risposte dichiarate dagli intervistati: non dimostrano da soli un rapporto di causa-effetto tra pause personali e risultati aziendali, ma indicano come i dipendenti interpretano il proprio rendimento.
La fotografia è coerente con un mondo professionale in cui l’orario standard e uguale per tutti perde terreno a favore di una gestione più autonoma. La flessibilità, tuttavia, non equivale ad assenza di responsabilità: restano rilevanti gli accordi aziendali, le scadenze, la qualità delle prestazioni e le regole sul tempo di lavoro.
Il dato del 59% chiarisce la frequenza del comportamento: quasi sei dipendenti su dieci dichiarano di dedicarsi a incombenze private mentre lavorano almeno un paio di volte a settimana. Un ulteriore 27% afferma di farlo quotidianamente. Non si tratta necessariamente di lunghe assenze dalla postazione: spesso sono interventi circoscritti, inseriti in un momento di attesa o tra compiti che richiedono livelli diversi di concentrazione.
La diffusione delle attività ibride e dello smart working ha reso più visibili abitudini che, in parte, esistevano già. Da casa può essere pratico avviare una breve commissione tra due riunioni; in ufficio, una telefonata personale può essere gestita durante una pausa o quando il carico lo consente. Anche gli orari flessibili contribuiscono: se la prestazione è organizzata per obiettivi e fasce concordate, il dipendente può avere maggiore autonomia nel distribuire le attività, purché rispetti gli impegni professionali.
Il confine si assottiglia soprattutto nei ritagli di tempo, ma la frequenza non racconta da sola quanto durino le interruzioni né il loro impatto sulle mansioni. Il report rileva infatti che il 60% del campione dedica alle questioni private al massimo un’ora al giorno, mentre per il 31% il totale non supera mezz’ora. Si tratta di percentuali riferite a intervalli temporali dichiarati dagli intervistati; non vanno interpretate come una misura universale del tempo sottratto al lavoro.
La distinzione importante è tra una necessità breve gestita con trasparenza e un comportamento che compromette la prestazione o altera le registrazioni dell’orario. Le fonti disponibili sul sondaggio non indicano che svolgere una faccenda privata comporti di per sé una violazione. Sul piano pratico, però, contano le policy interne, gli accordi individuali e la corretta rendicontazione delle ore, soprattutto quando sono previste timbrature o procedure per le uscite.
La giurisprudenza italiana richiamata in materia riguarda casi diversi e più gravi: la falsa attestazione della presenza o l’allontanamento non registrato possono avere conseguenze disciplinari, da valutare in base alle circostanze. Non è quindi corretto equiparare una breve pausa dichiarata a una condotta fraudolenta. Flessibilità e correttezza devono procedere insieme, con regole chiare per dipendenti e organizzazioni.
Il 72% degli intervistati ritiene che concedersi brevi pause per questioni personali migliori la propria produttività e il rendimento complessivo. È una valutazione soggettiva, ma aiuta a capire perché queste interruzioni siano percepite con minore diffidenza rispetto al passato: gestire una necessità che distrae può alleggerire il carico mentale e consentire di tornare al compito con più attenzione.
Il meccanismo non è necessariamente legato alla natura dell’attività svolta. Una telefonata per confermare una visita o un messaggio per coordinare un impegno familiare possono occupare pochi minuti, ma lasciare la questione irrisolta rischia di mantenerla presente durante il lavoro. Una pausa breve crea invece una cesura, dà un momento di recupero e può rendere più agevole riprendere il filo. È una possibile spiegazione del dato, non una conclusione sperimentale dello studio: il report registra ciò che i partecipanti riferiscono, senza misurare oggettivamente la produttività prima e dopo ogni interruzione.
Un altro risultato significativo è che il 97% considera queste parentesi utili o del tutto innocue. La percentuale suggerisce una forte normalizzazione, ma non significa che ogni pausa produca benefici o che la sua durata sia irrilevante. La stessa ricerca mostra che, per il 60% del campione, il tempo dedicato alle faccende private non supera un’ora al giorno; per il 31% resta entro i trenta minuti. Si parla dunque, nella maggior parte dei casi, di intervalli contenuti e distribuiti nella giornata.
Per tradurre la percezione di maggiore rendimento in una pratica sostenibile, è utile distinguere gli stacchi brevi dalle interruzioni frequenti che spezzano attività complesse. Un compito che richiede attenzione continuativa può risentire di continui cambi di contesto; al contrario, un intervallo tra due appuntamenti può offrire uno spazio adatto a risolvere un’urgenza personale. La pianificazione, la chiarezza delle priorità e la possibilità di recuperare il tempo quando serve aiutano a evitare che la flessibilità diventi disorganizzazione.
Le attività citate nello studio LiveCareer sono perlopiù semplici e di breve durata. Al primo posto compaiono telefonate e chat personali, indicate dal 43% degli intervistati. Seguono la consultazione dei social network, al 37%, e le commissioni domestiche veloci, al 35%. Le categorie possono sovrapporsi: una persona può svolgere più di una di queste attività, perciò le percentuali non vanno sommate come se descrivessero gruppi separati.
Le comunicazioni private comprendono messaggi a familiari, risposte a contatti e chiamate che non possono essere rimandate. In molti casi sono operazioni rapide, ma possono richiedere maggiore riservatezza rispetto a una pausa informale. Anche la consultazione dei social rientra tra le abitudini riportate, sebbene la ricerca non specifichi per quanto tempo venga usata ciascuna piattaforma né se l’accesso avvenga da dispositivi personali o aziendali.
Tra le incombenze domestiche possono rientrare piccoli coordinamenti e attività quotidiane da svolgere online o al telefono. Il report non dettaglia ogni singola commissione, quindi è prudente non attribuirgli esempi specifici come risultati del sondaggio. Il dato generale mostra però che alcuni lavoratori utilizzano le pause per gestire questioni pratiche, invece di accumularle tutte dopo il turno.
La natura dell’attività e il contesto contano. Una telefonata personale può essere compatibile con il lavoro se avviene durante una pausa o in un momento concordato; l’uso dei social può invece diventare fonte di distrazione se interrompe ripetutamente un compito. In ufficio è opportuno considerare spazi e riservatezza, mentre da remoto è utile separare i momenti di disponibilità ai colleghi da quelli dedicati alle necessità personali.
La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...