Gli stipendi italiani sono messi sotto la lente d’ingrandimento INPS: dati, inflazione, divari tra settori, squilibri di genere e territoriali, misure fiscali e confronti europei delineano lo stato del potere d’acquisto nel Paese.
Nel decennio appena concluso si è acuito il dibattito pubblico intorno ai salari, alla loro stagnazione e alla perdita del potere d’acquisto. L’ultima analisi dell’INPS 2026, pubblicata oggi, fotografa un Paese dove, nonostante alcuni segnali di ripresa, il tema retributivo rimane centrale per la vita delle famiglie lavoratrici. I dati elaborati dall’Istituto previdenziale nazionale confermano che l’aumento degli stipendi registrato tra il 2014 e il 2024 non è stato sufficiente a controbilanciare pienamente l’incremento dei prezzi al consumo. Ciò si traduce in una realtà in cui, pur in presenza di crescita occupazionale e politiche fiscali agevolative, la capacità di spesa delle famiglie italiane resta sotto pressione, mettendo in luce - come riportato dagli ultimi studi - quanto sia delicato e complesso il tema del recupero del potere d’acquisto.
L’ultimo report della Direzione centrale studi INPS mette in evidenza l’andamento dei compensi in Italia negli ultimi dieci anni. Nel settore privato, le retribuzioni medie annue sono passate da 21.345 euro nel 2014 a 24.486 euro nel 2024, per una crescita nominale del 14,7% (tasso annuo medio 1,4%). Nel pubblico impiego, invece, la crescita è stata più contenuta: da 31.646 a 35.350 euro nello stesso periodo (+11,7%, pari allo 1,1% annuo medio). A guidare questa crescita sono stati fattori come l’aumento dell’occupazione, in particolare a tempo indeterminato – passato in dieci anni da 14 a 17,7 milioni – e miglioramenti contrattuali concentrati negli anni più recenti.
Nonostante ciò, il confronto con l’inflazione mostra una perdita di terreno sostanziale: mentre l’inflazione cumulata tra il 2019 e il 2024 ha toccato quota 17,4%, gli aumenti salariali nominali sono stati ben inferiori – le retribuzioni contrattuali hanno visto un incremento solo dell’8,3%. Elementi strutturali come la lentezza dei rinnovi contrattuali, una crescita occupazionale particolarmente forte nei servizi (caratterizzati da stipendi medi più bassi) e un’innovazione tecnologica rallentata hanno contribuito a questa dinamica. L’analisi dei dati, inoltre, segnala differenze importanti legate a tipologia contrattuale (il part-time percepisce mediamente i 2/5 del full time), settore, età, area geografica e livello di qualifica.
Il settore industriale ha mantenuto la leadership, con una media retributiva superiore a 33mila euro; la scuola, tra i comparti pubblici, continua a segnare i livelli più bassi, ampiamente sotto i 30mila euro. Negli ultimi due anni si è visto un certo recupero delle retribuzioni reali grazie a una minore pressione inflattiva e a una ripresa dei rinnovi contrattuali, ma il disallineamento rispetto all’andamento dei prezzi resta evidente.
| Ambito | 2014 | 2024 | Crescita % |
| Pubblico | 31.646 € | 35.350 € | +11,7% |
| Privato | 21.345 € | 24.486 € | +14,7% |
L’analisi della componente inflattiva evidenzia come, soprattutto nel biennio 2022-2023, la crescita dei prezzi abbia eroso il valore reale dei salari. In quei due anni, i rincari sono stati rispettivamente dell’8,1% e del 5,4%. Di fronte a queste dinamiche, gli aumenti delle retribuzioni non sono stati in grado di garantire il mantenimento del tenore di vita per la maggior parte delle famiglie.
Le cause di questo disallineamento sono molteplici: la bassa produttività, le difficoltà nell’adeguamento dei salari tramite i rinnovi contrattuali, e una struttura occupazionale che ha visto una forte espansione nei servizi a redditività minore dopo la pandemia. Gli effetti più pesanti si sono concentrati sui lavoratori a basso reddito e nelle aree tradizionalmente più deboli del Paese. Tuttavia, grazie alle misure fiscali e alle agevolazioni contributive – come la riduzione del cuneo e la rimodulazione delle aliquote – alcune fasce hanno goduto di un parziale recupero della capacità di spesa. Resta però una distanza considerevole tra il livello dei salari e l’evoluzione del costo della vita, con una perdita media di diversi punti percentuali rispetto al 2021, attestata intorno all’8,8% secondo Istat.
La forbice retributiva tra settore pubblico e privato resta significativa. Nel settore pubblico, la retribuzione media continua ad essere nettamente superiore rispetto al privato, ma la crescita degli stipendi nel decennio è stata più lenta. Nel comparto privato, l’incremento è stato sostenuto soprattutto dal lavoro stabile e dalla dinamicità di alcuni settori industriali, mentre la presenza più marcata di contratti part-time e di lavoratori in servizi a basso valore aggiunto ha limitato il recupero medio.
Nel pubblico impiego, la distribuzione interna presenta squilibri: la scuola, con rapporti di lavoro spesso discontinui, si conferma comparto meno remunerato, mentre altri settori raggiungono soglie più elevate. Anche la dimensione contrattuale (tempo pieno/parziale), l’età anagrafica e la collocazione geografica incidono sulle differenze registrate.
Banca d’Italia e le simulazioni Upb evidenziano che:
Permangono ampi divari di genere e territoriali nelle retribuzioni. Nelle imprese private, la differenza tra i sessi è particolarmente marcata: la media degli stipendi femminili nel 2024 si posiziona attorno al 70% di quella maschile (19.833 euro contro circa 28mila). Il gender gap, in lieve riduzione negli anni più recenti (grazie a una crescita retributiva femminile del +17,5% contro il +13,5% degli uomini dal 2014), resta però solo in parte spiegato da minori giornate effettivamente lavorate.
A livello territoriale, il Mezzogiorno registra retribuzioni inferiori rispetto alle regioni del Nord e del Centro, con un impatto diretto sulla distribuzione della ricchezza e sulla capacità di spesa locale. L’andamento del mercato occupazionale regionale evidenzia comunque segnali di tenuta, grazie alle recenti politiche attive e all’aumento dei lavoratori con contratto a tempo indeterminato.
Nell’ottica del raffronto internazionale, l’Italia rimane tra le economie avanzate con i livelli salariali più bassi. Secondo OCSE e Istat, nel 2025 le retribuzioni reali italiane risultano ancora inferiori del 7,5% rispetto ai livelli del 2021. Il potere d’acquisto medio si attesta ben al di sotto delle maggiori economie dell’Unione Europea: il gap rispetto all’Europa occidentale è intorno al 15%, con una distanza ancora più accentuata rispetto a Germania e Francia.
Le cause? Una crescita salariale più lenta, il mancato allineamento tra incremento degli stipendi e costi della vita, una produttività stagnante. Gli aumenti previsti per il 2025-2026 si mantengono al di sotto della media OCSE (+2,6% e +2,2% stimati in Italia contro oltre +3% in altre nazioni), delineando uno scenario di persistente arretratezza.
Guardando al prossimo triennio, la sfida centrale resta quella di colmare il divario tra dinamiche salariali, contrattazioni collettive e produttività reale. Gli esperti sottolineano la necessità di proseguire il dialogo tra governo e parti sociali per rinnovare i meccanismi di adeguamento contrattuale e incrementare la competitività delle imprese.
Le priorità individuate sono: