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Depuratori idrici fuori norma: quali regioni scaricano ancora acque reflue non trattate nei fiumi e nel mare

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di Chiara Compagnucci pubblicato il

Quali sono le regioni italiane che ancora scaricano acque reflue non trattate nei fiumi e nel mare? Criticità, dati, impatti ambientali, innovazione normativa e sfide per la depurazione in Italia

In Italia si registra ancora oggi una gestione non uniforme delle acque reflue, con una presenza significativa di aree in cui queste vengono sversate nei fiumi e nel mare senza un trattamento adeguato. Questa situazione evidenzia un ritardo strutturale rispetto agli obiettivi di qualità e sicurezza ambientale fissati dalle normative europee. Quasi trecento comuni risultano privi di reti fognarie efficienti, coinvolgendo oltre un milione di residenti soprattutto nel Sud della penisola. Le carenze riguardano sia i piccoli centri che le aree urbane più estese, e i dati degli ultimi report ISPRA e Blue Book confermano la persistenza di numerose aree non conformi ai requisiti comunitari. La mancata depurazione comporta rischi ambientali, economici e sanitari, aggravando le difficoltà già esistenti nella tutela delle risorse idriche e nella gestione degli ecosistemi acquatici. 

Normativa europea e nazionale sul trattamento delle acque reflue

Il quadro normativo in materia di acque reflue si fonda principalmente sulla Direttiva 91/271/CEE, che impone ai Paesi membri dell’UE di garantire la raccolta, il trattamento e lo scarico sicuro delle acque reflue urbane. L’obiettivo è quello di proteggere la qualità delle acque superficiali e sotterranee da possibili fenomeni di inquinamento, riducendo i rischi per la salute pubblica e per l’ambiente. La direttiva stabilisce precisi standard per il trattamento primario, secondario e terziario, prevedendo obblighi più stringenti per le aree sensibili e per i maggiori agglomerati urbani.

A livello nazionale, il riferimento normativo principale è il Decreto Legislativo 152/2006, noto come ‘Testo Unico Ambientale’, che recepisce e implementa le disposizioni europee. Questa normativa disciplina:

  • Le modalità di raccolta e trattamento delle acque reflue urbane, domestiche, industriali e meteoriche
  • I limiti di accettabilità degli scarichi, differenziati per tipologie e per corpi recettori
  • I criteri per l’autorizzazione degli impianti e il monitoraggio dei parametri chimici e biologici
  • I ruoli di Regioni, Province e Autorità d’Ambito nella pianificazione e controllo
Le regioni sono chiamate a dotarsi di Piani di Tutela delle Acque e Piani di Gestione dei bacini idrografici, essenziali per individuare le fonti di inquinamento e programmare interventi di risanamento. Gli standard italiani sono soggetti a controlli europei periodici, e le eventuali inadempienze possono portare a pesanti procedure di infrazione.

Lo stato della depurazione: carenze, dati regionali e procedimenti di infrazione

Il sistema di depurazione italiano, pur offrendo copertura estesa in termini di infrastrutture, risulta ancora carente nella piena applicazione delle norme comunitarie. Secondo dati ufficiali, il paese conta più di 3.000 agglomerati e oltre 3.600 impianti di depurazione attivi, destinati a servire una popolazione pari a circa 78 milioni di abitanti equivalenti.

Nonostante questi numeri, esistono sostanziali criticità:

  • Il 95,6% del carico inquinante viene gestito tramite rete fognaria, mentre il 3,7% ricorre a sistemi individuali appropriati (IAS) e uno 0,7% non è coperto da alcun sistema.
  • Solo il 99% del carico totale generato viene effettivamente trattato nei depuratori. La percentuale, seppur elevata, evidenzia lacune in alcune fasce territoriali.
Le lacune strutturali hanno contribuito all’apertura di varchi procedurali a livello europeo: attualmente l’Italia è coinvolta in quattro distinti procedimenti di infrazione per mancata o insufficiente ottemperanza alle direttive UE. Secondo la Commissione Europea, in almeno 179 zone non si rispettano i requisiti minimi di raccolta e trattamento, mentre per circa 130 agglomerati non è assicurato un trattamento secondo gli standard previsti.

Le carenze si traducono in costose multe, fino a 60 milioni di euro annui, e con l’avvio di una nuova direttiva europea che introduce obiettivi ancora più rigorosi, la situazione rischia di aggravarsi se non si intensificano gli sforzi di adeguamento.

Regioni e aree più critiche: dove si scarica ancora senza trattamento adeguato

Le regioni meridionali, in particolare Calabria, Campania e Sicilia, rappresentano le aree maggiormente esposte al fenomeno degli scarichi non trattati: quasi il 70% dei comuni senza depurazione sono localizzati al Sud. In queste aree, la frequente assenza di reti fognarie efficienti e di impianti adeguati fa sì che le acque reflue urbane vengano spesso sversate direttamente nei corsi d’acqua o in mare, senza le dovute procedure di trattamento.

Secondo il Blue Book di Fondazione Utilitatis e fonti ISPRA, 296 comuni risultano completamente privi di reti fognarie, coinvolgendo oltre 1,3 milioni di abitanti. Sono inoltre più di 930 agglomerati in infrazione con la direttiva UE, confermando la persistente difficoltà nel raggiungere una copertura omogenea sull’intero territorio. Le uniche regioni a non presentare, ad oggi, anomalie sono Piemonte, Trentino Alto Adige ed Emilia-Romagna.

Impatto ambientale e sanitario delle acque reflue non depurate

Il rilascio di acque non trattate è una minaccia reale e tangibile per l’ambiente e la salute pubblica. Questi scarichi possono contenere una vasta gamma di inquinanti, tra cui agenti patogeni, sostanze organiche, nutrienti, metalli pesanti e composti tossici vari, in grado di contaminare corsi d’acqua, laghi, mare e falde acquifere.

Tra gli effetti ambientali più rilevanti si annoverano:

  • L’eutrofizzazione provocata dall’eccesso di nutrienti (azoto e fosforo), che provoca la proliferazione incontrollata di alghe e la conseguente sottrazione di ossigeno alle acque, danneggiando l’ecosistema acquatico.
  • La distruzione di habitat naturali vitali per molte specie e la diminuzione della biodiversità.
Sotto il profilo sanitario, la presenza di batteri, virus e parassiti può causare malattie a carico dell’apparato gastrointestinale, infezioni cutanee e respiratorie e altre patologie trasmissibili tramite l’acqua. L’accumulo di sostanze tossiche e di microinquinanti può avere inoltre effetti cronici sulla popolazione esposta.

A ciò si aggiunge un impatto socioeconomico rilevante, con costi aggiuntivi per il sistema sanitario, danni al turismo e perdita di valore nelle aree compromesse dalla cattiva qualità delle acque.

Investimenti e strategie per sanare i ritardi: fondi, progetti e innovazione

Per ridurre il divario e favorire il recupero delle zone non a norma, sono stati avviati importanti piani di investimento e progettazione integrata. Tra i principali strumenti si annoverano il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), che destina circa 600 milioni di euro a interventi di adeguamento infrastrutturale per ridurre di milioni il numero di abitanti coinvolti in agglomerati irregolari. A questi fondi si aggiungono ulteriori risorse dedicate, tra cui 3,6 miliardi di euro veicolati tramite oltre 700 progetti coordinati dal Commissario Unico per la Depurazione.

Le strategie si concentrano su:

  • Costruzione e potenziamento di nuovi depuratori e reti fognarie
  • Introduzione di trattamenti sempre più evoluti, come il trattamento terziario e quaternario per la rimozione di nutrienti e microinquinanti
  • Soluzioni di monitoraggio e gestione attraverso tecnologie innovative, inclusa la digitalizzazione dei processi e l’uso di fonti energetiche rinnovabili
L’implementazione di questi progetti è sostenuta anche da iniziative come il Piano Laghetti per la costruzione di piccoli invasi multifunzionali, che contribuiranno all’aumento della disponibilità idrica e della resilienza contro i cambiamenti climatici.

Le nuove sfide: la Direttiva UE 2024/3019

L'Unione Europea ha alzato ulteriormente l'asticella con la nuova Direttiva 2024/3019 sulle acque reflue urbane. L'Italia, che a malapena raggiunge la conformità sugli obblighi esistenti, si trova ora davanti a scadenze ancora più ambiziose:

  • Entro il 2035: trattamento secondario obbligatorio per tutti i centri con più di 1.000 abitanti.
  • Entro il 2039: trattamento terziario per la riduzione avanzata di nutrienti e microinquinanti.
  • Entro il 2045: trattamento quaternario per la rimozione di microinquinanti organici nei grandi agglomerati.
Per rispettare questi obiettivi, si stima che saranno necessari circa 2 miliardi di euro l'anno di investimenti. Il paradosso italiano è evidente: non depurare le acque reflue costa molto di più che farlo. Oltre ai 200 milioni di euro già versati in sanzioni e ai 30 milioni a semestre ancora in corso, c'è il costo ambientale e sanitario di fiumi e mari inquinati, il danno all'agricoltura che dipende da acque pulite per l'irrigazione e la perdita di una risorsa preziosa, l'acqua depurata, che potrebbe essere riutilizzata per contrastare la siccità crescente.


Chiara Compagnucci

Nata a Roma nel Giugno del 1978, effettua gli studi di ragioniere e si appassiona al tennis. Amante del mondo delle quattro ruote e delel due ruote, è sempre curiosa su tutte le novità delle case automobilistiche e sulle nuove auto in uscita. Scrive da anni per diversi blog ed ora si dedica a tempo pieno su questo sito web trattando in particolar modo tematiche sul mondo delle auto e sugli argomen...