L’attuale scenario globale vede il progetto europeo attraversare una delle fasi più complesse della sua storia. Aumentano le pressioni su unità politica, coesione sociale e ruolo internazionale. All’esterno e all’interno, nuove forze mettono in discussione quella visione di collaborazione e sviluppo comune che, dal secondo dopoguerra in poi, ha trasformato il continente in un’area di prosperità e pace. Mario Draghi, premiato recentemente per il suo impegno in favore della competitività continentale, ha ammonito che «oggi l’Europa ha tanti nemici, forse più che mai» e che «solo una risposta comune e integrata può garantire sicurezza, crescita e stabilità».
Le principali sfide emerse negli ultimi anni – instabilità geopolitica, crisi energetica, tensioni commerciali, spinte protezionistiche e nuove guerre – impongono una riflessione sulle strategie da adottare non solo per difendere i risultati raggiunti, ma per rilanciare il progetto europeo in modo autentico e duraturo. In questo contesto, interrogarsi su come rilanciare l’Europa contro i nemici della stabilità e della democrazia, anche utilizzando modelli di innovazione e cooperazione, è imprescindibile per il futuro del continente.
Le nuove minacce interne ed esterne all’Unione Europea
Il panorama delle minacce che coinvolgono le società europee è profondamente mutato nella natura, nell’intensità e nella provenienza. Tra i pericoli esterni, guerre regionali, nuove forme di pressione commerciale, ricatti energetici e attacchi cibernetici rappresentano una realtà quotidiana. Il conflitto in Ucraina e le tensioni con paesi come la Russia e la Cina hanno trasformato l’Unione in una protagonista “involontaria” della nuova guerra fredda. A complicare il quadro, le aspirazioni neo-imperialiste di alcune potenze, come sottolineato anche nel discorso del presidente Mattarella, e il moltiplicarsi di scenari in cui gli interessi strategici delle grandi potenze vengono anteposti al diritto internazionale.
Sul piano interno, l’Unione affronta divisioni politiche persistenti: la crescita dei movimenti euroscettici, le differenze nella gestione delle crisi migratorie, la disomogeneità nella politica economica e una frammentazione crescente tra Nord e Sud, Est e Ovest. Persino quei paesi una volta baluardi del rigore fiscale – i cosiddetti “frugali” – si sono ritrovati, sotto la spinta dell’emergenza sicurezza, a rivedere radicalmente la propria posizione in materia di difesa e spesa pubblica.
- Lobby economiche e finanziarie globali, con ambizioni spesso in conflitto con gli interessi della società europea, menzionate come fattore di rischio dallo stesso Mattarella.
- Dipendenze strategiche da tecnologie e risorse critiche, accentuate dalle nuove dottrine globali di “autonomia strategica” e dal ritorno alle logiche dei blocchi.
- Disinformazione, attacchi ibridi e intromissioni elettorali che puntano a minare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni comuni.
Il rischio è quello di una
percezione crescente dell’Unione come struttura burocratica e inefficace, scenario che alimenta la narrazione dei “nemici interni” e rischia di delegittimare il progetto europeo. In questo contesto, preservare la coesione e ridare slancio al processo di integrazione appare una priorità condivisa per tutte le forze democratiche.
La debolezza europea: diplomazia, politica e sicurezza sotto pressione
Negli ultimi anni, la fragilità diplomatica dell’Unione è emersa in modo evidente di fronte alle crisi globali. I limiti strutturali – dal meccanismo delle decisioni all’unanimità fino alla mancanza di una voce unica sulle questioni strategiche – hanno diminuito l’efficacia delle politiche europee anche nei confronti dei principali alleati. Numerosi analisti riconoscono oggi che la narrativa di un’Unione coesa e influente a livello globale non regge più di fronte agli “smacchi sistematici” subiti sia in campo politico che economico.
La dipendenza dall’ombrello atlantico ha lasciato la politica europea più vulnerabile, specialmente a fronte di una graduale ritirata dell’impegno degli Stati Uniti dal continente. La frammentazione dei bilanci della difesa impedisce una risposta efficace alle minacce emergenti, mentre gli eserciti europei, ridotti negli effettivi e nelle dotazioni, faticano persino a difendere i confini comunitari o a sostenere alleati come Kiev.
- Diplomazia indebolita da mancanza di strumenti comuni e da divergenze sugli obiettivi: la questione energetica, la gestione delle crisi alle frontiere e le alleanze strategiche restano temi divisivi.
- Politiche estere disallineate, spesso sottoposte alle pressioni di singoli interessi nazionali, rendono inefficiente la risposta alle emergenze internazionali.
- Sicurezza sotto pressione non solo per le sfide militari ma per la crescente esposizione a minacce ibride, cyber-attacchi e manipolazioni informative.
Le debolezze percepite dell’Unione diventano terreno fertile per campagne di delegittimazione condotte da avversari interni ed esterni. Emerge così una necessità condivisa:
rafforzare le istituzioni comuni a partire da una maggiore condivisione delle responsabilità in materia di politica estera, sicurezza e difesa. Solo una simile evoluzione può assicurare una presenza incisiva dell’Europa nello scenario internazionale.
Il riarmo europeo: tra esigenze di difesa e rischi per economia e coesione sociale
La decisione di incrementare in modo significativo le spese militari ha segnato una svolta storico-strategica per l’Unione. Il piano di “riarmo europeo” – che punta a destinare fino al 5% del PIL comunitario alla difesa entro il 2035 – viene considerato da molte cancellerie come necessario dato il nuovo quadro geopolitico. Tuttavia, le modalità e le priorità di questa strategia sollevano interrogativi su possibili effetti collaterali.
Da un lato, gli investimenti in armamenti e tecnologie di difesa sono presentati come motore per il rilancio industriale, con effetti positivi sull’occupazione e sulla competitività, specie nei settori della difesa e dell’innovazione duale. Dall’altro, la crescente spesa bellica rischia di sottrarre risorse a pilastri sociali come sanità e istruzione, alimentando il dibattito su sostenibilità finanziaria e priorità pubblica.
- Debito e finanziamento condiviso: il riarmo viene legato da Draghi all’emissione di debito comune, coinvolgendo capitale pubblico e privato, per aggirare i limiti dei singoli bilanci nazionali.
- Effetti collaterali: se da un lato l’industria può trarre beneficio dagli appalti militari, dall’altro il rischio di duplicazioni, sprechi e tensioni tra Stati membri non è trascurabile, specie in assenza di una vera politica industriale integrata.
- Dimensione sociale: la corsa al riarmo può acuire le disuguaglianze, penalizzare i servizi pubblici e favorire nuove forme di polarizzazione politica e territoriale.
Mentre i leader politici sottolineano l’urgenza,
cresce la richiesta di legare l’aumento delle dotazioni militari a un quadro trasparente e condiviso di priorità economiche e sociali. Solo così sarà possibile mantenere la coesione su cui si fonda il patto europeo.
La sfida della sicurezza economica: tra dipendenze strategiche e nuove dottrine europee
L’emergere di un “nuovo protezionismo” globale ha mostrato tutti i limiti dell’attuale impianto economico europeo. Strategie di “sicurezza economica” – oggi condivise dalle grandi economie mondiali – richiedono all’Unione una risposta coordinata, specie sul terreno delle dipendenze critiche, delle tecnologie avanzate e delle catene di valore globali.
La “versione 2.0” della dottrina europea di sicurezza economica, presentata dalla Commissione, identifica quattro aree di rischio strategico: resilienza delle catene di approvvigionamento, sicurezza delle infrastrutture, tutela della proprietà tecnologica e uso strumentale delle dipendenze economiche. La recente pressione sia di Washington che di Pechino su settori-chiave – come energia, semiconduttori e materie prime critiche – impone un cambio di paradigma: autonomia strategica non significa chiusura, ma capacità di reagire e diversificare le fonti.
- Rafforzamento degli strumenti di controllo sugli investimenti e sulle esportazioni dual use (civile-militare).
- Potenziamento delle alleanze tecnologiche con partner terzi e sviluppo di un’infrastruttura digitale e energetica integrata.
- Piano per la sovranità industriale europea orientato alla produzione avanzata e alla riduzione delle vulnerabilità nei settori chiave.
Malgrado i progressi, la nuova strategia incontra
difficoltà legate all’uniformità delle regole, al coordinamento delle risorse e alla rapidità di esecuzione. Gli esperti avvertono:
il vero salto di qualità si avrà solo superando le lentezze decisionali e dotando la Commissione di maggiori poteri operativi.
Le priorità per un vero rilancio: innovazione, mercato unico e capitale umano
L’analisi portata avanti nel Rapporto Draghi evidenzia come la capacità di sviluppo dell’Europa dipenda da una serie di priorità non più rinviabili. In cima alla lista si trovano: innovazione tecnologica, completamento del mercato unico e valorizzazione del capitale umano.
- Innovazione: l’integrazione di ricerca, industria e formazione, la crescita dei progetti tecnologici su scala continentale (dall’intelligenza artificiale alle energie pulite) e l’accesso facilitato ai capitali d’investimento sono passaggi chiave per riguadagnare terreno rispetto a Cina e Stati Uniti.
- Mercato unico: superare la frammentazione tra i 27 Stati membri, armonizzando regole fiscali, accesso ai dati e reti energetiche, consentirà la nascita di grandi filiere industriali e digitali competitive.
- Capitale umano: il rafforzamento della formazione tecnica, la mobilità dei lavoratori qualificati e politiche migratorie mirate dovranno sostenere la transizione digitale e industriale. La valorizzazione dei giovani e delle competenze è un volano per superare la stagnazione demografica e il mismatch tra domanda e offerta di lavoro.
I ritardi accumulati rendono necessario un
piano condiviso di investimenti, incentivi e semplificazioni normative capace di sostenere la crescita e ridare fiducia nelle istituzioni comunitarie.
Il ruolo della difesa comune: verso un’Europa più autonoma e integrata?
L’esigenza di rafforzare la difesa comune europea rappresenta uno degli snodi più discussi della fase attuale. Da più parti si sottolinea la necessità di costruire una vera autonomia strategica, superando il modello di sicurezza dipendente da alleanze esterne.
- Cooperazione industriale in ambito difesa: bandi e investimenti condivisi, standard tecnici comuni e l’integrazione delle capacità produttive possono modernizzare sia l’apparato militare sia quello tecnologico del continente.
- Rafforzamento delle missioni comuni: lo sviluppo di una dottrina militare europea, la formazione di contingenti multinazionali e il potenziamento delle strutture di comando comuni sono passi ritenuti indispensabili.
- La creazione di una governance efficace – basata su una condivisione delle risorse decisionali – viene proposta per evitare la duplicazione degli sforzi e garantire la rapidità delle risposte alle crisi.
Le discussioni, tuttora aperte tra gli Stati membri, vertono
sul bilanciamento tra autonomia e integrazione, nonché sulle compatibilità con gli impegni NATO e il rispetto delle norme costituzionali nazionali. Soltanto un progresso sostanziale nella difesa comune può però restituire all’Europa un peso credibile nell’arena internazionale.
Oltre la logica dei nemici: cooperazione, pace e il contributo della società civile
La sicurezza e la prosperità non si costruiscono solo con le armi. Le esperienze degli ultimi decenni mostrano che soluzioni durature in Europa passano da una nuova “offensiva di pace”, come richiamato dai padri fondatori dell’integrazione. La società civile, i comuni, le imprese, le associazioni svolgono un ruolo diretto nella promozione di cooperazione internazionale, dialogo e gestione non violenta dei conflitti.
- Esperienze come i Corpi Civili di Pace (CCP), la partecipazione di amministratori locali a progetti di dialogo, i gemellaggi e le iniziative di scambio culturale costituiscono esempi concreti di diplomazia dal basso.
- Scuole di Pace, corsi di comunicazione non ostile e laboratori di formazione al dibattito offrono nuovi strumenti per preparare le giovani generazioni a gestire i conflitti fuori dalla logica “amico-nemico”.
- La promozione di iniziative solidali e partecipative in ambito europeo contribuisce a rafforzare la resilienza sociale e a contrastare le narrazioni divisive.
Valorizzare questi percorsi richiede
un sostegno strutturale da parte delle istituzioni, il coordinamento tra i diversi livelli di governo e il riconoscimento del potenziale trasformativo della cittadinanza attiva nel costruire un’Europa aperta, pacifica e inclusiva.