Dietro le consegne del food delivery, l'inchiesta Nidil Cgil 2026 svela chi sono i rider: orari massacranti, retribuzioni incerte e rischi quotidiani tra mancanza di tutele e caporalato digitale.
La diffusione capillare della consegna di cibo a domicilio ha acceso i riflettori sulle condizioni di lavoro delle persone impiegate nel settore. L'inchiesta realizzata da Nidil Cgil nazionale offre un quadro dettagliato e preoccupante, di un lavoro spesso considerato un'attività temporanea. Attraverso 500 questionari raccolti in tutta Italia in più lingue, emerge un sistema caratterizzato da orari estenuanti, pagamenti a cottimo e assenza di tutele materiali e previdenziali. I dati raccolti tracciano una fotografia severa: turni di 8-10 ore al giorno, sei-sette giorni su sette, compensi bassi che includono tutti i costi e rischi a carico degli stessi lavoratori.
I protagonisti del food delivery italiano sono prevalentemente giovani uomini: il 91,7% degli intervistati nell'indagine Nidil Cgil è di genere maschile, appartenente nella maggioranza dei casi (63,4%) alla fascia di età 21-39 anni. Solo una minoranza è rappresentata da donne e lavoratori di età superiore.
Il fattore distintivo della categoria è una spiccata componente migratoria: più della metà sono italiani ma quasi un terzo proviene da Paesi extra-UE, segno di una forte attrazione del settore per chi si trova in condizioni di fragilità sociale o con minori opportunità lavorative_
L'attività di chi consegna cibo non si esaurisce in poche ore: le informazioni raccolte da Nidil Cgil ribaltano la percezione comune, mostrando come per la maggior parte si tratti di un lavoro strutturato su ritmi intensi. Secondo l'indagine:
Il nodo centrale dell'attività di chi consegna cibo è il meccanismo retributivo: la paga per ogni consegna si attesta mediamente tra i 2 e i 4 euro lordi, secondo oltre la metà degli intervistati (56,3%). Tuttavia, questa cifra racchiude non solo il compenso per il servizio, ma anche tutte le spese e i rischi:
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Compenso medio/consegna |
2-4 euro lordi |
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Presenza di indennità viaggio/attesa |
Assente |
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Costi vivi medi mensili |
Oltre 200€ per il 31% |
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Conoscenza criteri calcolo compenso |
Solo 12,9% |
Molti dichiarano di rifiutare incarichi se la paga è troppo bassa (55,4%), un dato che mostra la mancanza di un reale potere contrattuale individuale e i limiti di un sistema fondato quasi esclusivamente sul cottimo.
Un ulteriore aspetto che emerge dalla ricerca riguarda la necessità di lavorare contemporaneamente su più app: il 55% dei rider si distribuisce tra differenti piattaforme per garantirsi una minima continuità di reddito. Nel panorama italiano due nomi spiccano su tutti Glovo e Deliveroo; Just Eat si distingue per la quota di lavoratori assunti con contratto subordinato ma resta minoritaria. Glovo è tra l'altro adesso finita al centro delle polemiche per via dell'accusa di caporalato.
Questa forma di multilavoro non è dettata da flessibilità, ma da una strategia di sopravvivenza: la segmentazione del lavoro su più piattaforme permette di ottimizzare le pause imposte dagli algoritmi, aumentare il numero totale di consegne e limitare l'impatto delle giornate in cui una sola app offre meno opportunità.
La quasi totalità dei rider utilizza mezzi propri per effettuare le consegne: biciclette tradizionali, e-bike, scooter e, in misura meno rilevante ma presente anche nelle città di medie dimensioni, automobili. La scelta del veicolo viene spesso dettata dalle distanze da coprire e dai costi di gestione, ma in tutte le soluzioni il carico economico ricade sul lavoratore:
Sul fronte dei rischi:
La tutela della salute e sicurezza di chi consegna cibo mostra diverse falle, come documentato dall'indagine Nidil Cgil. Gran parte della formazione obbligatoria viene fornita online (71,3%), prevalentemente in italiano, anche in platee molto eterogenee per lingua e livello di istruzione, con moduli standardizzati e lezioni spesso inferiori alle due ore. Solo una minoranza (16,6%) partecipa a sessioni in presenza, peraltro generalmente di breve durata.
La qualità di tale formazione raramente consente un reale apprendimento dei rischi a cui si va incontro su strada. Ciò significa che la consapevolezza sui rischi specifici del lavoro su piattaforma rimane limitata, specie tra i rider stranieri. La carenza linguistica accentua questa difficoltà: l'81,9% riceve formazione esclusivamente in lingua italiana.
I Dispositivi di Protezione Individuale (DPI) sono assenti per un rider su quattro (28,2%); quando forniti, risultano spesso non adeguati al profilo di rischio reale. Oltre ai caschi (43,7%) e ai giubbotti riflettenti (57,4%), le dotazioni sono quasi inesistenti su alcuni presidi fondamentali come acqua, crema solare, luci notturne, cappelli o indumenti adeguati per condizioni meteorologiche avverse. I costi dei DPI, quando necessari, vengono spesso scaricati direttamente sui lavoratori senza rimborsi o sostegni.
Nelle testimonianze raccolte, emerge con forza la sproporzione tra rischi, aspettative e protezione effettiva. L'assenza di tutele contrattuali espone a situazioni di vera e propria sfruttamento organizzato, spesso definito caporalato digitale: il controllo sul lavoro viene esercitato tramite gli algoritmi delle piattaforme, che regolano assegnazioni, bonus e penalizzazioni.
Casi giudiziari come quello di Foodinho-Glovo attestano, anche dal punto di vista legale, che le soglie di pagamento offerte sono sottoposte a soglie di povertà per la maggioranza dei rider: il 75% risulta retribuito sotto tale soglia, e quasi il 90% lavora a condizioni peggiorative rispetto ai minimi previsti dai contratti collettivi nazionali. Le richieste più sentite dai lavoratori riguardano:
Nato a Milano nel 1979, laureato alla Bocconi dopo il liceo classico ai Salesiani di Milano. Uno dei pionieri dell'Internet italiano, uno dei fondatori tra l'altro del celebre sito degli anni 90-2000 webmasterpoint.org, si occupa di organizzare tutta la parte editoriale di Businessonline, ma scrive anche lui stesso sia sulle tematiche legate ai suoi studi che alle sue passioni. In modo particolar...