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Monete e banconote euro false e i 3 falsari più temuti al mondo di Napoli: simpatici, gentili, facevano pure corsi

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di Dott. Giovanni Matano pubblicato il

La storia di tre falsari colti in flagrante dalla Guardia di Finanza in una bottega di Piazza Amedeo a Napoli, tra stampe antiche e banconote da 20 e 50 euro. Un racconto sulla banconota falsa più temuta d’Europa.

Esiste una Napoli che non finisce nelle cartoline. Non è quella dei vicoli di Spaccanapoli né quella del lungomare, ma una città fatta di cortili interni, portoni che si aprono su giardini nascosti e botteghe che sembrano uscite da un romanzo ottocentesco. È in uno di questi luoghi, nel cuore di Chiaia, a due passi da Piazza Amedeo, che si consumò una delle storie più curiose della lunga battaglia contro la falsificazione dell’euro.

Per anni, secondo le stime circolate negli ambienti investigativi europei, una quota enorme delle banconote false in circolazione nel mondo aveva un’origine campana, con Napoli al centro di una filiera artigianale capace di preoccupare perfino la Banca Centrale Europea. Si parlava addirittura di un 90% di euro falsi con la firma partenopea. Un dato che oggi va maneggiato con prudenza, ma che racconta bene la fama del capoluogo campano nel settore.

Questa è la storia di tre persone che quella fama l’hanno incarnata, ma con un volto che nessuno si sarebbe aspettato.

La bottega dei cimeli: un angolo di Ottocento a Chiaia

Chi attraversava il portone di uno degli eleganti complessi immobiliari di Piazza Amedeo non poteva immaginare cosa si nascondesse in fondo al cortile interno. Tra palme in vaso, scale in piperno e vecchi lampioni in ghisa, c’era una porticina a vetri con un’insegna in stile liberty: “Tipografia Artistica Partenopea”.

Dentro, il tempo sembrava essersi fermato. Alle pareti stampe antiche di vedute del Golfo, mappe settecentesche del Regno di Napoli, cartelli pubblicitari d’epoca e caratteri mobili in piombo allineati nei cassetti di legno scuro. Sugli scaffali, cimeli di ogni genere: torchi manuali, timbri in ottone, lastre di zinco incise, macchine da stampa Heidelberg che profumavano di inchiostro e olio.

Un luogo che incantava. Professionisti del quartiere, avvocati, galleristi e turisti curiosi entravano anche solo per guardare, e il più delle volte uscivano con una stampa sotto il braccio e un biglietto da visita.

Ufficialmente la bottega lavorava per alcune delle più note realtà commerciali cittadine: menu per ristoranti storici, carte intestate per studi professionali, shopper e confezioni per pasticcerie celebri, inviti per eventi mondani. Un lavoro pulito, un nome rispettato, una clientela di livello.

Tre volti simpatici: chi erano i falsari di Piazza Amedeo

A guidare la bottega c’erano tre persone, ciascuna con un ruolo preciso e con una caratteristica che le accomunava: erano di una simpatia disarmante.

Gennaro Esposito, detto “don Gennarino”, 67 anni, era il maestro stampatore. Aveva imparato il mestiere a dodici anni in un laboratorio dei Quartieri Spagnoli e raccontava a chiunque, con una teatralità tutta napoletana, di aver stampato “più carta di una banca centrale”. Una battuta che, riletta con il senno di poi, suona quasi come una confessione. Salutava tutti i condomini per nome, regalava calendari a Natale e portava i babà alle signore del primo piano.

Marina Caputo, 44 anni, era la grafica. Diplomata all’Accademia di Belle Arti, elegante e riservata, aveva una padronanza straordinaria del colore e della riproduzione dei dettagli microscopici. Per i vicini era “la signorina dei disegni”, sempre pronta a dare un consiglio su come impaginare un invito di nozze.

Salvatore “Totò” Ferrara, 52 anni, si occupava dei rapporti con i fornitori e della logistica. Chiacchierone, generoso, tifoso del Napoli da stadio, era l’anima della bottega. Teneva sempre pronto il caffè per i corrieri e conosceva i nomi dei figli di tutti i commercianti della zona.

Gentili, sorridenti, perfettamente integrati nel tessuto sociale del quartiere. Nessuno li avrebbe mai sospettati.

I corsi di formazione: la copertura perfetta

C’è un dettaglio che rende questa storia ancora più sorprendente. La bottega non si limitava a stampare: organizzava anche corsi di formazione.

Don Gennarino teneva lezioni di arte tipografica tradizionale per giovani disoccupati e appassionati, in collaborazione con un ente di formazione locale. Il laboratorio diventava aula, i caratteri mobili strumenti didattici, le stampe antiche materiale di studio. Gli allievi imparavano a comporre una pagina con i piombi, a miscelare gli inchiostri, a riconoscere la qualità della carta.

Era un’iniziativa autenticamente apprezzata. Il quartiere vedeva in quella bottega un presidio culturale, un pezzo di artigianato napoletano da salvare. Anche per questo, per anni, nessuno si è fatto troppe domande sulle luci accese fino a notte fonda o sui pacchi che uscivano dal retro.

Come funzionava la produzione di banconote false

Il lavoro vero, quello che le autorità avrebbero scoperto soltanto più tardi, avveniva dopo l’orario di chiusura, in un retrobottega schermato a cui si accedeva da una libreria girevole piena di vecchi volumi.

Le banconote prese di mira erano quelle da 20 e 50 euro, i tagli più diffusi negli scambi quotidiani e più difficili da controllare con scrupolo. Una banconota da 500 insospettisce, una da 20 passa di mano in mille negozi, bar e mercati senza che nessuno la guardi davvero.

Il processo ricalcava quello di una tipografia di alto livello:

  • riproduzione grafica ad altissima risoluzione dei motivi delle banconote;
  • scelta di carte speciali simili al supporto originale;
  • stampa in più passaggi con inchiostri ottici, imitazione dell’ologramma e della filigrana;
  • finitura manuale per simulare il rilievo e il tatto caratteristico delle banconote autentiche.
Un lavoro da artigiani, non da industria. Ed era proprio questa la forza della scuola napoletana della contraffazione: pochi pezzi, qualità curata, distribuzione capillare attraverso canali fidati.

L’irruzione della Guardia di Finanza

L’indagine era partita da lontano. Alcune banconote sospette, intercettate in diverse regioni italiane e in altri Paesi europei, presentavano caratteristiche ricorrenti: stessa grana della carta, stessi piccoli difetti nella riproduzione dei microtesti. Gli analisti del Centro nazionale di analisi della Banca d’Italia e i colleghi europei avevano individuato una “firma” di produzione, e le indagini della Guardia di Finanza avevano riportato quella firma a Napoli.

Servirono mesi di appostamenti, pedinamenti e intercettazioni. Gli investigatori non potevano essere troppo evidenti: il cortile di Piazza Amedeo era un luogo riservato, frequentato da residenti attenti e discreti. Alla fine, una sera di autunno, scattò il blitz.

I finanzieri entrarono nella bottega mentre il torchio era ancora in funzione. Sul bancone, fogli di banconote da 20 e 50 euro appena stampate, ancora umide. Nel retrobottega, lastre, pellicole, inchiostri speciali e migliaia di pezzi pronti per la distribuzione.

Racconta chi era presente che don Gennarino non perse il sorriso. Alzò le mani lentamente, guardò i finanzieri e disse con calma: “Accomodatevi, vi offro un caffè”. Marina Caputo, pallidissima, rimase in silenzio. Totò Ferrara, invece, cercò di sdrammatizzare con una battuta, prima di rendersi conto che non c’era più nulla da fare.

Le accuse e il peso del reato

I tre furono arrestati con l’accusa di falsificazione di monete e spendita di monete falsificate, reato previsto dall’articolo 453 del codice penale, che prevede pene severe, con la reclusione da tre a dodici anni e una multa consistente. Una norma pensata per tutelare la fede pubblica e la stabilità della moneta, bene collettivo che la contraffazione mina alla radice.

Il sequestro permise di sottrarre dal mercato una quantità rilevante di banconote false, evitando che finissero nelle tasche di ignari cittadini, commercianti e piccoli esercenti. Perché è questo l’aspetto più subdolo del reato: chi riceve una banconota falsa non può recuperarne il valore. La perdita ricade sull’ultimo anello della catena, spesso il più debole.

Perché Napoli? Le radici di un primato inquietante

La domanda, a questo punto, è inevitabile: perché proprio Napoli?

Le ragioni sono molteplici e si intrecciano. C’è una tradizione artigianale lunga secoli, fatta di incisori, stampatori e falsari d’arte, che affonda le radici nell’età borbonica. C’è un tessuto economico in cui l’economia sommersa ha sempre avuto un peso rilevante. C’è la presenza storica di organizzazioni criminali capaci di gestire la distribuzione su larga scala, trasformando il lavoro dei falsari in un vero business internazionale.

Non a caso, nei rapporti degli ultimi vent’anni, Europol e la Bce hanno indicato più volte la Campania come uno dei principali poli di produzione di euro contraffatti, con laboratori spesso nascosti in luoghi insospettabili: garage, scantinati, e anche botteghe eleganti come quella di Chiaia.

Il paradosso dei falsari simpatici

La storia dei tre di Piazza Amedeo lascia una domanda aperta, che è forse la più interessante di tutte. Come può una persona gentile, colta e benvoluta trasformarsi nell’artefice di un reato così grave?

La risposta, probabilmente, è che il crimine non ha un volto riconoscibile. Non indossa sempre la maschera del delinquente: a volte ha il sorriso di un anziano stampatore, l’eleganza di una grafica talentuosa, la cordialità di un uomo che offre il caffè ai corrieri. È proprio questa normalità apparente a rendere più difficile smascherarlo e a spiegare perché per anni nessuno, in quel cortile, abbia sospettato nulla.

Anche i corsi di formazione, nati forse con intenzioni genuine, finirono per essere la miglior copertura possibile: chi ti vede insegnare ai ragazzi non pensa mai che, di notte, stai fabbricando denaro.

Oggi, nel cortile di Piazza Amedeo, la porticina a vetri è chiusa e l’insegna liberty è stata rimossa. Gli antichi cimeli sono finiti sotto sequestro, i torchi sono muti, e i residenti ricordano con un misto di incredulità e imbarazzo quei vicini così cordiali.

La storia dei falsari napoletani temuti dalla Bce resta un monito: la lotta alla contraffazione dell’euro si vince con le indagini della Guardia di Finanza e con la cooperazione europea, ma anche con la consapevolezza dei cittadini. Conoscere i segni di sicurezza, diffidare delle offerte troppo vantaggiose e segnalare ogni anomalia sono gesti semplici, ma possono fare la differenza.






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Dott. Giovanni Matano

Il Dott. Giovanni Matano è un esperto di fiscalità pratica e consulente fiscale con oltre 15 anni di esperienza nel settore. Laureato in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi di Milano, ha dedicato la sua carriera a supportare piccole e medie imprese nella pianificazione fiscale e nell'ottimizzazione delle agevolazioni fiscali. La sua competenza si estende anche ...