Dalle lire all’euro, il tallero d’argento esiste ancora e si trova nei mercatini e nelle collezioni di famiglia: ecco quanto vale, tra 50 e i 2.700 euro, e come riconoscere gli esemplari più preziosi.
Tra le monete che riaffiorano nei cassetti di casa, nei mercatini e nelle collezioni di famiglia, c’è una che ha attraversato i secoli e due valute: il tallero. Grande, pesante, d’argento, è stato usato per secoli nei commerci europei e anche in Italia ha lasciato tracce, dalle lire dell’epoca di Umberto I fino alle monete coniate per l’Eritrea. Oggi alcuni esemplari valgono ancora molto in euro, ma non tutti. Ecco che cos’è, quanto può valere e come capire se quella che si ha in mano è una moneta preziosa.
Che cos’è il tallero e perché si chiama così
Il tallero è una grossa moneta d’argento nata in Europa nel Quattrocento e usata soprattutto per i commerci con l’Oriente. Si diffuse in Germania e nell’Europa centrale dal Cinquecento, quando il Sacro Romano Impero adottò il Reichstaler accanto al Gulden. Lo standard fu fissato nel 1566 con la convenzione di Lipsia, e la produzione maggiore avvenne nel Seicento.
Il nome viene da Joachimsthal, la località boema dove si coniava il Joachimsthaler, ed è anche all’origine della parola dollaro. Ne esistono molte varianti nazionali, come il Joachimsthaler boemo, il Vereinsthaler austro-ungarico e il tolar sloveno. Anche l’Italia ne ha conosciuti: i ducati di Savoia e di Milano, la repubblica di Ragusa e il granducato di Toscana coniarono talleri.
Il più famoso è il tallero di Maria Teresa d’Austria, coniato dal 1751 e rimasto in uso in Etiopia fino al 1938. Questa moneta è stata riconiata senza interruzioni fino ai primi anni Duemila, con circa 400 milioni di pezzi. È per questo che si trova ancora oggi con relativa facilità: il fatto che il tallero “esista ancora” è quindi vero, ma significa anche che l’offerta è molto ampia.
Per la stessa ragione, un tallero di Maria Teresa non è automaticamente un tesoro. In perfetto stato può valere tra 50 e 1.000 euro, a seconda della rarità e della zecca. I pezzi comuni e consumati valgono molto meno.
Dalle lire all’euro: il tallero in Italia
Il collegamento con la lira nasce con l’Unità e con le colonie. Dopo l’Unità d’Italia, il tentativo dell’”Italicum”, la moneta d’argento da 5 lire, non ebbe successo. Con l’Eritrea, il governo concordò invece con l’Austria la coniazione a Roma del tallero di Maria Teresa, per i commerci con il Corno d’Africa.
Con l’Eritrea italiana nacque anche un tallero proprio, in circolazione dal 1890 al 1921. Valeva cinque lire e si divideva in dieci decimi. Pesava 28,125 grammi e conteneva argento con titolo .800. Gli ultimi esemplari furono coniati nel 1918 e nel 1921 il tallero fu abbandonato, così in Eritrea rimase in circolazione soltanto la moneta italiana.
L’Italicum da 5 lire di Umberto I è la moneta italiana che più si avvicina all’idea di un tallero nazionale. Le quotazioni citate dalla stampa specializzata variano molto: un esemplare del 1891 è stato indicato a 2.700 euro presso un operatore e uno del 1896 a 1.287 euro presso un altro.
Quanto vale in euro e perché
Le cifre cambiano da moneta a moneta. Secondo le quotazioni citate da Borsa e Finanza nel maggio 2023, queste sono le fasce principali:
Il valore di un tallero ha due componenti. La prima è quella del metallo: il tallero eritreo, per esempio, pesa 28,125 grammi con titolo .800 e contiene circa 22,5 grammi di argento puro, e il suo prezzo segue quello dell’argento, che cambia ogni giorno. La seconda è quella numismatica, legata a rarità, anno, zecca e stato di conservazione, ed è quella che fa la differenza tra una moneta da poche decine di euro e una da centinaia.
Per questo due talleri apparentemente uguali possono avere prezzi molto distanti. Una moneta consumata, rigata o con segni di pulizia vale spesso poco più dell’argento che contiene, mentre un esemplare “fior di conio”, cioè quasi senza usura, può spuntare cifre molto più alte.
Come riconoscerlo, dove trovarlo e cosa fare prima di vendere
Un tallero si riconosce innanzitutto dalle dimensioni e dal peso: è una moneta grande e pesante, molto più di una moneta comune. Contano poi l’effigie (Maria Teresa, Francesco I, Umberto I), lo stemma, per esempio quello del Regno Lombardo-Veneto sul rovescio dei talleri pre-unitari, l’anno e la zecca di emissione.
Va ricordato che esistono anche repliche, di valore molto inferiore. Per questo, davanti a una moneta che sembra preziosa, conviene non pulirla, perché la pulizia può ridurne il valore, e farla valutare da un perito numismatico o da un negozio specializzato prima di venderla.
Un’attenzione in più serve con le monete comprate online o a prezzi troppo bassi per essere veri. Le riproduzioni dei talleri sono molto diffuse e, a volte, vengono vendute come originali. Se il prezzo è molto inferiore a quello di mercato, se le foto sono poche o sfocate e se il venditore non accetta di far periziare la moneta, conviene diffidare. Un negozio specializzato o una casa d’asta con esperti riconosciuti sono in genere una scelta più sicura di un annuncio anonimo.
Il tallero si può ancora trovare. I talleri di Maria Teresa si trovano nei mercatini, nelle aste online, nei negozi di numismatica e nelle collezioni di famiglia. I pezzi italiani e quelli pre-unitari sono più rari e costano di più. Per chi vuole cercare in casa, i luoghi più probabili sono i cassetti di nonni e genitori e le vecchie scatole di monete.
Il primo consiglio è non pulire la moneta, nemmeno con prodotti delicati: la patina fa parte dell’aspetto originale e una pulizia aggressiva può dimezzarne il valore agli occhi di un collezionista. Il secondo è fotografarla da entrambi i lati, con una buona luce, e annotare peso e diametro, così da poterla confrontare con le schede dei cataloghi. Il terzo è chiedere almeno due pareri, per esempio a un negozio di numismatica e a un’asta specializzata, perché le valutazioni possono differire parecchio.
È utile anche confrontare i prezzi realmente pagati e non solo quelli richiesti: negli annunci online si trovano spesso cifre molto alte, che non corrispondono a vendite concluse. Un buon riferimento sono i risultati delle aste passate, che indicano quanto sono stati effettivamente pagati esemplari simili.
Vale davvero molto? Dipende. Un tallero comune e consumato vale poco, mentre un pezzo raro e ben conservato può valere centinaia o migliaia di euro. La prudenza è d’obbligo: i prezzi più alti riguardano pochi esemplari, e le cifre che circolano online sono spesso le più favorevoli. La regola pratica è semplice: controllare, non pulire, confrontare più quotazioni e chiedere una perizia prima di decidere se vendere.
Il dott. Luca Rossoni è un esperto analista finanziario con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle finanze. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi e ha lavorato per prestigiose istituzioni bancarie e società di consulenza. Specializzato in strategie di investimento e gestione del rischio, Luca ha aiutato numerosi clienti a ottimizzare i loro portafogl...