Spiagge libere sempre più rare in Italia: come le concessioni balneari hanno ridotto il litorale pubblico, i dati aggiornati e cosa prevede la normativa europea
Chi d'estate si affaccia sulla costa italiana lo sa bene: trovare un tratto di spiaggia libero, senza ombrelloni a pagamento, gazebo, chioschi e recinzioni, è diventato un'impresa. Quello che una volta era un bene comune, la riva del mare, si è trasformato, nel corso di decenni, in un mosaico di concessioni private che ha progressivamente eroso lo spazio pubblico disponibile ai bagnanti.
Il fenomeno non è casuale né improvviso. È il risultato di una politica di gestione del demanio marittimo che, in assenza di una riforma organica, ha prodotto una proliferazione incontrollata di stabilimenti balneari, spesso favorita da canoni concessori irrisori e da proroghe automatiche che si sono susseguite per decenni.
Secondo le rilevazioni periodiche condotte da associazioni dei consumatori e istituti di ricerca indipendenti, la quota di litorale sabbiosa effettivamente libera e accessibile in Italia oscilla tra il 30% e il 45% del totale, con variazioni significative da regione a regione. Ma la percentuale grezza racconta solo una parte della storia.
Occorre infatti distinguere tra:
Le radici del problema affondano nel Codice della Navigazione del 1942, che ha istituito il sistema delle concessioni demaniali marittime consentendo ai privati di occupare porzioni di spiaggia in cambio del pagamento di un canone allo Stato. Un sistema pensato per regolamentare un settore emergente, che col tempo si è trasformato in un meccanismo di rendita garantita.
I nodi principali che hanno favorito la progressiva occupazione del litorale sono:
Il confronto con la normativa europea ha portato il tema delle concessioni balneari al centro del dibattito politico ed economico italiano. La Direttiva Servizi del 2006 (cosiddetta Direttiva Bolkestein) stabilisce che le concessioni di beni pubblici scarsi devono essere assegnate mediante procedure di gara trasparenti, aperte e non discriminatorie.
L'Italia ha a lungo ignorato questo obbligo, accumulando procedure di infrazione da parte della Commissione Europea e sentenze sfavorevoli da parte del Consiglio di Stato, che nel 2021 aveva fissato il termine del 2023 per l'avvio delle gare. Termini poi nuovamente slittati sul piano politico, mentre il confronto tra Governo, Parlamento e istituzioni europee continua a produrre più rinvii che soluzioni concrete.
Per il cittadino comune, il risultato pratico è duplice: da un lato, la mancanza di concorrenza nel settore mantiene i prezzi degli stabilimenti balneari italiani tra i più alti d'Europa; dall'altro, la quota di spiaggia pubblica disponibile continua a erodersi, riducendo le opzioni per chi non può o non vuole pagare per accedere al mare.
L'occupazione del litorale pubblico non è solo una questione di diritti civili o di accesso al mare. Ha implicazioni economiche rilevanti su più livelli.
Per i turisti e i residenti, significa minore libertà di scelta e prezzi più alti: in alcune località balneari il costo giornaliero per un ombrellone e due lettini supera i 50-60 euro, con picchi anche superiori in alta stagione e nelle destinazioni più rinomate. La scarsità di alternative gratuite rafforza il potere di mercato degli stabilimenti, eliminando di fatto la concorrenza dal basso.
Per le casse pubbliche, il sistema attuale rappresenta una perdita secca: i canoni incassati dallo Stato per le concessioni balneari ammontano complessivamente a poche centinaia di milioni di euro l'anno, una cifra ritenuta ampiamente sottostimata rispetto al valore di mercato delle aree concesse. Un sistema di gare competitive potrebbe aumentare significativamente questi introiti, liberando risorse per i servizi pubblici locali.
Per il mercato del lavoro e dell'imprenditoria, infine, il regime delle proroghe automatiche ha creato barriere all'ingresso che impediscono a nuovi operatori, potenzialmente più innovativi ed efficienti, di accedere al settore, riducendo la dinamicità dell'offerta turistica balneare.
Il tema delle spiagge libere è diventato sempre più presente nel dibattito pubblico, anche grazie al lavoro di associazioni come Legambiente, che con il suo rapporto annuale "Spiagge" documenta lo stato del litorale italiano, e di comitati locali che si battono per la tutela dell'accesso pubblico al mare.
Le richieste che emergono con maggiore frequenza riguardano:
Resta però aperta la questione di come tutelare concretamente lo spazio pubblico: anche nel migliore degli scenari, senza vincoli normativi espliciti sulla quota minima di litorale libero, il rischio è che le gare producano nuovi concessionari privati senza aumentare significativamente l'accessibilità gratuita al mare.
Laureata in Lingue e Letterature Straniere e Scienze dalla Comunicazione, giornalista pubblicista dal 2008, collaboratrice presso testate locali e nazionali, con ottime competenze linguistiche straniere, specializzata in campo letterario ed economico, collabora con la testata online Businessonline trattando in particolar modo il mondo delle pensioni, argomento di cui si occupa ormai da circa 20 an...