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Board of Peace: che cos'č, chi partecipa, come funziona e quali obiettivi persegue la nuova organizzazione creata da Trump

di Marcello Tansini pubblicato il
board of peace

Il Board of Peace, voluto da Trump, nasce in un contesto internazionale complesso con l’obiettivo di ridefinire le dinamiche della cooperazione globale. Approfondiamo origini, struttura, adesioni e influenze sulle crisi mondiali.

L’annuncio della nascita del Board of Peace guidato da Donald Trump segna una svolta nel panorama delle istituzioni internazionali dedicate al mantenimento della pace. L’iniziativa, presentata durante una cerimonia a Davos tra le maggiori tensioni diplomatiche, ha catturato l’attenzione di osservatori e governi di tutto il mondo per il suo carattere innovativo e per il contesto in cui è stata lanciata. La creazione di questa nuova organizzazione avviene in un periodo di profonda instabilità globale, tra conflitti prolungati come quello in Ucraina e la crisi mediorientale su Gaza

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L’approccio delle “coalizioni dei volenterosi” – ovvero gruppi di Stati che si uniscono autonomamente per affrontare specifiche crisi geopolitiche, come già visto in Iraq nel 2003 e più recentemente per l’Ucraina – rappresenta il precedente storico su cui si innestano le nuove strategie multilaterali. In questo quadro, la fondazione del Board segna il tentativo (definito da molti dirompente e inedito) di superare le limitazioni percepite dell’apparato delle Nazioni Unite, spesso accusato di lentezza e inefficacia.

La nascita di questo organismo si inserisce dunque in una fase critica: molte potenze sentono il sistema multilaterale tradizionale come incapace di rispondere alle nuove minacce. Il discorso apertamente critico di Trump nei confronti dell’ONU – apostrofata come una "scala mobile bloccata" incapace di risolvere conflitti reali – ha fornito la cornice retorica e politica a questo nuovo inizio. Il Board viene introdotto come risposta alle richieste di soluzioni più rapide e "di buon senso" nelle aree calde del pianeta, spingendo per un riassetto dei meccanismi di gestione delle crisi internazionali.

La genesi del Board of Peace e le motivazioni della sua creazione

L’idea di costituire il Board of Peace emerge in seno al cosiddetto "Piano Trump per Gaza", un pacchetto di venti punti presentato negli ultimi mesi quale tentativo di gestire la complessa situazione mediorientale. Da questa piattaforma, e subito dopo la discussa risoluzione ONU 2803 del 2025 (adottata con astensione di Russia e Cina), ha preso forma un nuovo "Consiglio per la pace" a guida statunitense.
Il Board nasce come alternativa e, secondo alcuni osservatori, come potenziale sostituto del Consiglio di Sicurezza ONU: una risposta diretta a decenni di impasse, veti incrociati e critiche sulla capacità di agire dell’organismo internazionale. Trump stesso, nella presentazione del progetto, ha sottolineato la volontà di promuovere stabilità duratura e soluzioni “non convenzionali” dove le strutture tradizionali hanno avuto scarso successo. L’ideazione di questa nuova architettura si distingue per la centralizzazione delle decisioni e l’utilizzo, a detta dei suoi ideatori, di "buone pratiche gestionali" mutuate dal mondo aziendale, secondo una logica contrattuale e meno politica.

Fra le motivazioni principali addotte per spingere all’avvio del Consiglio guidato da Trump figurano anche l’urgenza di dare risposte rapide in aree a rischio, l'intento di aggregare attori disposti ad aderire senza i rigidi formalismi onusiani e l’interesse ad offrire un modello di intervento alternativo – capace, secondo i sostenitori, di bypassare influenze e veti dovuti alle alleanze tradizionali. Il Board è presentato quindi sia come strumento operativo che come leva per il consolidamento di nuove leadership globali.

Struttura organizzativa: chi partecipa, come si aderisce e ruolo del Presidente

Il Consiglio ideato da Trump si caratterizza per una struttura manageriale altamente verticistica, pensata per favorire l’efficacia decisionale. I membri non sono espressione di un voto universale tra Stati, ma vengono scelti per cooptazione dal Presidente in carica. La permanenza all’interno dell’organismo è subordinata all’approvazione dei due terzi degli altri membri, e la perdita dello status può avvenire in qualunque momento, a discrezione del vertice.

  • Il ruolo centrale del Presidente: La figura di vertice – attualmente lo stesso Trump – agisce da "sovrano" con la piena autonomia di designare successori o rimuovere membri. L’incarico non ha limiti temporali certi, con cessazione prevista solo per dimissioni, incapacità (votata all’unanimità) o volontà del Presidente stesso.
  • Adesione e meccanismi di ingresso: Si può accedere al Board tramite scelta diretta oppure, per il primo anno di esercizio, acquistando un seggio permanente tramite una cifra di 1 miliardo di dollari. Questo meccanismo "a pagamento" ha sollevato critiche su aspetti di legittimità e democraticità.
  • Assetto esecutivo: L’organizzazione si avvale di un Amministratore delegato (Chief executive) anziché della storica figura del Segretario Generale (ONu). Il direttivo ha totale controllo sugli indirizzi e sulle risorse gestionali, delineando una struttura più simile a un consiglio d’amministrazione che a una tipica assemblea di Stati sovrani.
La presenza di personalità di spicco come Jared Kushner (autore del piano Gaza) e l’ex premier britannico Tony Blair (nel comitato esecutivo) riflette la volontà di coniugare esperienza politica e capacità negoziale. Il sistema di nomina, fortemente centralizzato, incarna l’idea di rapidità decisionale a scapito della rappresentatività globale.

Obiettivi dichiarati e differenze rispetto all’ONU e al multilateralismo tradizionale

La missione del Board of Peace viene presentata con l’obiettivo primario di stabilizzare aree attraversate da conflitti, individuando soluzioni rapide e pragmatiche dove le organizzazioni storiche hanno mancato l’obiettivo. Gli scopi ufficiali includono:

  • Promuovere stabilità e sicurezza nelle aree colpite da guerre e tensioni;
  • Applicare “best practices” gestionali derivate dall’esperienza aziendale;
  • Costruire alleanze ad adesione selettiva, limitando i processi burocratici;
  • Favorire interventi in tempi brevi, grazie a una governance centralizzata.
L'organizzazione si distingue dalle Nazioni Unite per diversi aspetti basilari:
  • Meccanismo di adesione: L’accesso su invito e il seggio a pagamento contrastano con i criteri onusiani di rappresentanza universale e partecipazione aperta;
  • Gestione interna: L’assenza di organi come l’Assemblea Generale e del Segretario Generale opta per una struttura piuttosto concentrata, modellata sulla logica delle aziende private;
  • Decisionismo verticistico: Il potere resta nelle mani di pochi decisori, senza trasparenza elettiva o equilibrio tra grandi e piccoli membri;
  • Orientamento “problem-solving”: L’impegno dichiarato è quello di risolvere crisi evitando quelli che vengono considerati “formalismi fallimentari”.
Nonostante le molte critiche alla sua democraticità, questo approccio può attrarre Stati insoddisfatti dalla lentezza e dai limiti imposti dal sistema delle Nazioni Unite, soprattutto laddove i veti delle grandi potenze hanno spesso bloccato iniziative ritenute necessarie.

Le implicazioni politiche e costituzionali dell’organismo secondo gli Stati coinvolti

L’istituzione del nuovo Consiglio internazionale propone una serie di questioni, suscitando dibattito presso governi e analisti sulle possibili conseguenze per l’ordine costituzionale e i principi del diritto internazionale. Per molti Stati occidentali – tra cui spiccano Italia, Germania, Francia e Regno Unito – l’adesione a un simile sistema rischia di essere percepita come un passo avventato e potenzialmente pericoloso senza previo confronto e senza assicurare profonde riforme per aumentarne legittimità e trasparenza.

Tra i nodi segnalati:

  • Compatibilità con le costituzioni nazionali che prevedono adesione a organismi multilaterali sulla base di principi democratici;
  • Rischio di conflitto di interessi tra la partecipazione al Board e gli impegni derivanti dalla Carta delle Nazioni Unite;
  • Problemi di legittimazione democratica, data la modalità di selezione elitaria e l’assenza di strumenti di controllo pubblico sulle decisioni del Board;
  • Potenziali ripercussioni sugli equilibri interni alle istituzioni internazionali, che potrebbero vedersi svuotate o delegittimate in presenza di un meccanismo parallelo.
Queste preoccupazioni hanno alimentato un intenso confronto tra i Paesi membri UE e partner transatlantici, con la concreta esigenza di misurare rischi, opportunità e possibili strumenti di salvaguardia per l’architettura costituzionale internazionale.

Prime adesioni, opposizioni e ruolo dei principali attori internazionali

In occasione della firma della carta fondatrice a Davos, circa venti Stati hanno formalizzato l’adesione al Board. Tuttavia, nessuno dei maggiori alleati europei degli Stati Uniti – tra cui il Regno Unito, la Germania e la Francia – ha ancora espresso un impegno formale. Londra ha ufficialmente comunicato il proprio rifiuto di partecipare, manifestando preoccupazione per l’ipotesi che la Russia ricopra un ruolo attivo nel nuovo organismo, in particolare per la gestione dell’emergenza Gaza.

  • La presenza di figure di rilievo internazionale – come Tony Blair, incluso a titolo personale nel comitato ma senza rappresentanza ufficiale per Londra – evidenzia la volontà statunitense di coinvolgere personalità indipendenti più che governi consolidati.
  • Ucraina e altri paesi dell’Est hanno espresso cautela, valorizzando l’invito ricevuto ma mostrando difficoltà a collaborare a stretto contatto con delegati di Mosca.
  • I rapporti filtrano anche da colloqui con la Cina e alcuni Paesi medio-orientali, mentre Russia e Stati Uniti hanno condotto molteplici sessioni negoziali, soprattutto per la gestione del processo di pace in Ucraina.
Il Board suscita così opinioni contrastanti: alcuni Stati del Medio Oriente sembrano osservare con interesse, valutando la sua utilità nei negoziati per Gaza, mentre altri attori globali attendono di verificarne la reale efficacia prima di prendere posizione definitiva.

Le prime missioni: dal conflitto in Ucraina al futuro di Gaza

Pochi giorni dopo la firma della carta fondatrice, la neonata organizzazione ha immediatamente orientato le proprie attività verso due grandi dossier:

  • Il conflitto ucraino: Sono stati avviati negoziati trilaterali tra Stati Uniti, Ucraina e Russia negli Emirati Arabi, grazie anche al coinvolgimento di inviati speciali quali Steve Witkoff e Jared Kushner per Washington, e i principali vertici militari di Kiev e Mosca. L’obiettivo, dichiarato sia da Zelensky sia da Trump, rimane la cessazione delle ostilità, senza ancora definire i contorni dei futuri confini.
  • Il futuro della Striscia di Gaza: Dopo una lunga consultazione internazionale, è stato presentato il progetto denominato "Nuova Gaza", nel quale spiccano piani per la ricostruzione infrastrutturale e la creazione di nuovi insediamenti e servizi. La presenza di Kushner come architetto del piano mostra la centralità degli Stati Uniti nelle decisioni strategiche.
Il Board assimila quindi funzioni di negoziazione e mediazione normalmente prerogativa esclusiva dell’ONU, ma con una logica di ingaggio diretto dei soggetti coinvolti, ricalcando il format della “coalizione dei volenterosi”.

Rischi e prospettive per l’ordine internazionale e per la pace globale

L’avvento di una piattaforma alternativa ai modelli tradizionali di governance globale solleva interrogativi importanti sulle future dinamiche della sicurezza internazionale. Da un lato, la ricerca di maggiore pragmatismo e tempestività può rispondere a esigenze sentite in molte aree di crisi; dall’altro, l’accentramento del potere decisionale e la selezione ristretta dei partecipanti rischiano di erodere i principi di inclusività e legittimità che costituiscono il fondamento degli attuali assetti multilaterali.

Secondo numerosi analisti, la tenuta dell’ordine mondiale potrebbe essere a rischio se si dovessero moltiplicare attori paralleli dall’impatto potenzialmente contraddittorio rispetto agli impegni degli Stati nelle principali istituzioni. Le differenze strutturali e di missione tra Board e Nazioni Unite rappresentano una frattura destinata a riflettersi sulle alleanze e sugli equilibri globali.
Il futuro dipenderà dalla capacità degli Stati di bilanciare esigenze di efficacia con la tutela dei principi di diritto internazionale e dalla risposta della comunità globale a questa nuova architettura per la pace.