Cambiare lavoro o settore di impiego può avere diverse conseguenze sulla maturazione sia dei requisiti che dell’importo della pensione finale, che possono essere positive o negative a seconda del motivo per cui si cambia lavoro, della nuova occupazione e del periodo che intercorre tra un impiego e l’altro.
Cosa succede se cambio lavoro o settore per la maturazione e l’importo della pensione finale? In un mondo del lavoro come quello attuale, a volte molto precario, a volte in continuo cambiamento, capita spesso, a molti, di dover o voler cambiare lavoro, per necessità o semplicemente per crescita professionale, alla ricerca di condizioni di impiego migliori. Vediamo di seguito come può incidere il cambiare lavoro sulla pensione finale.
Cambiare lavoro o settore di impiego può avere diverse conseguenze sulla maturazione sia dei requisiti che dell’importo della pensione finale, che possono essere positive o negative a seconda del motivo per cui si cambia lavoro, della nuova occupazione e del periodo che intercorre tra un impiego e l’altro.
Se il cambio del lavoro avviene in continuità con il precedente, in realtà gli effetti che potrebbero manifestarsi sono relativamente nulli, considerando che non si verificherebbe alcuna interruzione dei versamenti contributivi, per cui si sommerebbero i contributi versati con il vecchio lavoro a quelli del nuovo lavoro.
Se, però, il passaggio da una occupazione all’altra avviene dopo un po' di tempo di stop, allora le conseguenze potrebbero essere negative, a causa di un periodo di vuoto contributivo. Questo potrebbe determinare il calcolo di una pensione finale più bassa.
Dunque, la mancanza di una continuità contributiva può ritardare la maturazione dei requisiti per il pensionamento e incidere anche sul calcolo del trattamento finale.
Non sussiste, invece alcun problema se termina un contratto di lavoro e subito se ne inizia uno nuovo. In questo caso si verifica continuità contributiva per cui non ci sarebbe alcun effetto negativo.
Inoltre, se cambiare lavoro avviene una o due volte nel corso della propria vita professionale, non si pone alcun problema se tale decisione viene presa per un miglioramento di carriera.
C’è chi, infatti, cambia lavoro per migliorare le sue condizioni lavorative, a partire dalla possibilità di percepire uno stipendio più alto e in questo caso le conseguenze sulla pensione finale sarebbero decisamente positive.
Guadagnando di più, si versano più contributi previdenziali che contribuiscono a creare un maggior montante contributivo e, quindi, permettere di avere un assegno finale più alto.
Per quanto riguarda la maturazione dei requisiti per andare in pensione, cambiando lavoro o continuando a fare lo stesso lavoro, nulla cambia per la pensione di vecchiaia, per cui in ogni caso servono 67 anni di età e almeno 20 anni di contributi per uscire.
Per la pensione anticipata ordinaria, per cui servono invece 42 anni e 10 mesi per gli uomini e un anno in meno per le donne, indipendentemente dal requisito anagrafico, l’interruzione prolungata tra un lavoro e un altro potrebbe ritardare l’uscita.
Se cambiando lavoro si verificano periodi di buchi contributivi che potrebbero avere un effetto negativo sulla pensione finale, il lavoratore può ricorrere a diverse soluzioni per colmarli.
E’, infatti, possibile, per legge, ricostruire la continuità contributiva attraverso il versamento di contributi: