Chiuse le indagini sul Gruppo Ideazione: quattro indagati per associazione a delinquere e sfruttamento del lavoro. Buste paga regolari, paghe dimezzate e restituzioni in contanti.
Sulla carta tutto in ordine: contratto, cedolino, bonifico puntuale a fine mese. Poi, subito dopo, la richiesta di restituire una parte dello stipendio in contanti, con l’alternativa implicita di non essere più richiamati al lavoro. È il meccanismo che la Procura di Bari contesta al Gruppo Ideazione, società barese attiva nell’intrattenimento e negli eventi. Un caso che riaccende i riflettori sullo sfruttamento del lavoro e su una pratica più diffusa di quanto si pensi, quella della restituzione dello stipendio in contanti.
La Procura di Bari ha chiuso le indagini nei confronti di quattro persone accusate a vario titolo di associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento del lavoro. L’avviso di conclusione risale ai primi giorni di ottobre 2026 e porta la firma del pubblico ministero Giuseppe Dentamaro.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, ciascuno avrebbe avuto un ruolo preciso:
Il teatro delle presunte irregolarità è lo stabilimento balneare del circolo aziendale dell’Acquedotto Pugliese, a San Giorgio, sul lungomare sud del capoluogo. Il Gruppo Ideazione ha seguito la gestione del lido per le stagioni 2024 e 2025, in base a un contratto con il Circolo aziendale.
Il nodo è la differenza tra ciò che risultava sulla carta per le buste paga e ciò che finiva davvero nelle tasche dei lavoratori. Secondo l’accusa, almeno dieci bagnini sarebbero stati formalmente retribuiti con 9,19 euro lordi all’ora, ma poi costretti a restituire in contanti somme comprese tra 2 e 5 euro l’ora. Il parametro di 9,19 euro è quello indicato dagli inquirenti come riferimento del contratto collettivo nazionale (Ccnl) applicabile.
In pratica, la paga effettiva sarebbe stata compresa tra i 2 e i 5 euro l’ora, vale a dire meno della metà di quanto previsto dal contratto nei casi peggiori. Tra i lavoratori coinvolti, tutti impiegati con contratti stagionali, figurerebbe anche il caso di un minorenne che riceveva 2 euro l’ora.
A questo si aggiungono, secondo l’impianto accusatorio, riposi saltati e condizioni di lavoro degradanti. L’accusa sostiene che i lavoratori provenissero da situazioni sociali complesse: una condizione di bisogno di cui il datore di lavoro avrebbe approfittato, elemento che nel reato di sfruttamento lavorativo pesa in modo determinante.
Lo schema ipotizzato dalla Procura è tanto semplice quanto efficace. Il lavoratore riceveva una busta paga formalmente corretta, con importi in linea con il contratto, accreditati con regolare bonifico. Subito dopo, una parte della somma doveva tornare indietro in contanti.
In questo modo l’azienda otteneva un doppio risultato:
Il passaggio più delicato riguarda la pressione psicologica. Il titolo che racconta il caso evoca l’aut aut: restituisci i contanti o non lavori più. Per chi ha bisogno di quel reddito stagionale, rifiutare significa rischiare di perdere tutto. È proprio questa asimmetria di potere a configurare, secondo l’accusa, lo sfruttamento.
Un tassello importante dell’inchiesta è emerso con le perquisizioni. Gli investigatori hanno trovato un’agenda dalla quale risultavano buste paga alterate e parte dello stipendio restituita in contanti. Per gli inquirenti si tratterebbe della contabilità parallela, il documento che avrebbe tenuto traccia di quanto veniva effettivamente dovuto e restituito.
Non ci sono però solo le carte. Agli atti figurano anche le testimonianze dei bagnini sottopagati e le intercettazioni telefoniche, elementi che hanno consentito di ricostruire il sistema nel suo funzionamento quotidiano.
Un dettaglio emerso in sede di interrogatorio di garanzia riguarda poi la segretaria: lo stesso escamotage sarebbe stato adottato anche nei confronti della sua segretaria, a sua volta indagata. Un elemento che, se confermato, mostrerebbe come la pratica non fosse limitata ai soli bagnini.
Le conseguenze per l’azienda erano già arrivate nei mesi scorsi. Come ricostruito all’epoca, l’indagine è sfociata nel sequestro preventivo della società Gruppo Ideazione e nell’interdizione dell’amministratore unico dall’esercizio dell’attività d’impresa per 12 mesi.
Il tema ha anche un risvolto pubblico. Il Gruppo Ideazione era aggiudicatario di diversi bandi del Comune di Bari, dalla gestione di beni demaniali sul mare all’organizzazione di eventi, e secondo le cronache la Guardia di Finanza, su delega della Procura, ha informato il Comune il 27 luglio. Una circostanza che porta con sé una questione di trasparenza negli appalti: quanto contano, nell’assegnazione dei servizi pubblici, la verifica del rispetto dei contratti e la tutela dei lavoratori?
Accanto alle posizioni personali c’è un capitolo che interessa tutte le imprese. Il pm ha contestato al Gruppo Ideazione srl anche la responsabilità della società, per non aver adottato o adeguatamente attuato modelli organizzativi in grado di prevenire quel tipo di reati.
Si tratta della disciplina sulla responsabilità amministrativa degli enti, nota come decreto legislativo 231 del 2001. In sintesi, un’azienda può rispondere in proprio quando, nel suo interesse o a suo vantaggio, vengono commessi determinati reati e non esistevano protocolli interni efficaci per prevenirli. Per chi fa impresa, soprattutto nei settori con molto lavoro stagionale, dotarsi di un modello organizzativo reale, e non solo formale, è oggi una scelta di prudenza e non un orpello burocratico.
La chiusura delle indagini non coincide con la fine degli accertamenti. Le indagini della Procura proseguono su ulteriori filoni emersi nel corso degli accertamenti. In particolare, secondo quanto riportato, la Finanza sta passando al setaccio le altre attività del gruppo, che ha operato anche nell’organizzazione di eventi e in servizi affidati da enti pubblici.
L’ipotesi da verificare è che la pratica contestata non fosse circoscritta all’estate ma si estendesse a tutto l’anno. Per ora è, appunto, un’ipotesi investigativa.
Il titolo di questo articolo lo dice chiaramente: quello di Bari non è un episodio isolato. Le inchieste sul caporalato e sullo sfruttamento lavorativo attraversano da anni l’intero Paese e non riguardano soltanto l’agricoltura, come spesso si crede, ma anche commercio, servizi, turismo, logistica e pulizie.
Un esempio è l’operazione della Guardia di Finanza di Catanzaro, in cui sono state applicate misure cautelari a cinque soggetti per associazione per delinquere finalizzata allo sfruttamento del lavoro, estorsioni e falsità ideologica. Anche lì, tra le figure coinvolte compariva un consulente del lavoro, segno di come il fenomeno sfrutti spesso la complessità documentale per apparire in regola.
Il filo comune è proprio questo: la regolarità apparente. Contratti firmati, cedolini corretti, versamenti tracciati. Ma dietro la facciata, secondo l’accusa, un rapporto di lavoro in cui la paga reale non corrisponde a quella dichiarata.
Per i lavoratori, soprattutto stagionali e giovani, può essere utile sapere che alcuni segnali meritano attenzione:
Per le aziende, il caso del Gruppo Ideazione offre alcune lezioni. La prima: applicare il Ccnl solo sulla carta non basta, perché gli accertamenti incrociano testimonianze, flussi di denaro e intercettazioni. La seconda: chi lavora con la pubblica amministrazione è sotto una lente ancora più attenta. La terza: i consulenti e i professionisti che predispongono la documentazione possono essere chiamati a rispondere in prima persona.
La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...