Scontro tra Messico e Stati Uniti per il prezzo del mais usato come biocombustibile dagli Usa

In Messico il rincaro del mais usato come biocombustibile dagli Usa fa crescere del 400% il prezzo del tradizionale alimento, spingendo la popolazione a scendere in piazza per protestare



Il nuovo fronte dello scontro fra Stati Uniti e Messico si chiama tortillas, o meglio mais. Un terreno di conflitto che si è aperto già da qualche settimana ma che ha registrato nella nottata di oggi una recrudescenza significativa, con decine di migliaia di messicani scesi nelle piazze e nelle strade della capitale, Città del Messico, per protestare contro il grande stato del Nord. E con il presidente Felipe Calderon, intervenuto pubblicamente per annunciare un giro di vite contro speculatori e accaparratori che sfruttano la situazione. Alla base della manifestazione e del clima di tensione fra i due paesi, la crescita di prezzo che ha investito il tradizionale alimento messicano, la tortilla, arrivato a costare oltre il 400% in più rispetto al suo costo tradizionale: sette pesos al chilo (0,50 euro) oggi arrivati ai 18. A rendere così esosa la focaccia di granturco ci sarebbe l'accresciuta domanda di mais, elemento base di composizione della piadina sudamericana, da parte degli Usa, i quali utilizzano il cereale per produrre il biocombustibile etanolo. Il punto critico è che gli States non sono solo il primo produttore ed esportatore al mondo di mais, ma anche il maggior produttore di etanolo. Da parte sua, il Messico ne produce invece soltanto 21 milioni di tonnellate non soddisfacendo il suo fabbisogno, che si aggira intorno ai 39, e rendendo così necessario il ricorso all'importazione dal gigante a stelle e strisce. Una necessità, quella messicana, che permette agli Stati Uniti di imporre un aumento del costo del mais, con grave danno per le tasche della popolazione messicana. Del resto i dati in materia parlano da soli: l'aumento di 650mila tonnellate di mais importato dagli Stati Uniti a prezzo calmierato rappresenta infatti solo il 3% della produzione nazionale e le ripercussioni sui prezzi e le tensioni sociali appaiono dunque inevitabili. Una soluzione al problema, che però non trova d'accordo gli Usa, sarebbe quella di ridurre i sussidi a favore degli agricoltori americani. Secondo la Casa Bianca, come ha sottolineato recentemente il presidente George Bush parlando al Congresso, l'etanolo è infatti la fonte alternativa al petrolio per il prossimo futuro, per tanto la prospettiva di diminuire l'uso del mais appare impraticabile; al contrario, gli Usa hanno già fatto sapere che per il 2008 la produzione del cereale dovrà salire fino a 65 milioni di tonnellate, consentendo la conseguente crescita dell'estrazione del biocombustibile.

Ora, il rischio che si profila per il Messico è quello di una vera e propria insufficienza alimentare, che da sempre in realtà ha gravitato come una minaccia sul Paese. Uno stato che, come ha spiegato al Sole 24 ore in una sua intervista recente Marcello Carmagnani, professore ordinario di storia dell'America Latina all'università di Torino, non ha mai avuto una vera e propria autosufficienza in materia.

Unica categoria che potrebbe trarre vantaggio da questa "crisi della tortillia" appare per ora quella dei produttori agroalimentari messicani di transgenico. Jaime Yesaki, presidente del Cna (Consejo nacional Agropecuario), un organismo che raggruppa più di 500 produttori, ha infatti prospettato l'ipotesi che la coltivazione di semi di mais transgenico venga impiegata come una prima risposa all'emergenza vissuta dal Messico. La sua proposta appare però di difficile realizzazione, anche per via della contrarietà già manifestata da organizzazioni come Geenpeace, tradizionalmente avversi agli ogm. Per non parlare poi del divieto che da otto anni esiste in Messico e che proibisce la semina di mais geneticamente modificato. Non è un caso infatti che la stessa organizzazione sospetti che la crisi attuale sia stata volutamente innescata per poter giustificare la cancellazione di quel divieto e favorire la produzione transgenica.

Il caso della tortillia messicana assume però un significato ben più globale, trasformando una vicenda locale in un fenomeno di ben più vasta portata. "L'alternativa, il trade-off, tra cibo e combustibile - spiega infatti Lester Brown, direttore dell'Earth policy institute - rischia di provocare un caos nel mercato mondiale degli alimenti". La battaglia del mais infatti testimonia come sia ormai necessaria una politica di superamento della dipendenza dal petrolio, una nuova epoca in materia energetica che ha il suo futuro proprio nella produzione di biocarburanti. In proposito, Brown stesso ha dichiarato in occasione del recente World economic forum di Davos, come "nessun Governo, né quello di Washington né altri, è cosciente della gravità della crisi che entro breve potrebbe riprodursi in Indonesia, Algeria, Nigeria o Egitto, Paesi in via di sviluppo dipendenti dalle importazioni di cereali".

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di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il