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I danni all'agricoltura e le conseguenze per disponibilità e prezzi di frutta e verdura per la crisi in Iran

di Dott. Marco Castagna pubblicato il

La crisi iraniana influenza il settore agroalimentare italiano: dai costi energetici al blocco delle rotte, passando per carenza di fertilizzanti e rincari di frutta e verdura.

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L'instabilità emersa nell'area del Golfo Persico a seguito della guerra in Iran sta colpendo in modo diretto l'intero sistema agroalimentare italiano, già da tempo sotto pressione a causa dei rincari energetici e delle difficoltà legate al clima e alla logistica globale. Le prime ripercussioni si avvertono in particolare su frutta e ortaggi, con ritardi nelle spedizioni, annullamento di ordini e crescita dei costi in tutto il comparto.

Le associazioni agricole nazionali mostrano forte preoccupazione soprattutto per i prodotti freschi, deperibili e destinati ai mercati mediorientali, tra i primi sbocchi per l'export di mele, agrumi e altre eccellenze italiane. L'aumento generale dei prezzi e la difficoltà di mantenere la qualità della merce lungo la catena di distribuzione sono segnali di una crisi che rischia di incidere nel medio-lungo periodo anche sulla sicurezza alimentare e sulla competitività internazionale delle filiere agricole italiane.

Aumento dei costi: energia, gasolio agricolo e trasporto

L'escalation dei costi di produzione, innescata dai nuovi scenari geopolitici, sta avendo ricadute marcate sulle aziende agricole e sull'intera filiera agroalimentare. Tensioni legate al conflitto hanno portato il prezzo del petrolio a superare i 90 dollari al barile, facendo schizzare verso l'alto il costo di energia e carburanti. Il gasolio agricolo ha visto aumenti anche superiori al 30% nelle ultime settimane, come rilevato da Coldiretti, generando oneri supplementari sia per la produzione in campo che per il trasporto delle merci:

  • Energia e carburanti: l'aumento dei prezzi influenza ogni fase della catena, dal funzionamento dei macchinari agricoli allo stoccaggio e conservazione dei raccolti, fino ai costi di refrigerazione.
  • Trasporto: i trasporti su gomma e via nave sono penalizzati dal caro carburanti e dalle deviazioni obbligate su rotte più lunghe, con una ricaduta stimata di 800 dollari per container solo su spedizioni marittime, secondo i dati.
  • Costi indiretti: rincari coinvolgono anche materie plastiche, imballaggi e input tecnici, ampliando i margini di spesa per ogni passaggio della filiera.
L'effetto domino generato dall'aumento di energia e trasporti si riflette nei prezzi finali percepiti sia dai produttori che dai consumatori, inasprendo un quadro già appesantito dall'inflazione. Le famiglie, secondo le stime delle associazioni dei consumatori, potrebbero spendere fino a 1.000 euro in più nell'arco dell'anno per energia, carburanti e beni alimentari, in aggiunta agli aggravamenti sugli interessi dei mutui e altri beni di consumo. Il nuovo scenario impone, quindi, una riflessione urgente sulle misure di sostegno e tutela del comparto agricolo nazionale.

Come la logistica in crisi danneggia frutta e verdura italiane

I traffici commerciali tra Italia e Medio Oriente rappresentano una quota dell'export agroalimentare nazionale. Il blocco dello Stretto di Hormuz e la chiusura temporanea del Canale di Suez hanno costretto le compagnie a deviare le navi su rotte più lunghe, con effetti devastanti sulla logistica e sullo stato di conservazione dei prodotti freschi.

Secondo i dati riferiti da Coldiretti e Confagricoltura, circa mille container di ortofrutta destinati al Medio Oriente sono rimasti bloccati nei porti o costretti a itinerari alternativi, causando:

  • Perdita di qualità dei prodotti per i tempi prolungati di viaggio;
  • Annullamento o rinvio di ordini, soprattutto per produzioni deperibili come mele, agrumi e fiori;
  • Applicazione di sovrapprezzi e costi addizionali da parte delle compagnie navali per coprire le maggiori spese logistiche.
Un effetto a catena compromette così la redditività dei coltivatori e la reputazione delle filiere, che puntano sulla freschezza e sulla qualità come elemento distintivo nell'export. La discontinuità delle spedizioni comporta anche un aggravio sui costi di assicurazione e sui rischi di invenduto, portando le le aziende agricole a dover affrontare perdite immediatamente quantificabili e danni all'immagine nel lungo termine. In uno scenario di domanda globale sempre più volatile, le criticità logistiche rischiano di ridurre ulteriormente la marginalità delle imprese, acuendo la dipendenza da mercati alternativi meno redditizi.

Fertilizzanti, materie prime e input agricoli

Il comparto dei fertilizzanti e degli input agricoli vive una fase di grande incertezza a causa delle tensioni commerciali nell'area mediorientale. Lo Stretto di Hormuz costituisce il nodo di transito di oltre il 25% della disponibilità globale di fertilizzanti azotati e il Medio Oriente rappresenta circa il 40-50% delle forniture di urea sui mercati internazionali.

Dal febbraio 2026, con l'avvio delle ostilità, il prezzo dell'urea è balzato del 41,6%, passando da circa 480 a 680 dollari a tonnellata. Il rischio di scarsità ha colpito duramente anche la disponibilità dei materiali plastici e degli altri input necessari nelle attività quotidiane dei coltivatori:

  • Aumenti dei fertilizzanti determinano impatti immediati sulla gestione dei costi aziendali;
  • I rincari energetici aggravano ulteriormente i bilanci, essendo gas naturale e petrolio elementi basilari del processo di produzione dei concimi chimici;
  • Il sistema just in time delle scorte mondiali non consente di assorbire shock prolungati, aggravando l'instabilità dei prezzi stagionali.
Non va dimenticato che la tassa Cbam (Meccanismo di Adeguamento del Carbonio alle Frontiere) sui fertilizzanti rischia di appesantire il quadro, gravando sulle imprese agricole già colpite da costi e tariffe in salita. Le associazioni di categoria hanno più volte richiesto all'Ue di intervenire per sospendere temporaneamente le nuove imposizioni fiscali e consentire un approvvigionamento più regolare dei prodotti necessari alla semina e alla crescita delle colture.

In questa fase, l'insicurezza sulle materie prime e sugli input può tradursi in una minore resa produttiva e in ulteriori aumenti per i prezzi finali dei prodotti ortofrutticoli e delle altre colture, minando la competitività dell'agricoltura italiana sui mercati internazionali.

I danni per ortofrutta e filiere italiane

L'export ortofrutticolo italiano rappresenta una delle voci più rilevanti dell'agroalimentare nazionale, con oltre 2 miliardi di euro di valore annuo verso i Paesi del Medio Oriente. Con gli eventi, l'intera catena dalla raccolta all'esportazione si trova a fronteggiare criticità senza precedenti. Alcuni dati esemplificativi:

  • Le mele, di cui l'Arabia Saudita è il terzo mercato per l'Italia, subiscono disdette di ordini e stop ai carichi già pronti;
  • Fioriture e prodotti floricoli sono colpiti dalla particolare deperibilità e dalla coincidenza della crisi con l'inizio della campagna di raccolta;
  • Le eccellenze regionali, come agrumi siciliani, pistacchi e mandorle, faticano a raggiungere i consueti mercati di destinazione a causa dei blocchi e dell'allungamento delle rotte.
Il danno si concretizza non solo con perdite immediate per le aziende, ma anche, come sottolineato dai vertici di Coldiretti e Confagricoltura, nell'erosione delle quote di mercato conquistate negli ultimi anni attraverso processi di internazionalizzazione e investimenti in qualità. Le filiere più vulnerabili rischiano di vedere compromessa la loro redditività, con ripercussioni a cascata sulla produzione interna e sul mantenimento dei livelli occupazionali. Lo scenario rimarca la necessità di strumenti normativi più stringenti sull'etichettatura di origine, per evitare il fenomeno dell'italian sounding e tutelare le produzioni autentiche contro pratiche di concorrenza sleale.

Prezzi più alti e riduzione dell'offerta di frutta e verdura

L'aggravarsi delle condizioni di mercato all'origine si trasmette direttamente ai consumatori finali. Le tensioni sull'approvvigionamento, i rincari energetici e i costi di trasporto hanno provocato un innalzamento dei prezzi sugli scaffali e una riduzione dell'offerta sia in quantità che in varietà:

  • Frutta fresca: stando ai dati Istat e delle principali associazioni di settore, la produzione è scesa di quasi il 10% nell'ultimo anno, mentre i prezzi sono aumentati del 4,2%.
  • Verdura e ortaggi: molte referenze diventano meno accessibili, sia per effetto delle ridotte importazioni sia per i costi di produzione più elevati, che incidono sulla scelta dei fornitori da parte della GDO.
  • Prodotti trasformati: i rincari di energia e materie prime aumentano le spese di lavorazione, traducendosi in prezzi più alti anche per conserve di pomodoro, succhi e altre preparazioni.





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Dott. Marco Castagna

Il Dott. Marco Castagna è un esperto consulente senior nel settore delle imprese con oltre 15 anni di esperienza. Laureato in Economia Aziendale, la sua competenza si estende alla consulenza strategica, gestione delle risorse e ottimizzazione dei processi aziendali, rendendolo una figura di riferimento per molte aziende in crescita. Residente a Venezia, Marco ha collaborato con diverse start-up...