Il Board of Peace, voluto da Trump, nasce in un contesto internazionale complesso con l’obiettivo di ridefinire le dinamiche della cooperazione globale. Approfondiamo origini, struttura, adesioni e influenze sulle crisi mondiali.
L’annuncio della nascita del Board of Peace guidato da Donald Trump segna una svolta nel panorama delle istituzioni internazionali dedicate al mantenimento della pace. L’iniziativa, presentata durante una cerimonia a Davos tra le maggiori tensioni diplomatiche, ha catturato l’attenzione di osservatori e governi di tutto il mondo per il suo carattere innovativo e per il contesto in cui è stata lanciata. La creazione di questa nuova organizzazione avviene in un periodo di profonda instabilità globale, tra conflitti prolungati come quello in Ucraina e la crisi mediorientale su Gaza
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L’approccio delle “coalizioni dei volenterosi” – ovvero gruppi di Stati che si uniscono autonomamente per affrontare specifiche crisi geopolitiche, come già visto in Iraq nel 2003 e più recentemente per l’Ucraina – rappresenta il precedente storico su cui si innestano le nuove strategie multilaterali. In questo quadro, la fondazione del Board segna il tentativo (definito da molti dirompente e inedito) di superare le limitazioni percepite dell’apparato delle Nazioni Unite, spesso accusato di lentezza e inefficacia.
La nascita di questo organismo si inserisce dunque in una fase critica: molte potenze sentono il sistema multilaterale tradizionale come incapace di rispondere alle nuove minacce. Il discorso apertamente critico di Trump nei confronti dell’ONU – apostrofata come una "scala mobile bloccata" incapace di risolvere conflitti reali – ha fornito la cornice retorica e politica a questo nuovo inizio. Il Board viene introdotto come risposta alle richieste di soluzioni più rapide e "di buon senso" nelle aree calde del pianeta, spingendo per un riassetto dei meccanismi di gestione delle crisi internazionali.
L’idea di costituire il Board of Peace emerge in seno al cosiddetto "Piano Trump per Gaza", un pacchetto di venti punti presentato negli ultimi mesi quale tentativo di gestire la complessa situazione mediorientale. Da questa piattaforma, e subito dopo la discussa risoluzione ONU 2803 del 2025 (adottata con astensione di Russia e Cina), ha preso forma un nuovo "Consiglio per la pace" a guida statunitense.
Il Board nasce come alternativa e, secondo alcuni osservatori, come potenziale sostituto del Consiglio di Sicurezza ONU: una risposta diretta a decenni di impasse, veti incrociati e critiche sulla capacità di agire dell’organismo internazionale. Trump stesso, nella presentazione del progetto, ha sottolineato la volontà di promuovere stabilità duratura e soluzioni “non convenzionali” dove le strutture tradizionali hanno avuto scarso successo. L’ideazione di questa nuova architettura si distingue per la centralizzazione delle decisioni e l’utilizzo, a detta dei suoi ideatori, di "buone pratiche gestionali" mutuate dal mondo aziendale, secondo una logica contrattuale e meno politica.
Fra le motivazioni principali addotte per spingere all’avvio del Consiglio guidato da Trump figurano anche l’urgenza di dare risposte rapide in aree a rischio, l'intento di aggregare attori disposti ad aderire senza i rigidi formalismi onusiani e l’interesse ad offrire un modello di intervento alternativo – capace, secondo i sostenitori, di bypassare influenze e veti dovuti alle alleanze tradizionali. Il Board è presentato quindi sia come strumento operativo che come leva per il consolidamento di nuove leadership globali.
Il Consiglio ideato da Trump si caratterizza per una struttura manageriale altamente verticistica, pensata per favorire l’efficacia decisionale. I membri non sono espressione di un voto universale tra Stati, ma vengono scelti per cooptazione dal Presidente in carica. La permanenza all’interno dell’organismo è subordinata all’approvazione dei due terzi degli altri membri, e la perdita dello status può avvenire in qualunque momento, a discrezione del vertice.
La missione del Board of Peace viene presentata con l’obiettivo primario di stabilizzare aree attraversate da conflitti, individuando soluzioni rapide e pragmatiche dove le organizzazioni storiche hanno mancato l’obiettivo. Gli scopi ufficiali includono:
L’istituzione del nuovo Consiglio internazionale propone una serie di questioni, suscitando dibattito presso governi e analisti sulle possibili conseguenze per l’ordine costituzionale e i principi del diritto internazionale. Per molti Stati occidentali – tra cui spiccano Italia, Germania, Francia e Regno Unito – l’adesione a un simile sistema rischia di essere percepita come un passo avventato e potenzialmente pericoloso senza previo confronto e senza assicurare profonde riforme per aumentarne legittimità e trasparenza.
Tra i nodi segnalati:
In occasione della firma della carta fondatrice a Davos, circa venti Stati hanno formalizzato l’adesione al Board. Tuttavia, nessuno dei maggiori alleati europei degli Stati Uniti – tra cui il Regno Unito, la Germania e la Francia – ha ancora espresso un impegno formale. Londra ha ufficialmente comunicato il proprio rifiuto di partecipare, manifestando preoccupazione per l’ipotesi che la Russia ricopra un ruolo attivo nel nuovo organismo, in particolare per la gestione dell’emergenza Gaza.
Pochi giorni dopo la firma della carta fondatrice, la neonata organizzazione ha immediatamente orientato le proprie attività verso due grandi dossier:
L’avvento di una piattaforma alternativa ai modelli tradizionali di governance globale solleva interrogativi importanti sulle future dinamiche della sicurezza internazionale. Da un lato, la ricerca di maggiore pragmatismo e tempestività può rispondere a esigenze sentite in molte aree di crisi; dall’altro, l’accentramento del potere decisionale e la selezione ristretta dei partecipanti rischiano di erodere i principi di inclusività e legittimità che costituiscono il fondamento degli attuali assetti multilaterali.
Secondo numerosi analisti, la tenuta dell’ordine mondiale potrebbe essere a rischio se si dovessero moltiplicare attori paralleli dall’impatto potenzialmente contraddittorio rispetto agli impegni degli Stati nelle principali istituzioni. Le differenze strutturali e di missione tra Board e Nazioni Unite rappresentano una frattura destinata a riflettersi sulle alleanze e sugli equilibri globali.
Il futuro dipenderà dalla capacità degli Stati di bilanciare esigenze di efficacia con la tutela dei principi di diritto internazionale e dalla risposta della comunità globale a questa nuova architettura per la pace.