Il governo non inserisce nella Manovra 2027 la riforma dei tempi di pagamento di Tfs e Tfr per gli statali chiesta dalla Consulta. Cosa può accadere dopo l’udienza del 14 gennaio 2027.
La buonuscita degli statali resta, per ora, a rate e con tempi lunghi. Dalle misure illustrate dopo il via libera del Consiglio dei ministri alla legge di Bilancio 2027, approvata mercoledì 28 ottobre, non emerge alcuna riforma strutturale del pagamento di Tfs e Tfr dei dipendenti pubblici. Eppure la Corte costituzionale aveva chiesto al legislatore di intervenire entro l’udienza del 14 gennaio 2027. Il testo ufficiale della manovra non era ancora stato pubblicato al momento dell’approvazione, quindi il quadro andrà verificato nei dettagli. Il segnale politico, però, appare chiaro: sul tema non ci sono risorse né una scelta di fondo.
Il Trattamento di fine servizio è la buonuscita spettante a gran parte dei dipendenti pubblici assunti prima del 2001. Per i più giovani si applica il Trattamento di fine rapporto, con regole simili quanto ai tempi di erogazione. Nel settore privato il Tfr arriva in pochi giorni. Nel pubblico impiego, invece, il pagamento è differito e rateizzato: chi va in pensione per limiti di età o di servizio deve attendere mesi prima della prima rata e, per gli importi più alti, anni prima del saldo.
Con l’ordinanza n. 25 del 5 marzo 2026, la Consulta è tornata per la terza volta sul tema, dopo le sentenze del 2019 e del 2023. Questa volta non si è limitata a un richiamo. Ha ribadito che il sistema contrasta con l’articolo 36 della Costituzione, perché la giusta retribuzione, anche quando è differita, va corrisposta in tempi ragionevoli. Ha poi rinviato la trattazione all’udienza pubblica del 14 gennaio 2027, per consentire al Parlamento di approvare una riforma graduale ma credibile.
In pratica, i giudici hanno detto che non pretendono il pagamento di tutto e subito, ma un percorso con tempi, criteri e coperture finanziarie che porti al superamento di differimento e rateizzazione.
Il governo ha portato in Consiglio dei ministri una manovra che, secondo il comunicato, vale circa 26 miliardi di euro nel 2027 (altre ricostruzioni parlano di 23,5 miliardi). Le priorità dichiarate sono potere d’acquisto, famiglia e natalità, sanità, imprese e investimenti. Tra le misure ci sono la tassazione agevolata al 5% sugli aumenti da rinnovi contrattuali, un premio per i giovani lavoratori under 30 e l’aumento del Fondo sanitario nazionale.
Per chi aspetta la liquidazione, invece, non risulta nulla, nè un cronoprogramma, né un fondo dedicato, né una norma che riallinei i tempi di pagamento del Tfs per gli statali a quelli del Tfr privato. Resta quindi in piedi l’unica modifica già approvata un anno fa, nella legge di Bilancio 2026: dal 1° gennaio 2027 il termine per la prima rata scende da dodici a nove mesi. Si tratta di una misura che la stessa Consulta ha giudicato insufficiente, perché ha ridotto i tempi solo in misura esigua e ne ha rinviato l’operatività al 2027.
Va ricordato anche che la riduzione a nove mesi vale per chi matura i requisiti pensionistici dal 1° gennaio 2027 e cessa il servizio per limiti di età, collocamento a riposo d’ufficio o risoluzione unilaterale. Resta poi il termine tecnico di tre mesi per l’effettivo pagamento. Secondo la relazione tecnica alla manovra dello scorso anno, i beneficiari diretti sarebbero poco più di 30mila, una platea molto lontana dalle centinaia di migliaia di lavoratori pubblici interessati dal problema.
La ragione principale è economica. Secondo le stime presentate dall’Inps alla Corte, eliminare i ritardi costerebbe cifre molto elevate:
C’è poi il contesto: la manovra 2027 è una delle più leggere della legislatura e ha margini molto stretti. I fondi disponibili sono assorbiti da altre priorità, dal taglio del carico fiscale su salari e giovani agli interventi per sanità e famiglie, oltre alla conferma di misure della manovra precedente per circa 9 miliardi.
La manovra approvata dal Consiglio dei ministri non è definitiva. Il disegno di legge passa ora al Parlamento, che deve approvarlo entro il 31 dicembre 2026. Il calendario, poi, è delicato: la sessione di bilancio si chiude pochi giorni prima dell’udienza della Consulta. Gli scenari sono sostanzialmente quattro:
1. Emendamento in Parlamento. È la strada più lineare. La maggioranza o l’opposizione possono presentare emendamenti per avviare una riduzione graduale dei tempi, magari partendo dagli importi più bassi o dalle categorie più fragili. Servirebbero però coperture certe, e il governo è stato finora prudente.
2. Interventi minimi. L’esecutivo potrebbe limitarsi a confermare la riduzione a nove mesi già in vigore dal 2027 e a rafforzare gli strumenti di anticipo della liquidazione tramite Cassa depositi e prestiti, presentandoli alla Corte come passi di un percorso. È l’ipotesi che la Consulta ha già giudicato debole, perché non incide sulla rateizzazione e non fissa una data di arrivo.
3. Nuovo rinvio. La Consulta potrebbe valutare le eventuali novità e, se lo ritiene, concedere altro tempo. Dopo tre pronunce in sette anni, però, la pazienza dei giudici appare limitata, e nell’ordinanza il linguaggio è più netto che in passato.
4. Dichiarazione di incostituzionalità. Se il 14 gennaio 2027 la Corte non vedrà un intervento credibile, potrebbe dichiarare illegittime le norme su differimento e rateizzazione. In quel caso la sentenza avrebbe effetto generale e aprirebbe la strada al pagamento tempestivo del Tfs, con possibili effetti anche sulla rivalutazione delle somme erogate in ritardo. È lo scenario che preoccupa di più il Ministero dell’Economia, perché porrebbe in capo allo Stato un impegno di spesa non programmato. In ogni caso, la Corte potrebbe modulare gli effetti della decisione nel tempo per tutelare i conti pubblici.
Per i lavoratori pubblici, nel concreto, le regole attuali restano in vigore fino a nuove norme o a una pronuncia della Consulta. Chi cessa il servizio nel 2027 per limiti di età, se in possesso dei requisiti richiesti, avrà la prima rata dopo nove mesi più tre di termine tecnico. Resta la soglia dei 50mila euro per il pagamento in un’unica soluzione. Gli importi superiori vengono invece divisi in più rate annuali, con attese che possono arrivare a più anni.
Per chi ha bisogno di liquidità subito esiste la possibilità di chiedere un anticipo bancario o un’anticipazione agevolata, ma ha un costo in interessi. Per questo i sindacati insistono perché sia lo Stato a pagare nei tempi giusti, senza scaricare l’onere sul lavoratore.
Alcune categorie hanno già una corsia preferenziale: i dipendenti pubblici invalidi, inabili o inidonei al lavoro possono ottenere il trattamento entro tre mesi dalla cessazione dal servizio. Anche questa, però, riguarda una platea ristretta.
Nei prossimi mesi, comunque, il tema potrebbe tornare nell’iter parlamentare con emendamenti, ordini del giorno e trattative con i sindacati. Un compromesso possibile è un piano pluriennale con riduzioni annuali dei termini, legato a un fondo che cresce nel tempo, capace di mostrare alla Corte una direzione chiara senza un impatto immediato di 15 miliardi.
Il dott. Luca Rossoni è un esperto analista finanziario con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle finanze. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi e ha lavorato per prestigiose istituzioni bancarie e società di consulenza. Specializzato in strategie di investimento e gestione del rischio, Luca ha aiutato numerosi clienti a ottimizzare i loro portafogl...