Oltre 4 milioni di euro sparirebbero in più di vent’anni da una società vicentina di import export. Sotto accusa l’ex responsabile amministrativa, in pensione dal 2025. Il racconto del titolare e lo stato delle indagini.
Ci sono vicende che colpiscono per l’entità delle cifre e altre che colpiscono per il tradimento di un rapporto umano. Quella che arriva dal Vicentino riguarda entrambe le cose. Più di quattro milioni di euro, secondo l’accusa, sarebbero spariti dai conti di una importante società di import export nel corso di oltre vent’anni. A gestire quei conti, per tutto quel tempo, sarebbe stata una persona considerata di casa: la responsabile amministrativa, una dipendente di lunga data, descritta dal titolare come una figura di assoluta fiducia, quasi come una sorella.
La donna, andata in pensione nel 2025, è stata denunciata dall’imprenditore insieme a una sua conoscente. Ora la vicenda è al vaglio della magistratura, che sta andando verso la chiusura delle indagini. Come sempre in questi casi, vale la presunzione di innocenza: quanto emerge finora è la ricostruzione dell’accusa e la versione di chi ha sporto denuncia, e spetterà ai giudici stabilire se e come le responsabilità siano provate.
La figura al centro della vicenda è un’ex responsabile amministrativa, cioè la persona che in un’azienda commerciale tiene le fila di pagamenti, fatturazione, rapporti con le banche e gestione dei flussi di cassa. È un ruolo che, per sua natura, richiede una fiducia quasi totale da parte della proprietà. In una realtà di import export, poi, la complessità aumenta: si lavora con fornitori e partner esteri, si gestiscono valute diverse, si effettuano bonifici internazionali con una certa regolarità.
Proprio questa complessità, secondo la ricostruzione che emerge, avrebbe reso più difficile accorgersi di ciò che stava accadendo. Quando una persona lavora fianco a fianco con il titolare per decenni, il rapporto tende a superare quello professionale. Si diventa interlocutori quotidiani, confidenti, a volte quasi familiari. È il motivo per cui il titolare, nel raccontare la vicenda, ricorda un legame che andava oltre la semplice collaborazione lavorativa.
Tutto sarebbe emerso lo scorso febbraio, quando l’imprenditore, assistito dall’avvocato Stefano Menti, ha avviato alcuni controlli sui conti dell’azienda. Non si trattava, almeno inizialmente, di una caccia al colpevole, ma di una verifica contabile che ha fatto emergere qualcosa che non tornava.
Le prime analisi hanno portato il titolare a formulare un’ipotesi rassicurante: un errore nella gestione delle valute tra euro e dollari. Per un’azienda che opera con l’estero, uno scostamento legato ai cambi, a conversioni sbagliate o a registrazioni imprecise è una spiegazione plausibile, quasi fisiologica. Per questo la prima reazione non è stata di sospetto, ma di ricerca di un errore tecnico da correggere.
Gli approfondimenti, però, avrebbero preso un’altra direzione. Scavando nei movimenti bancari, il titolare e i suoi consulenti avrebbero portato alla luce una serie di bonifici sospetti. Si tratterebbe di operazioni di importo compreso tra i 10 mila e i 15 mila euro ciascuna, una fascia che non è casuale. Cifre di questo genere sono abbastanza alte da produrre, ripetute nel tempo, un flusso di denaro enorme, ma abbastanza contenute da non apparire anomale in una società che movimenta regolarmente somme importanti.
Secondo l’ipotesi accusatoria, quei bonifici sarebbero stati effettuati a favore del conto corrente della conoscente della dipendente, la seconda persona denunciata. L’elemento che rende la vicenda particolarmente delicata è il presunto mimetismo delle operazioni: i versamenti sarebbero stati nascosti tra i pagamenti ai partner esteri, cioè confusi in mezzo a trasferimenti che nella contabilità di un’azienda di import export sono la normalità. In questo modo, a un controllo superficiale, nulla sarebbe sembrato fuori posto.
La domanda che molti si pongono leggendo questa storia è semplice: come è possibile che un ammanco di 4 milioni di euro resti nascosto così a lungo? La risposta, purtroppo, è meno rara di quanto si pensi e riguarda diversi fattori che tornano spesso nei casi di frodi interne alle aziende, come:
L’ipotesi di reato, in vicende di questo tipo, può riguardare l’appropriazione indebita o altre fattispecie legate alla sottrazione di denaro dell’azienda, con l’eventuale contestazione di aggravanti legate al rapporto di fiducia e alla durata nel tempo delle condotte. Sarà l’autorità giudiziaria a definire il quadro dell’imputazione. Per il titolare, assistito dall’avvocato Menti, l’obiettivo è ottenere un accertamento delle responsabilità e, se possibile, il recupero delle somme, un percorso che nei casi di ammanchi così consistenti può risultare lungo e complesso.
Il caso vicentino offre uno spunto utile a chi gestisce un’azienda. Ecco alcune buone pratiche che gli esperti consigliano per ridurre il rischio di ammanchi:
Una cosa è certa: la vicenda dimostra quanto sia importante, per qualsiasi azienda, affiancare alla fiducia procedure di controllo solide e regolari. Perché, come insegna questo caso, a volte un semplice sospetto di errore sulle valute può rivelarsi la porta d’ingresso verso una verità ben più dolorosa.
La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...