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Trump, scandalo per nuovo affare segreto su criptovalute con Emirati Arabi e altre operazioni nascoste

di Marcello Tansini pubblicato il
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Un intreccio di criptovalute, affari segreti e potenti investitori emiratini scuote la famiglia Trump. Dalla misteriosa vendita della società World Liberty Financial ai conflitti d'interesse e le nuove alleanze internazionali, emergono scenari inediti tra politica, economia e sicurezza globale.

Nelle ultime 24 ore, la scena politica statunitense è stata scossa da nuove rivelazioni su una vendita segreta e controversa che ha coinvolto una delle più importanti famiglie americane. Mentre il presidente appena rieletto si preparava ad assumere il nuovo mandato, una società di investimento collegata agli Emirati Arabi Uniti ha acquisito in modo riservato una quota significativa della piattaforma crypto della famiglia Trump. L’operazione, riportata da numerose fonti finanziarie e confermata da documenti ufficiali, ha da subito catalizzato l'attenzione del Congresso e dell’opinione pubblica, data la partecipazione diretta di un funzionario di spicco del governo emiratino. I dettagli su tempistica e flussi finanziari suggeriscono un intreccio senza precedenti tra politica, tecnologia e interessi privati, al centro delle attuali preoccupazioni sulla trasparenza internazionale e la sicurezza negli Stati Uniti.

La società World Liberty Financial: nascita, sviluppi e il ruolo della famiglia Trump

World Liberty Financial è stata istituita nell’autunno del 2024 durante una fase di forte espansione della tecnologia blockchain e delle valute digitali. Questo nuovo attore nel panorama delle criptovalute nasce su iniziativa dei figli di Donald Trump, che strutturano la società nel pieno della campagna elettorale presidenziale. Il progetto, avviato senza prodotti pronti sul mercato, riesce comunque a raccogliere circa 82 milioni di dollari attraverso la prevendita di token WLFI ai primi investitori.

La governance della società è inizialmente condivisa all'interno della famiglia Trump e con alleati strategici come la famiglia Witkoff, già nota nel settore immobiliare e coinvolta successivamente in funzioni diplomatiche. L'ingresso nelle criptovalute segna una svolta nella strategia di diversificazione patrimoniale dei Trump, da sempre legati al real estate, che iniziano così a esplorare nuovi asset digitali per consolidare la propria influenza economica. L’operazione si caratterizza da subito per la rapidità nell’attrazione di capitali esteri, soprattutto da aree geopolitiche sensibili, accrescendo le domande sulla trasparenza delle operazioni finanziarie.

Il ruolo della famiglia Trump si rivela centrale sia nella gestione della piattaforma sia nelle decisioni commerciali, come testimoniano le firme sui principali accordi sottoscritti. Eric Trump, in particolare, si distingue come il rappresentante legale e commerciale nella negoziazione con gli investitori esteri. L’azione coordinata con Steve Witkoff, successivamente nominato a posizioni governative, aggiunge elementi di complessità e ingerenza, secondo molti osservatori. Il contesto normativo resta in evoluzione, ma la nascita di World Liberty Financial dà il via a una stagione di espansione di asset digitali che ridefiniscono il posizionamento finanziario dell’intera famiglia presidenziale.

L’investimento emiratino da 500 milioni: dinamiche, protagonisti e implicazioni economiche

Nel gennaio 2025 emerge l’accordo destinato a imprimere una svolta epocale per World Liberty Financial. La società riceve infatti un investimento di 500 milioni di dollari da Aryam Investment 1, veicolo controllato dalla famiglia reale emiratina e in particolare dallo sceicco Tahnoon bin Zayed Al Nahyan, già noto come consigliere per la sicurezza nazionale e come vertice di un complesso sistema finanziario che include il fondo MGX e l’azienda G42.

L’operazione viene strutturata pochi giorni prima dell’insediamento di Donald Trump, con la firma affidata a Eric Trump. L’accordo attribuisce alla componente emiratina il 49% della società, ma non il diritto sui ricavi delle vendite dei token, peculiarità considerata insolita dagli esperti di mercato. Risalta la velocità con cui i fondi transitano verso la holding familiare e società collegate a Steve Witkoff—31 milioni di dollari, infatti, risultano destinati proprio a quest’ultimo, nominato inviato speciale per il Medio Oriente poco dopo le trattative.

Questo afflusso di capitali esteri avviene in un clima di assoluta riservatezza e viene completato con l’ingresso di figure di vertice del blocco emiratino—tra cui executive di G42—nel consiglio di amministrazione della piattaforma statunitense. Dal punto di vista economico, l’accordo viene subito letto dai media finanziari come un caso senza precedenti: non solo per il valore, ma anche perché introduce formalmente un interesse diretto di una potenza straniera negli asset di una famiglia presidenziale. Analisti e deputati statunitensi segnalano le potenziali ripercussioni, a partire dal rischio di influenza politica e fiscalità opaca, fino a forme di dipendenza tecnologica e finanziaria.

Nel frattempo, l’investimento propizia lo sviluppo della stablecoin USD1, emessa da World Liberty Financial e utilizzata per finanziare ulteriori operazioni strategiche, tra cui un maxi-investimento in Binance e la monetizzazione degli asset digitali in dollari USA. Tali mosse rafforzano la posizione della piattaforma tra gli emitter globali di stablecoin, sostenendo la performance finanziaria della famiglia Trump e ponendo interrogativi sulla liceità degli intrecci con attori sovrani stranieri.

Il caso dei chip IA statunitensi: dagli accordi crypto alle nuove relazioni Washington-Abu Dhabi

Parallelamente all'ingresso dei capitali emiratini in World Liberty Financial, tra Washington e Abu Dhabi si tessono nuovi e complessi rapporti diplomatici, in particolare nell’ambito delle tecnologie avanzate. Pochi mesi dopo l’accordo sulle criptovalute, l’amministrazione statunitense annuncia la liberalizzazione dell’export verso gli Emirati Arabi Uniti di 500.000 chip annuali per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale—componenti chiave per implementare infrastrutture di data center e sistemi digitali strategici.

La decisione rappresenta una netta discontinuità rispetto all’indirizzo restrittivo mantenuto in precedenza. Lo sblocco arriva dopo confronti ravvicinati fra delegati delle due amministrazioni, con la presenza, documentata, di executive attivi tanto in G42 quanto nella piattaforma crypto. Le preoccupazioni sollevate dagli apparati di sicurezza nazionale statunitensi riguardano il rischio che le tecnologie cedute possano essere condivise con Paesi terzi, in particolare la Cina, viste le connessioni storiche tra G42 e il colosso tecnologico Huawei.

Nonostante la Casa Bianca neghi ogni ipotesi di correlazione tra gli investimenti provenienti dal Golfo e la successiva apertura sul fronte dei chip IA, l’associazione temporale e personale degli accordi ha acceso il dibattito politico. La senatrice Elizabeth Warren e altri membri del Congresso hanno chiesto una revisione degli accordi e audizioni pubbliche su possibili violazioni della legge e delle norme etiche (fra cui la cosiddetta Clause of Emoluments della Costituzione USA). L’insieme degli elementi raccolti dai media investigativi alimenta sospetti circa la vendita indiretta di asset strategici nazionali in cambio di benefici per aziende private riconducibili alla cerchia presidenziale.

Appare chiaro come la convergenza tra finanza crypto e tecnologie IA stia ridisegnando i rapporti di potere globali. Le stesse società coinvolte stringono intese su altri dossier sensibili—fra cui la gestione delle piattaforme social, investimenti in colossi exchange come Binance, e l’integrazione di stablecoin nei processi di pagamento cross-border—alimentando così un ecosistema finanziario internazionale sempre più interconnesso e permeabile a logiche geopolitiche condivise.

Conflitti di interesse, indagini e reazioni politiche negli Stati Uniti

L’accordo tra World Liberty Financial e la famiglia reale emiratina viene immediatamente sottoposto a un intenso scrutinio da parte delle istituzioni americane. La natura delle transazioni, la distribuzione dei flussi finanziari e il tempismo rispetto alle decisioni governative alimentano sospetti su possibili conflitti di interesse di portata storica.

Il Congresso, sotto la spinta della senatrice Elizabeth Warren e di altri rappresentanti democratici, da tempo chiede audizioni pubbliche e indagini formali per chiarire se membri della famiglia presidenziale, alleati politici come Steve Witkoff o altri funzionari abbiano tratto benefici personali dagli accordi con attori stranieri. Alcuni esperti di diritto costituzionale hanno segnalato una possibile violazione della cosiddetta Clausola degli Emolumenti, che vieta di ricevere vantaggi da governi esteri durante l’esercizio di cariche pubbliche negli Stati Uniti. In particolare, l’acquisizione di una quota di quasi il 50% nella piattaforma crypto da parte di un soggetto legato ai servizi segreti e alla sicurezza nazionale emiratina rappresenterebbe un’anomalia senza precedenti nella storia americana.

La risposta della Casa Bianca e degli avvocati della Trump Organization è stata finora netta: sottolineano che i beni del presidente sono gestiti attraverso un trust e che nessuna decisione pubblica sarebbe stata influenzata da interessi privati. Viene inoltre enfatizzato come le scelte in tema di export tecnologico siano frutto di valutazioni strategiche e di conformità alle leggi federali in materia di sicurezza nazionale e relazioni commerciali. Tuttavia, documenti e testimonianze raccolti dalle principali testate investigative mettono in luce la peculiarità dell’allineamento tra investimento emiratino, aperture politiche sui chip, e parallelismi tra figure di governo e aziende private.

Le indagini proseguono sul piano parlamentare e mediatico. Nel dibattito pubblico emerge la divisione tra chi considera questi sviluppi segno di corruzione e rischio per la sicurezza americana, e chi li interpreta come una nuova forma di imprenditorialità globale in un mondo sempre più interconnesso e competitivo.

Il nuovo baricentro della ricchezza Trump: dalle criptovalute ai legami internazionali

Analisi finanziarie aggiornate rivelano come la composizione del patrimonio della famiglia Trump abbia subito un drastico ribilanciamento nel giro di pochi anni. Mentre fino al 2023 l’80% degli asset era legato agli immobili, oggi oltre il 20% deriva da investimenti in criptovalute, stablecoin e società blockchain. L’ascesa di World Liberty Financial, insieme agli accordi da centinaia di milioni di dollari (come il patto con Alt5 Sigma e il lancio del token $Trump), ha generato flussi senza precedenti che Bloomberg stima in circa 1,4 miliardi di dollari dall’inizio del secondo mandato presidenziale.

I ricavi generati dalle emissioni di token, dai maxi investimenti di partner internazionali come MGX, dall’accordo per la stablecoin USD1 sfruttata anche da una delle principali piattaforme globali (Binance) e le attività di mining in American Bitcoin Corp., hanno consolidato il ruolo della famiglia Trump come protagonista nel contesto economico digitale globale. L’esposizione crescente agli asset crypto, tuttavia, comporta nuovi rischi strategici: la normativa di settore resta non uniforme e l’estrema volatilità dei mercati digitali alimenta dubbi sulla sostenibilità a lungo termine di questa centralità finanziaria.

A questo si aggiunge l’intreccio di alleanze e partecipazioni incrociate con soggetti sovrani provenienti dal Golfo e da altre economie emergenti, ampliando sia il potenziale di crescita sia lo spettro delle vulnerabilità geopolitiche connesse a tali partnership.